Associazione Musicale "G. Rossini"
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"G. Rossini"
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"G. Rossini"

2 agosto 2017

Carissimi, come va?

La scorsa settimana il tempo è stato bruttissimo, pioggia, vento, un freddo boia con temperature minime di circa 12/13° e massime di circa 17/18°!!!!!!  Per fortuna c’erano numerosi spettacoli da vedere!!!!!!

Quest’anno il Festival di Salisburgo è stato inaugurato dall’opera La clemenza di Tito di Mozart che abbiamo avuto occasione di vedere, con l’Associazione Rossini, sia al Regio di Torino che al Chiabrera di Savona nel 2008. Noi abbiamo sempre nella memoria l’irripetibile edizione di Salisburgo 2005 e 2006, direttore Nikolaus Harnoncourt  (regia di Martin Kusej con Schade/Roschmann/Kasarova) e la bella edizione di Aix 2011, direttore Colin Davis (regia di David Mc Vicar con Kunde/Giannattasio/Connolly).

A Salisburgo l’allestimento dell’opera, che alla Felsenreitschule è sempre un problema perché non esistono le quinte e nemmeno le attrezzature tecniche in dotazione ai normali teatri, è stata affidata a Peter Sellars, poliedrico ed eccentrico regista americano, in passato ha ambientato Don Giovanni in un vicolo di Harlem e Il flauto magico sulle strade di Los Angeles!!!!!!!!  Noi non avevamo mai visto suoi spettacoli.

La direzione musicale era di Teodor Currentzis, quarantacinquenne musicista greco, fondatore del complesso (Coro e Orchestra) “musicAeterna” e da pochi mesi direttore principale della SWR Symphony Orchestra di Stoccarda. I due artisti hanno agito, oltre che sulla ambientazione della vicenda cosa oramai consolidata, anche sulla partitura tagliando drasticamente i recitativi e aggiungendo, all’inizio e alla fine del secondo atto, dei brani sempre di Mozart: il “Kyrie” e il “Laudamus te” dalla Messa in do minore K 427 e l’adagio della Marcia funebre massonica K 477.

La clemenza di Tito     Sesto, kamikaze titubante e Tito a Grey’s Anatomy 

Consolidato il fatto che oramai nessun regista ambienta il penultimo capolavoro mozartiano nell’antica Roma, l’eccentrico regista americano decide di ambientare l’opera molto vicino alla nostra realtà sociale. In un campo profughi Tito, che per il colore nero della pelle del tenore americano Russell Thomas ricorda un  po’ Nelson Mandela, sceglie i fratelli Sesto e Servilia tra un gruppo di profughi che fuggono dalle numerose guerre che incendiano il medio oriente. Vuole dare loro una nuova vita. Ma viene tradito, tra i profughi si annida una cellula di terroristi che preparano degli attentati, Sesto per amore di Vitellia si unisce a loro, gli fanno indossare una cintura da Kamikaze e lo mandano ad uccidere Tito e a compiere una strage. Sesto parte ma è indeciso e alla fine invece di azionare la cintura esplosiva spara a Tito ferendolo gravemente. Nel secondo atto, che inizia come già detto con i due brani della Messa in do minore, vediamo Tito ricoverato in terapia intensiva su uno di quei lettoni tecnologici con tutto il personale sanitario che si agita intorno a lui, con flebo, defibrillatore, macchina per l’elettrocardiogramma, ecc., come nella serie televisiva Grey’s Anatomy. Tra l’altro in quei giorni nel Salisburghese c’era un importante raduno di auto d’epoca al quale ha partecipato Patrick Dempsey, strano che non abbiano chiamato anche lui al capezzale dell’illustre paziente!!!!!!!!!!

Sull’altro lato del palcoscenico vediamo persone in lutto davanti a candele e fiori, con riti che richiamano alla tradizione religiosa medio-orientale. Al termine dell’opera viene soppresso il finale lieto e Tito muore accompagnato dalla marcia funebre massonica con la quale si chiude la rappresentazione.

