Associazione Musicale "G. Rossini"
rossini
Associazione Musicale
"G. Rossini"
Associazione Musicale
"G. Rossini"

28 luglio 2017

Carissimi, come va?

Noi al momento stiamo procedendo come da programma e, la scorsa settimana, nel trasferirci da Baden Baden a Salisburgo, via Monaco, abbiamo fatto un puntatina a Bregenz, sul Lago di Costanza per il Mosè di Rossini, andato in scena al Teatro San Carlo il 5 marzo 1818, considerato uno dei quattro grandi capolavori seri del periodo napoletano.



Bregenzer Festspiele 2017  ---  Mosè in Egitto     (Mosè nel minimondo biblico)
Del Mosé di Bregenz ne parleremo poco, intanto perché, come vi abbiamo suggerito, lo avrete visto in diretta sul satellite (se non lo avete fatto prossimamente ci saranno sicuramente delle repliche), poi perché non ci è piaciuto, soprattutto sotto l’aspetto vocale che in Rossini, come diremo più avanti parlando di Semiramide, è di vitale importanza.

L’allestimento dello spettacolo è stato affidato alla giovane regista olandese Lotte de Beer che con il suo scenografo hanno progettato, su una piattaforma girevole, un paesaggio desertico e sterile che contrastava palesemente con quanto raccontato nella Bibbia di un impero egizio ricco e potente, tanto più che tutti i
partecipanti, compreso il Faraone, erano vestiti come degli eremiti tipo “La vita di Brian di Monty Python”,mentre Mambre, tanto per dare un tocco “intrigante”, era vestito da eunuco! Al centro della piattaforma una grande palla sulla quale venivano proiettate delle immagini che vedevano in gran parte come protagoniste le statuine della Compagnia di Hotel Moderno, con gli addetti della compagnia stessa che agivano sul palcoscenico sia con le statuine ma anche muovendo i cantanti solisti e il coro come se fossero anche loro delle statuine. Proiettate sulla palla si sono viste le piaghe d’Egitto, il fulmine che uccide Osiride, i tormenti del popolo ebraico e, al termine dell’opera, il passaggio del Mar Rosso da parte delle statuine (ebrei) inseguite dalle statuine (egizi) che poi vengono sommerse come da copione.

Goran Jurić, giovane e promettente basso croato, fa parte dell'ensemble della Bayerische Staatsoper dove ricopre ruoli secondari (Timur in Turandot, Il frate in Don Carlo, Il pope in Lady Macbeth, ecc.), ha una bella presenza scenica ma non ha ancora la voce profonda e il declamato imponente e ieratico che richiede la
parte di Mose; il suo antagonista vocale e politico, il basso inglese Andrew Forster-Williams (si esibisce soprattutto in Inghilterra e in Francia) è un indeciso, sia vocalmente che scenicamente, Faraone egizio, mentre è stato deludente l’esordio in un Festival importante e in un ruolo di primo piano del soprano italiano Clarissa Costanzo, la sua interpretazione di Elcia è stata scenicamente credibile, intensa e sensuale ma vocalmente troppo spigolosa. Leggermente migliore, data la maggiore esperienza, la Amaltea del soprano tedesco Mandy Fredrich (fa parte dell'ensemble dell’Opera di Stoccarda), mentre il tenore sudafricano Sunnyboy Dladla, per il nome Sunnyboy e per il colore della pelle, nera, invece che nelMose di Rossini lo avremmo visto meglio in West Side Story di Bernstein!!!!!!!!!!!  Bene i due tenori comprimari: l'energico e brillante Matteo Macchioni (Aronne) e lo scintillante Taylan Reinhard (Mambre).
Precisa ma troppo piatta e monotona la direzione di Enrique Mazzola che fu ospite della ns. Associazione quando, al Teatro Nuovo di Valleggia, presentò l’opera Le comte Ory che diresse al Carlo Felice quando era ancora agli esordi della carriera.

Da Bregenz ci siamo poi trasferiti a Monaco dove, la prima sera, abbiamo visto Semiramide, opera andata in scena alla “Fenice” di Venezia nel 1823, con una cast eccezionale: Joyce DiDonato che debuttava nel ruolo principale, Daniela Barcellona un Arsace ampiamente collaudato, Alex Esposito come perfido Assur, Lawrence Brownlee il Principe Idreno e Simone Alberghini nel ruolo di Oroe; dirigeva Michele Mariotti.

