Associazione Musicale "G. Rossini"
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"G. Rossini"
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"G. Rossini"

Carissimi,

dopo la mail inviata martedì 17 che riguardava gli spettacoli della quarta settimana del Festival di Salisburgo, ritorniamo a voi parlandovi del Festival di Musica Antica di Innsbruck (Innsbrucker Festwochen der Alten Musik) e de “Il trovatore” in programma a Salisburgo.

Domenica 16 agosto, come è ormai consuetudine, siamo andati in trasferta a Innsbruck dove è in corso il Festival di Musica Antica, di cui è direttore artistico il M° Alessandro De Marchi, direttore principale dell’Accademia Monti Regalis, complesso barocco di Mondovì molto noto in Europa. 

Anche a Innsbruck devono avere notevolmente ridotto il budget, infatti, mentre negli anni passati si erano allestite due importanti produzioni operistiche, più una terza, in forma di concerto, quest’anno si è prodotta una sola opera importante con due produzioni minori!

La produzione principale era “Il germanico”, opera composta da Nicola Porpora su libretto di Nicola Coluzzi. Per la precisione il titolo esatto è Germanico in Germania”, per non confonderla con un’altra opera dello stesso librettista “Germanico sul Reno” intonato da Giovanni Legrenzi.

La fama di Porpora iniziò come maestro di canto, ebbe tra i suoi allievi due celebri castrati: Carlo Broschi, detto Farinelli e  Gaetano Majorano, detto Caffarelli. Come compositore si affermò prima a Venezia; poi a Roma; quindi a Londra, dove lavorò per l’Opera della Nobiltà, in concorrenza con la compagnia diretta da Händel; fu Kapellmeister a Dresda e infine si trasferì a Vienna, dove ebbe come allievo il giovane Haydn.

Germanico in Germania andò in scena al Teatro Capranica il 1° Novembre 1732. A Roma, per editto papale, le opere dovevano essere cantate esclusivamente da uomini e fu ingaggiata una compagnia di cantanti eccezionali tra cui il celebre Caffarelli che ebbe un enorme successo come Arminio. Porpora, che era stato suo maestro, lo odiava per la sua insolenza, ma dovette ammettere che era il miglior cantante  che l’Italia aveva mai prodotto e le arie scritte per la sua voce giustificano in pieno tale reputazione.

L’allestimento di Innsbruck, curato da Alexander Schulin (già assistente del compianto Patrice Chéreau), si componeva di una struttura ruotante che creava diversi ambienti, quelli nobili in stile neoclassico, gli altri semplici e lineari. I costumi erano contemporanei al periodo in cui l’opera è stata composta e rappresentata per la prima volta.

La compagnia di canto era di livello assoluto: Patricia Bardon (Germanico) è oggi uno dei rari contralti in carriera, timbro inconfondibile, duttile e flessibile; il suo avversario, il collerico comandante germanico Arminio, era il controtenore australiano David Hansen, tecnicamente perfetto, possiede una vastissima gamma vocale e di espressioni che raggiungono immediatamente l'ascoltatore; Hagen Matzeits, l’altro controtenore, ha i colori giusti per interpretare il giovane amante romano Cecina;  Klara Ek (Rosmonda) è un brillante soprano di coloratura che sa anche ben drammatizzare la sua rabbia come moglie di Arminio; il tenore Carlo Allemano (Segeste) è  musicalmente ed interpretativamente sicuro; il giovanissimo mezzosoprano Emilie Renard, agile nella sua civetteria e credibile nel suo desiderio, ha interpretato in modo travolgente la giovane amante Ersinda.

De Marchi ha lavorato sulla partitura in modo delicato e corretto, lasciando liberi i cantanti, di cui Porpora era maestro,  di presentare le loro capacità tecniche ed emotive, con fuochi d'artificio vocali, virtuosismi, variazioni e improvvisazioni che hanno entusiasmato il numeroso pubblico presente. Poteva, è vero, operare qualche taglio, l’opera è durata 4 ore e 50 minuti compresi due intervalli (quasi come il Parsifal!!!!!), ma i convinti applausi al termine dello spettacolo e le ripetute chiamate dei solisti e del direttore, hanno dimostrato che la sua scelta è stata giusta e pienamente condivisa.