La direzione musicale di Teodor Currentzis non ci è piaciuta. A parte i tagli dei recitativi, che in quest’opera sono molto importanti, come abbiamo potuto verificare direttamente quando al Regio di Torino vennero eseguiti integralmente, non siamo d’accordo con le contaminazioni delle partiture originali delle opere effettuati per soddisfare le esigenze drammaturgiche di registi in cerca di pubblicità. Come dice Diego Fasoli, che al termine delle sue esecuzioni porta sempre sul palco, per la passerella finale, la partitura affinché anche il compositore si prenda la sua giusta parte di applausi, va esaltato soprattutto l’autore della partitura e non gli esecutori o i registi che, approfittando del fatto che intanto lui è morto, tendono a sovrastarlo.

Non solo, la sua direzione è stata, secondo noi, disomogenea con episodi in cui accelerava moltissimo i tempi e lunghi momenti di  pausa e di rallentamento del flusso della musica. L'orchestra è stata bravissima dimostrando doti straordinarie di agile e versatilità così come il coro penalizzato dalla scelta registica di farlo cantare sempre ai margini della scena.

Tito era il giovane tenore afro-americano Russell Thomas che non ha una grande esperienza alle spalle ma ha già interpretato questo ruolo al Metropolitan di New York. Il timbro è buono, l’intonazione anche ma è stato troppo penalizzato dalla regia: ha dovuto cantare l’aria di bravura del secondo atto “Se all'impero, amici dèi”, tutto intubato nel letto del presunto Seattle Grace Hospital. Quindi, se la vogliamo mettere in burocratese, di lui diamo un “giudizio sospensivo in considerazione del certificato medico all’uopo prodotto….”!!!!!!!!!

Il giovane soprano sudafricano Golda Schultz , già membro dell’Ensemble della Bayerische Staatsoper, è una Vitellia molto espressiva ma difetta nei gravi e nel “rondò” finale ha avuto difficoltà a contrappuntare con il timbro scuro del clarinetto obbligato.

Bravissima la trentenne mezzosoprano francese Marianne Crebassa, grande specialista nei ruoli “en-travesti” (Siebel nel “Faust”; Cherubino ne “Le nozze di Figaro”; Cecilio nel “Lucio Silla”) è un Sesto dalla voce morbida e delicata nei cantabili ma forte, potente ed espressiva nei momenti più drammatici. Autentica mattatrice della serata è facile prevedere per lei un futuro di grande successo.

Bravi, ma ancora da maturare, i due giovani amanti, Servilia, la soprano austriaca Christina Gansch (laureata al Mozarteum di Salisburgo) e Annio, il mezzosoprano di Trinidad Jeanine De Bique, già membro dell'Ensemble dell’Opera di Vienna, canta molto ma sempre in ruoli secondari.

Infine Willard White, un Publio dal passato glorioso (ha debuttato nel 1974 come Colline in Boheme), noi lo ricordiamo al Festival di Aix-en-Provence 2006 e 2007 come Wotan in “L’Oro del Reno” e “La Walkiria”, con i Berliner Philharmoniker diretti da Simon Rattle, ora chiude la carriera con questi ruoli da comprimario. 

Noi abbiamo visto la prova generale lunedì 24 luglio. Dopo la “prima” la stampa locale ha dato grande risalto all’avvenimento parlando di: “Un nuovo Mozart che fa piangere”; “Serata profondamente commovente”; “Indubbio successo per il regista e il direttore”; “Partenza sensazionale per il nuovo sovrintendente del Festival Markus Hinterhauser”; ecc…..

Non siamo d’accordo! Anzi ci siamo stupiti che il più importante Festival musicale del mondo inaugurasse con questo spettacolo che abbiamo giudicato modesto, sia sul piano dell’esecuzione musicale che su quello dell’allestimento scenico e registico. Dopo aver visto la prova generale di “Lady Macbeth di Mzenk” diretta da Mariss Jansons con Nina Stemme come protagonista e i Wiener Philharmoniker nella buca, le ns. perplessità sono ulteriormente aumentate e stiamo ancora chiedendoci perché non si è inaugurato con l’opera di Sostakovich!!!!!!!!!!!!!!

Mercoledì 26, nonostante il tempo inclemente (praticamente è piovuto a dirotto per tre giorni consecutivi), siamo andati a Monaco per “La favorite” di Gaetano Donizetti che, insieme a “Andrea Chenier”, “Tannhäuser”, “Semiramide”, e “Lady Macbeth di Mzensk”, di cui vi abbiamo parlato in passato, è una delle nuove produzioni della stagione 2016/2017 dell’Opera Bavarese.

