Associazione Musicale "G. Rossini"
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"G. Rossini"
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Carissimi,

la quinta settimana del Festival ha visto rappresentate le ultime repliche di “Fidelio”, “Il trovatore” e “Werther”, di cui vi abbiamo ampiamente parlato; le prime rappresentazioni di opere riprese da precedenti edizioni del Festival, “Iphigénie en Tauride” e “Der Rosenkavalier”; un paio di recital pianistici, Arcadi Volodos e Mitsuko Uchida e il quarto concerto dei Wiener Philharmioniker.

Il concerto del pianista russo Arcadi Volodos vedeva in programma il Tema e Variazioni in re min. (Arrangiamento del secondo movimento del sestetto op. 18) di Brahms, Otto pezzi per pianoforte op. 76 dello stesso autore e l’ultima sonata D 960 di Schubert.

Le variazioni in re minore, tanto amate da Clara Schumann, sono state interpretate con repentini sbalzi di umore, come se stesse dipingendo una grande tela con un grande pennello, ma con tratti perfettamente riconoscibili, mentre gli otto pezzi per pianoforte (quattro capricci e quattro interludi), estremamente complessi sotto il profilo armonico, sono stati magnificamente interpretati con grande gesto pianistico, esaltando le innumerevoli sfumature dei singoli numeri con delicatezza virtuosistica. La sonata di Schubert è stata affrontata nei primi due movimenti con un forse troppo lento ritmo di base mentre magistrale è stata l’esecuzione dello scherzo e dell’allegro finale.

Al termine convinti e ripetuti applausi del pubblico al quale il Maestro di San Pietroburgo ha concesso due bis: un minuetto di Schubert e l’intermezzo n. 2 di Brahms.

L’altro recital vedeva protagonista la pianista giapponese, ma di formazione musicale viennese, Mitsuko Uchida, di cui vi abbiamo parlato a gennaio quando, in occasione della “Mozart Woche”, aveva ricevuto la medaglia d’oro che la Fondazione Mozarteum assegna ogni anno agli artisti che meglio interpretano la musica del grande compositore salisburghese.

Il programma, già presentato qualche giorno prima al Festival di Edinburgo, prevedeva i quattro Impromptus D 899 di Schubert e le Variazioni Diabelli di Beethoven.

Tra l’altro Anton Diabelli, forse più noto come editore (nel 1851 pubblicò il catalogo tematico delle opere di Schubert) che come compositore, nacque a Mattsee, una località a circa 25 Km. da Salisburgo, circondata da tre laghi, molto frequentata durante l’estate per l’attività nautica, per le passeggiate a piedi e in bicicletta. Nella prima parte la pianista ha affrontato i quattro brani di Schubert con tecnica perfetta, gesto elegante e fluido, bellissimo oltre che da ascoltare anche da “vedere”. “Una grande musicista al servizio della bellezza delle melodie” titolava il giornale locale.

Nella seconda parte, si è sfilata la giacca di seta ed ha affrontato l’enorme sfida delle difficili variazioni di Beethoven (Alfred Brendel le ha descritte come “la più grande di tutte le opere per pianoforte”) con piglio deciso, forte intensità drammatica, concentrazione mentale e anche con un notevole impegno fisico. Al termine, nonostante i prolungati applausi del pubblico, si è scusata ma, fortemente provata dall’impegnativa performance appena conclusa, non ha ritenuto di concedere bis.

Rosenkavalier

Giovedi 20 agosto abbiamo rivisto con grande piacere “Il cavaliere della rosa”. Riportiamo di seguito quanto detto lo scorso anno con qualche piccola integrazione.

Il cavaliere della rosa è un’opera molto amata dal Festival salisburghese che l’ha proposta innumerevoli volte. Il librettista e il compositore sono tra i fondatori del Festival, Karajan nel 1960 inaugurò la Groβesfestspielhaus con il capolavoro straussiano, quella di giovedì 20 agosto era la 127^ rappresentazione salisburghese dell’opera.

Dopo il successo dello scorso anno (nove repliche tutte esaurite), anche quest’anno è stato riproposto l’allestimento di Harry Kupfer, ottantenne Maestro di Lipsia, per 20 anni direttore della Komische Opera di Berlino, grande interprete wagneriano (ricorderete certamente il magnifico “Parsifal” di Genova), con oltre 200 regie liriche alle spalle.

E’ stata scelta come ambientazione la Vienna prima della “Grande guerra” con un intelligente mix tra gli oggetti che arredavano la scena e magnifici ed imponenti edifici imperiali dell’epoca, proiettati obliquamente sullo sfondo: camere e saloni fantastici, un’orangerie, viali nebbiosi e la rigogliosa vegetazione del Prater. La gestione delle masse, in particolare nelle scene più concitate del primo e del terzo atto è stata da grande Maestro del palcoscenico.

La direzione dei Wiener e del Coro dell’opera di Vienna è stata nuovamente affidata a Franz Welser-MÓ§st, che ha scelto una collocazione dell’orchestra molto alta rispetto al consueto, alla “Karajan” come vi avevamo già detto lo scorso anno quando aveva creato qualche problema di acustica, ma dopo le ripetute repliche il suono che proveniva dalla buca è stato da subito ben bilanciato ed equilibrato.