Il trovatore

Ritornando al Festival di Salisburgo, oltre a parlarvi degli spettacoli che abbiamo visto e ascoltato vogliamo anche parlarvi di un’opera che non abbiamo visto o, per meglio dire, che abbiamo visto lo scorso anno e che quest’anno è stata ripresa: Il trovatore di Giuseppe Verdi.

Nonostante la delusione dello scorso anno si è ritentato nuovamente di creare, intorno al capolavoro verdiano, un “evento musicale/mondano” che soddisfacesse gli sponsor, che per motivi di pubblicità, sono molto sensibili a queste suggestioni. Chiariamo subito che noi non siamo pregiudizialmente contrari a questi “eventi”, aggiungiamo però che secondo noi questi grandi capolavori del teatro musicale, non hanno bisogno di essere presentati come eventi per avere successo, lo hanno da oltre 150 anni e continueranno ad averlo in futuro. Se poi si riescono a fare degli ottimi allestimenti (teatrali e musicali) di questi capolavori e nello stesso tempo presentarli come evento straordinario (vedi “La traviata” del 2005), tanto di guadagnato per gli artisti, per gli organizzatori, per gli spettatori, per le case discografiche e per gli sponsor.

Per meglio capire di cosa stiamo parlando, riportiamo di seguito quanto scritto lo scorso anno sull’opera:

Il regista Alvis Hermanis ambienta la vicenda nelle sale di una grande pinacoteca (o forse è un museo del melodramma?) con alle pareti grandi quadri raffiguranti, con evidente riferimento alla trama dell’opera, madri con bambini o episodi di roghi. All’inizio dell’opera entra Ferrando, una guida che accompagna una comitiva di italiani e racconta loro la storia del conte di Luna e della zingara mostrando i vari quadri esposti. Anche i personaggi della vicenda sono raffigurati nei quadri, il conte di Luna è un “uomo con armatura”, il Trovatore è prima un “giovane” di Raffaello, poi un menestrello di un pittore minore del ‘500, Leonora è rappresentata come Eleonora di Toledo del Bronzino, poi ci sono i duchi di Urbino di Piero della Francesca, ecc. Uscita la comitiva di visitatori rimangono in scena le due sorveglianti della sala; Ines e Leonora che canta la sua aria di sortita. Poi il museo chiude, è buio, arriva un altro sorvegliante (il conte di Luna), che munito di torcia elettrica fa il giro per controllare che tutto sia a posto. Poi il conte di Luna e Leonora, ricompaiono con i vestiti dell’epoca in cui è ambientata la vicenda, essi non sono realmente le persone dei dipinti, tuttavia essi sono, come in uno strano spostamento temporale, parte di un passato raffigurato in pittura. I costumi, dove predomina il colore rosso (il sangue?, il rogo?) sono molto belli, “un lusso per gli occhi” come ha sottolineato la stampa locale. Anche Azucena è una guida turistica e, sempre con l’ausilio dei quadri esposti, racconta a un piccolo gruppo di visitatori, la storia della madre mandata al rogo e anche lei, con un artificio teatrale molto bello, si veste, anzi viene vestita da zingara per il duetto con Manrico. Le masse corali, anch’esse con bellissimi costumi rossi si posizionano sulla scena formando dei tableaux come fossero i personaggi dipinti nei quadri esposti.  Poi nel quarto e ultimo atto il museo si svuota, gli inservienti piano piano rimuovono i dipinti e li raccolgono per poi trasportarli via e si rimane davanti alle pareti spoglie, con solo alcuni quadri messi disordinatamente in mezzo al palcoscenico. Leonora, nuovamente nei panni della sorvegliante, riprende il costume per la grande scena d'addio: "D’amor sull’ali rosee". Cala il sipario, l’ultima scena, quella della prigione, si svolge sul proscenio, la pinacoteca (o il museo teatrale) sono chiusi, gli artisti concludono la storia, e con la passerella finale, raccolgono gli applausi del pubblico.