La favorite

La favorite è forse il “centone” più famoso della storia del melodramma: gran parte della musica è quella de L’Ange de Nisida, opera composta da Donizetti per il Thèatre de la Renaissance, non rappresentata per il fallimento dell’impresario; alcuni spunti derivano da Pia de Tolomei e da L’assedio di Calais, la celebre romanza di Fernand “Ange si pur” (“Spirto gentil”, nell’edizione in italiano) è presa da Il duca d’Alba, opera composta per l’Opéra di Parigi e poi ritirata.

La  Favorite  è un'opera che può lasciare un  pochino  perplessi, ha delle pagine stupende ma anche delle pagine intricate,  complesse, un'opera difficile come interpretazione e  come messa in scena.  E’ anche molto importante nella storia della musica perché con essa nasce la vocalità di mezzosoprano. Infatti la parte della protagonista è stato composta per Rosine Stolz, amante del direttore dell’Opèra Leon Pillet, quindi favorita sia sulla scena che nella vita, che era, come si direbbe oggi, un mezzosoprano dall’ampio registro.   

Per essere un grand-opéra , La favorite risulta abbastanza atipica: c’è un ampio balletto nell’atto terzo,  che nelle edizioni moderne viene sempre o tagliato o eseguito in forma di concerto, per il resto il coro ha solamente una funzione ornamentale e suggerisce l’opposizione di ambienti, quello austero del convento in cui si apre e si chiude l’opera e quello dai toni sgargianti della corte di Castiglia. L’elemento storico-politico è trascurato, a parte le battute che si scambiano Balthazar e Alphonse, nel momento in cui le ragioni sentimentali del sovrano cozzano contro la ragion di stato e il volere della Chiesa romana. Del grand-opéra è mantenuta la libertà formale, senza gli schemi tipici dell’opera italiana, ma la vicenda, nel complesso, è a carattere privato: un dramma intimo, di cui il protagonista è Fernand, che incarna gli ideali dell’amor cortese e rimane vittima del proprio candore di novizio inesperto del mondo. L’opera narra proprio del viaggio “di conoscenza” di Fernand che si allontana dal convento, si scontra con la società e alla fine ritorna al convento perseguitato dal fantasma del suo amore infelice.

La regia dell’opera è stata affidata ad Amélie Niermeyer, che ha una ventennale esperienza di assistente regista all’opera di Monaco di Baviera, di cui vi abbiamo parlato lo scorso anno a proposito di Veremonda, l'amazzone d’Aragona di Francesco Cavalli che ha curato per il Festival di Schwetzingen e che noi abbiamo visto allo Staatstheater di Meinz.

La regista tedesca imposta l’allestimento dell’opera  sulla tragedia del ruolo della donna, divisa tra valori religiosi e laici: Leonor non può portare a compimento il suo sogno d’amore con Fernand, entrambe le leggi, quella della Chiesa e quella della società non gli danno alcuna possibilità. Durante l’ouverture i due amanti si incontrano sul palcoscenico vuoto, poi piano piano la scena si riempie con giganteschi blocchi metallici all’interno dei quali traspaiono due grandi catafalchi uno con un crocifisso ligneo, l’altro con la scultura lignea dell’ascensione della Vergine. Poi arrivano i monaci, ognuno dei quali porta una sedia, sedie da chiesa in legno, brutte, ingombranti che rimangono poi in scena per tutto lo spettacolo a ostacolare i movimenti dei solisti e delle masse corali che devono destreggiarsi tra loro. Probabilmente la regista ha voluto rappresentare l’ingombrante e soffocante presenza della religione nell’incedere degli avvenimenti narrati.

Autentica mattatrice della serata Elina Garança, la favorita, l’amante del re di Spagna, che si presenta in scena con una peccaminosa giacca di velluto rosso, occhiali da sole che fermano i capelli biondi (sembrava Catherine Deneuve in “Belle de jour”); vocalmente in ottima forma la mezzosoprano lettone ha cantato la grande aria del terzo atto “O mon Fernand” con grande espressività e con una sorprendente ricchezza di colori.

Il giovani baritono polacco Mariusz Kwiecień (non lo avevamo ancora ascoltato), è un Roi Alphonse elegante, ma un po’ troppo dandy,  forse ha cercato così di sopperire alla voce che richiederebbe, in particolare nei momenti drammatici, più profondità e potenza.