Vera novità di questo allestimento è stato il personaggio del Barone Ochs, interpretato dal giovane basso Günther Groissböck (39 anni) che è stato sicuramente il punto forte della serata, sia dal punto di vista interpretativo che da quello vocale. Il basso tedesco ha disegnato un Ochs nuovo; sempre zotico, subdolo, cinico e volgare, ma di una volgarità moderna, imprenditoriale, che tratta sia le donne che la sua servitù come “capitale umano”. Lontano dunque dallo stereotipo di contadino grossolano, idiota, grasso e anzianotto, che gli spettatori Salisburghesi erano abituati a vedere in scena e che qui chiamano “Salzburger beleibte” (gli obesi di Salisburgo) ricordando il leggendario Richard Mayr, basso/baritono salisburghese diventato famose per le sue interpretazioni del barone Ochs.

Krassimira Stoyanova, soprano di classe mondiale, ha disegnato una Marescialla riflessiva e malinconica. La riflessione della donna matura sul passare del tempo e sull’inevitabile invecchiamento, che si era già capito nella prima scena davanti allo specchio, ha raggiunto il culmine nel finale primo, un momento di grande intensità vocale che ha catturato il pubblico e sullo sfondo, tra la nebbia, gli alberi di un viale spoglio, un viale del tramonto di intensa malinconia.

Sophie Koch è oggi considerata l’Octavian di riferimento, vedasi il DVD di Thielemann, quindi il punto forte della compagnia, mentre la soprano sudafricana Golda Schultz, che quest’anno ha sostiuito Mojka Erdmann, ha interpretato una Sophie scenicamente un po’ impacciata ma con una voce più calda, intensa e appassionata. Bene i comprimari: Faninal, Annina, Valzacchi, il commissario, deludente “il tenore italiano” che però era tedesco!!!!  Al termine tante chiamate, tanti applausi e soddisfazione generale.

Il quarto concerto dei Wiener Philharmoniker, questa volta diretti da Daniel Barenboim, aveva in programma un solo brano: la sinfonia n. 9 in re maggiore di Gustav Mahler, a 103 anni dalla prima esecuzione diretta da Bruno Walter, avvenuta a Vienna nella Großer Musikvereinsaal il 26 giugno 1912, un anno dopo la morte del grande Maestro boemo.

Anche per questo concerto era prevista la “Fördererprobe” di cui vi abbiamo già parlato commentando il concerto diretto da Muti. Siamo andati e ci è parso che l’atmosfera fosse diversa; intanto erano presenti meno spettatori, c’era meno confusione (le prime otto file della platea erano tenute vuote), gli spettatori molto attenti e concentrati.

Daniel Barenboim, che festeggiava il cinquantesimo anniversario dal suo debutto salisburghese (il 18 agosto 1965 eseguì il Concerto per pianoforte in do minore KV 491 di Mozart con i Wiener Philharmoniker diretti da Zubin Mehta), si è presentato sul palco sfoggiando una abbondante camicia nera e pantaloni bianchi (al suo ingresso è stato scambiato per l’ispettore dell’orchestra che porta lo spartito, per cui gli applausi sono schioccati con un po’ di ritardo!!!!!!) ed ha eseguito la prova generale come fosse il normale concerto, senza interruzioni, senza ripresa di brani, senza spiegare niente all’orchestra.

Il Maestro argentino si è dimostrato un sovrano del suono sia nelle sfumature più bizzarre (il Ländler è stato di un umorismo amaro e grottesco), ma specialmente nel finale “Adagio”, che alcuni direttori eseguono con una solennità da funerale, lui, che non è mai stato un “velocista”, lo condotto a termine relativamente in fretta senza tuttavia, diminuirne l’intensità emotiva.

Al termine applausi convinti del pubblico. Per quanto ci riguarda abbiamo ritenuto la prova generale esaustiva, rinunciando ad andare al concerto ufficiale in programma sabato e domenica mattina alle ore 11. Erano due belle giornate e siamo andati in bicicletta!!!!!!!!!!!!

Infine, tra gli avvenimenti mondani, ricordiamo la visita lampo della Cancelliera tedesca Angela Merkel, appassionata di musica e assidua frequentatrice del Festival Salisburghese. Sabato 22 agosto alle ore 17 ha assistito, accompagnata dal marito, alla commedia Jedermann di Hugo von Hofmannsthal e alle ore 21 all’ultima replica di Werther. Per la cronaca, l’intransigente vestale del rigore economico europeo, che lo scorso anno aveva indossato, per la quarta volta al Festival di Salisburgo, un abito vecchio di 18 anni (brutto segno per chi come italiani, greci, spagnoli, ecc. sono sempre lì a chiedere soldi), quest’anno, forse ancora ben disposta dopo il nuovo prestito concesso alla Grecia, si è presentata alla Grossesfestspielhaus con un abito nuovo!!!!!!!!!

Tanti cari saluti,

Matilde e Fulvio