Su tutti ha primeggiata Anna Netrebko che già con la cavatina iniziale ha dato alla sua Leonora un tono leggero, semplice, intimo e poi, nella cabaletta di chiusura, degli ornamenti giusti e scintillanti.  Il genovese Francesco Meli come Manrico incarna il robusto, sano tenore verdiano di oggi, con la voce controllata nei cantabili ma senza spingere nei momenti più drammatici. Di Placido Domingo come conte di Luna ci rimettiamo a quanto detto dal nostro amico musicologo Gustavo Malvezzi: “Domingo baritono è imbarazzante!”. Inadeguata alla parte di Azucena il mezzosoprano canadese Marie-Nicole Lemieux, grande specialista del barocco, forse alla ricerca di ruoli più popolari per meglio posizionarsi nello star-system del belcanto (ma la direzione artistica l’ha ascoltata prima di scritturarla?); deludente anche la prestazione del basso Riccardo Zanellato nel ruolo comprimario, ma difficile, di Ferrando. Straordinari l’orchestra e il coro dell’opera di Vienna magistralmente diretti da Daniele Gatti che ha affrontato la partitura verdiana con una morbidezza e una delicatezza che hanno entusiasmato il pubblico. Tutto esaurito nelle cinque recite in programma!!!!!

Quest’anno invece di rimediare agli errori dello scorso anno si è “diabolicamente” perseverato. Invece di  ingaggiare un baritono di primo piano (pensiamo a Ludovic Tézier, o a Željko Lučić, ma ce ne sono almeno altri quattro o cinque bravi per questo ruolo), si è continuato a proporre Domingo come Conte di Luna, sempre per alimentare l’effetto  “evento” (tra l’altro l’anziano tenore spagnolo festeggiava i quarant’anni del suo debutto salisburghese). Risultato: lo scorso anno Domingo ha saltato tre delle cinque recite previste e quest’anno le ha saltate tutte, sostituito da un giovane baritono polacco che, tra alti e bassi, ha onestamente portato a termine il suo lavoro.  Per fortuna nella parte di Azucena quest’anno è stata ingaggiata una mezzosoprano “di ruolo”, Ekaterina Semenchuk ma, ironia della sorte, o forse non stava bene o forse era in un periodo negativo, non ha saputo ripetere lo straordinario successo ottenuto a Milano come Azucena nel trovatore della Scala o quello salisburghese come Eboli nel Don Carlo del 2013. Anche il basso nel ruolo di Ferrando è stato cambiato ma non sono cambiati i problemi rilevati lo scorso anno.

Confermata la buona prestazione del tenore genovese Francesco Meli (che a fine mese sarà Ernani diretto da Muti), è stata sottolineata molto positivamente la direzione musicale di Gianandrea Noseda (direttore principale del Teatro Regio di Torino) che non  ha fatto assolutamente rimpiangere la straordinaria interpretazione del capolavoro verdiano data lo scorso anno da Daniele Gatti.

Visto che il tanto atteso “evento” anche quest’anno non c’è stato, si è ricamato molto sulla “primadonna”, la soprano russa Anna Netrebko. Netrebkos Stimme wirkt wie pures Gold”  titolò lo scorso anno un giornale, (“La voce della Netrebko è come l'oro puro”). Quest’anno non c’è nemmeno la necessità di tradurre; il magazine austriaco di teatro “Bühne” gli ha dedicato la copertina del numero di luglio/agosto e, paragonandola addirittura alla Callas, ha titolato: La Divina !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Tanti cari saluti,

Matilde e FulvioDa Fulvio e Matilde (4)