Il tenore americano Matthew Polenzani (lo avevamo ascoltato a Genova nel 2005 in “Così fan tutte”), incarna bene l'immaturo novizio indeciso tra religione e amore; vocalmente molto elegante è ottimo nel registro centrale e nel declamato, anche quello spinto dei momenti più drammatici, ma ha grossi problemi sulle note più acute. Bravo scenicamente ma deludente vocalmente il basso finlandese Mika Kares nel ruolo di Balthazar, bravissima Elsa Benoit (Ines), voce dal bel timbro sopranile, nella seconda scena del primo atto (“Rayons dorés, tiède zéphyre”), contrappunta in modo perfetto con le altrettanto ottime coriste.

Il direttore londinese Karel Mark Chichon (è stato assistente di Sinopoli e Gergiev), ha giustamente esaltato i colori scuri della partitura donizettiana, ha guidato con grande flessibilità i solisti e il coro nei concertati anche se a volte ha un po’ troppo ecceduto nel volume del suono orchestrale . Ottima, come al solito, la prestazione del Coro e dell’Orchestra dell’Opera bavarese.

Al termine applausi entusiasti del pubblico.

Quest’anno al Prinzregententheater di Monaco la nuova produzione del Münchner Oper Festspiele è stata Oberon di Carl Maria von Weber, da tutti conosciuto come il padre del romanticismo musicale tedesco.

C’era molta attesa dopo il successo ottenuto lo scorso anno da Les Indes Galantes di Rameau, di cui vi avevamo ampiamente parlato. Ebbene questa attesa è stata delusa.

Trattandosi di un Singspiele (spettacolo che alterna parti cantate a parti recitate) è stata fatta un’operazione tipo Il flauto magico di Torino 2006 con i recitativi riscritti da Alessandro Baricco. Qui è stato creato un contenitore totalmente inventato, con brani recitati appositamente scritti, all’interno del quale è stata collocata la vicenda narrata. In più quei furbacchioni della direzione artistica hanno tradotto solo le parti cantate, facilmente reperibili su internet in diverse lingue, ma non hanno tradotto le parti recitate penalizzando così i numerosi spettatori stranieri (inglesi, francesi, italiani e giapponesi) parte dei quali nell’intervallo se ne sono andati.

Oberon       (Oberon vola sul nido del cuculo)

Il soggetto dell’opera, andata in scena al Covent Garden di Londra nel 1826 e successivamente tradotta e adattata in lingua tedesca, è tratto da due fonti letterarie: la commedia shakespeariana Sogno di una notte di mezza estate e il poema Oberon di Christoph Wieland (1780). Entrambe le fonti si rifanno a loro volta a una lunga tradizione di testi medioevali.

Brevemente la trama: Oberon, re degli elfi ha litigato con la moglie Titania. I due sposi si sono ripromessi di non riconciliarsi prima di aver trovato una coppia di mortali fedeli, disposti ad affrontare, per amore, ogni insidia. Inizia la favola che racconta le traversie del cavaliere Huon, condannato da Carlomagno a penetrare nella reggia di Bagdad e a baciare in pubblico Reiza, la figlia del Califfo. Huon, aiutato da Scherasmin e dalle magie di Oberon riesce a liberare la fanciulla, i due giovani si innamorano e tra innumerevoli vicissitudini: oceani in tempesta, lidi ostili e seducenti harem, riescono a portare a compimento il loro sogno d’amore. Il suono del corno fatato sancisce la riconciliazione di Oberon e Titania, lieti perché il loro piano è andato a buon fine e il coro finale esalta il valore dell’eroe e la bellezza di Reiza.

L’allestimento dello spettacolo è stato affidato al giovanissimo regista austriaco Nikolaus Habjan (Nestroy Theatre Award 2014 per il teatro di prosa) il quale introduce la favola di Huon e Reiza in un laboratorio di sperimentazione medica con un team di scienziati in camice bianco, coordinati da Oberon, impegnati a brandire siringhe, flebo, schede dei pazienti, ecc. A un certo punto arriva il Cavaliere Huon di Bordeaux, protagonista della favola narrata, in procinto di partire alla volta di Bagdad. Viene preso con la forza da alcuni infermieri, legato su un sedia e trattato con uno di quei caschi utilizzati nei centri psichiatrici. Sembrava Jack Nicholson nel celebre film di Milos Forman “Qualcuno volò sul nido del cuculo”!!!!!   Tra l’altro il personaggio di Puck, che riveste un ruolo centrale negli allestimenti tradizionali, è stato declassato a semplice comprimario e di fatto relegato ai margini dell’azione.

Poi finalmente la favola è iniziata e siamo ritornati alla quasi normalità con delle belle idee registiche e scenografiche, come ad esempio l’utilizzo, per i ruoli dei numerosi comprimari o per quelli solamente recitati, di pupazzi dalle teste molto espressive e corpi materiali svolazzanti, molto ben guidati e doppiati da tre bravissimi attori/cantanti che fanno parte della compagnia diretta dal regista dell’opera. Ma ogni tanto, specialmente quando la favola necessitava del cambio di scena, il laboratorio scientifico si materializzava con le strampalate attività dell’equipe del “prof. Oberon”. La favola si è chiusa con Huon che si è liberato della camicia di forza e con il laboratorio distrutto per un corto circuito.

Anche se non abbiamo capito le numerose parti recitate aggiunte dal regista, in particolare quelle che riguardavano l’attività del laboratorio scientifico, abbiamo notato che la gran parte del pubblico di lingua tedesca, che capiva le battute recitate, non ha praticamente mai riso, mentre le risate più divertite e fragorose ci sono state durante le numerose gags fatte dai conduttori delle maschere e che venivano capite da tutto il pubblico!!!!!!!

La direzione musicale era affidata a Ivor Bolton (direttore principale del Mozarteum di Salisburgo) grande specialista dell’opera barocca, che lo scorso anno aveva riscosso uno straordinario successo con Les Indes Galantes di Rameau che aveva diretto con ritmo e agilità. Quest’anno il direttore inglese, forse perché fuori dal suo genere preferito e probabilmente perché stremato dalle lunghe pause tra un pezzo musicale e l’altro (l’opera è durata circa 30 minuti in più del previsto), ci è parso affaticato e spento così come l’orchestra giovanile dell’opera bavarese, anch’essa distratta dalle lunghe interruzioni.

Protagonista maschile nel ruolo di Huon di Bordeaux, il tenore americano Brenden Gunnell dal cui curriculum risulta abbia principalmente ricoperto ruoli nel repertorio novecentesco, il che ci ha lasciati perplessi in quanto per tutta l’opera ha sforzato tantissimo nel registro acuto. La figlia del califfo era Annette Dasch, in Italia è ricordata per aver sostituito all’ultimo momento la cantante titolare e la sua “cover”, entrambe malate, nel Lohengrin dell’inaugurazione della Scala a Sant’Ambrogio 2012. Soprano lirico dalla voce perfettamente controllata ha ecceduto negli atteggiamenti da primadonna e da soubrette non richiesti dal personaggio di Rezia che deve essere decisa ma nello stesso tempo, dolce, sognatrice e innamorata. Oberon era il tenore Julian Prégardien, grande specialista del repertorio barocco, purtroppo sacrificato dalla regia in un ruolo dove più che cantare doveva recitare. Lo ha fatto diligentemente ma con risultati deludenti. Da citare assolutamente i due comprimari dell’Ensemble dell’opera bavarese: la mezzo-soprano americana Rachael Wilson (Fatima, ancella di Rezia), bravissima vocalmente e scenicamente a riempire la scena e a catturare l’attenzione del pubblico con atteggiamenti provocanti e da consumata soubrette, qui si giustificati dal ruolo ricoperto e il baritono tedesco

Johannes Kammler, un gustoso Scherasmin (aiutante di Huon) sempre alla disperata ricerca della bella e sfuggente Fatima.

Al termine applausi di stima da parte di un pubblico straniero molto contrariato per la mancanza dei recitativi sopra-titolati e di un pubblico tedesco visibilmente perplesso.

La settimana si è chiusa alla grande con due straordinarie prestazioni dei Wiener Philharmoniker, nella prima, venerdì 28, hanno eseguito la nona sinfonia di Gustav Mahler diretti da Bernard Haitink, mentre domenica 30 prova generale di “Lady Macbeth di Mzensk” diretti da Mariss Jansons. Speriamo di riuscirvene a parla prima del ns. rientro in Italia.

Tanti cari saluti, 

Matilde e Fulvio.