Semiramide, l’apoteosi del “belcanto” Semiramide, leggendaria regina degli Assiri, a cui poeti, pittori e musicisti hanno da sempre attributo una straordinaria bellezza fisica e costumi molto dissoluti, Dante nel V° canto dell’inferno arriva a dire: «a vizio di lussuria fu si rotta, / che libito fé licito in sua legge», è l’opera con la quale Rossini si congeda dall’Italia e da uno stile compositivo che lo aveva reso celebre in tutta la Penisola. 
Qui Rossini – consapevole che il pubblico della Fenice non sarebbe stato pronto  ad accogliere un linguaggio stilisticamente avanzato come quello dei grandi blocchi sonori adottato nei capolavori napoletani, che già aveva avuto difficoltà ad essere del tutto compreso anche dal pubblico partenopeo (ne abbiamo accennato la settimana scorsa parlando del “Maometto II°” di Wildbad) – compie un ripiegamento, ripensando alla grande stagione di Tancredi, rappresentato sullo stesso palcoscenico della Fenice dieci anni prima. Perciò stesso librettista, Gaetano Rossi; stesso autore per la fonte del libretto, Voltaire; reintroduzione di una sinfonia a sipario abbassato (una delle più elaborate e ricche dal punto di vista strumentale); poi solo arie e duetti, senza nessun pezzo d’insieme se non l’introduzione e i due finali. In Semiramide il pesarese raggiunge la perfezione della forma di arie e duetti, impostati tutti, senza eccezione alcuna, sullo schema: tempo di attacco, cantabile, tempo di mezzo e cabaletta conclusiva, ma con la maturazione di dieci anni di intenso lavoro (pensiamo solo all’aria della follia di Assur nel secondo atto (“Deh... ti ferma... ti placa... perdona...”), dove pur all’interno di uno schema formale di assoluta chiarezza, la materia musicale scorre febbrile nella descrizione delle allucinazioni del personaggio (nella elaborazione dei deliri di Macbeth Verdi dovette aver ben presente questo altissimo esempio).
Scusandoci per la lunghezza dell’introduzione non possiamo però fare a meno del contributo dell’autore dell’edizione critica dell’opera, il Maestro Alberto Zedda (memorabili le sue due Semiramide del 1981, Torino: Cuberli/Valentini-Terrani/Furlanetto/Gonzales e Genova: Cuberli/Dupuy/Furlanetto/Gimenez, regia di Pierluigi Pizzi: «La Semiramide, come la maggior parte delle opere di Rossini, particolarmente quelle di genere “serio”, scomparve dai repertori operistici quando il suo autore ancora si trovava nel pieno dell’esistenza perché gli interpreti vocali non erano più capaci di trasformare in emozioni palpitanti gli acrobatismi di un virtuosismo sublime, sostituito da un canto passionale e realistico; e il pubblico, assetato di sentimenti forti in cui riconoscere le proprie storie, non sapeva più abbandonarsi all’edonismo raffinato e intellettuale di un canto artificiale basato su figure musicali astratte quali scale, arpeggi roulades, di per sé incapaci di suggerire un percorso psicologico facilmente comprensibile».

La regia è stata affidata all’americano David Alden, fratello gemello di Christopher Alden di cui abbiamo visto nel 2015 Il turco in Italia al Regio.
Celebre per gli allestimenti moderni alla English National Opera, sconvolse il pubblico londinese quando, nel secondo atto dell’opera Mazeppa di Caikovsky, inscenò il massacro di Kocubej e Iskra con una motosega!!!! All’opera di Monaco lo conoscono molto bene perché è stato uno dei registi di punta nel periodo tra il 1993 e il 2006 quando firmò celebri allestimenti di opere di Händel, Monteverdi, Cavalli, Wagner (Tannhäuser e la tetralogia) e Lulu di Alban Berg. 
L’allestimento di Alden e del suo scenografo è decisamente da propaganda “Kitsch”, tipica dei regimi dittatoriali: in un grande salone con massicce mura monumentali che danno l'impressione di un sistema repressivo, vediamo la gigantesca statua di Re Nino con il braccio proteso ad indicare al popolo il cammino da seguire verso un glorioso futuro, il ricordo va subito al dittatore coreano Kim il Sung; sulle due pareti laterali vediamo, da una parte Re Nino con Semiramide, dall’altra i due con il figlio Ninia, inevitabile pensare all’ultimo scià di Persia prima dell’arrivo dell’ayatollah Komeini; sulla parete centrale sempre Re Nino con sullo sfondo un grande lago e alte montagne, e qui pensiamo ad uno di quei dittatori delle Repubbliche asiatiche ai tempi dell’Unione Sovietica: Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, scegliete voi!!!!!! 
Quindi, al centro della rappresentazione troviamo i drammatici conflitti tra amore, religione e potere. La Principessa Azema che viene corteggiata da ben tre pretendenti, il Capo dei Magi Oroe che sa tutto di tutti e trama nell’ombra, il gioco al massacro (consumato in camera da letto) tra i due amanti assassini, Semiramide e Assur e altre situazioni fortemente drammatiche ma anche con brevi inserti comici come l’ironia sulle tradizioni folkloristiche indiane rappresentate nell’entrata in scena del Principe Idreno. 
Secondo noi tutto questo può anche andare bene a condizione che nei momenti topici dell’opera: la cavatina di Arsace, l’aria di entrata di Semiramide, la scena della follia di Assur, l’aria di bravura di Idreno, ecc., l’azione si fermi lasciando ai cantanti il centro della scena con i loro acrobatismi virtuosistici e al pubblico l’ascolto estasiato di scale, arpeggi e roulades. Invece durante la cabaletta di Arsace si sono visti arrivare in scena i macchinisti che hanno spostato, facendo anche rumore, la statua gigante del dittatore e durante la cavatinadi Semiramide, a un certo punto è comparso il bambino della foto gigante che siè messo a giocare con un cavallo a dondolo. Chi avrebbe potuto salvarsi da queste strampalate idee registiche è stato Assur nella scena della follia, ma lì ci ha pensato il pubblico che ha applaudito al termine del cantabile mentre il Maestro stava per dare al coro l’attacco del tempo di mezzo!!!!!!!!!

La direzione musicale era affidata all’italiano Michele Mariotti (figlio del soprintendente del R.O.F. di Pesaro), attualmente uno dei massimi esecutori del repertorio rossiniano. La sua conduzione dell’orchestra  è straordinaria riesce a trarre dal complesso bavarese sfumature e colori tipicamente italiani, conduce i cantanti con precisione e con una leggerezza fluttuante che, assecondata dalla bravura dei solisti, seduce l’ascoltatore. I tagli sono stati contenuti, circa 20minuti: la prima aria di Idreno, il dialogo tra Oroe e Assur e, nel secondo atto, l’aria di Mitrane e il coro seguente.
Straordinario il cast vocale: Simone Alberghini (Mustafà nell’Italiana in Algeri al Priamar nel 2011, altri tempi!!!!!!!) è un Oroe dalla voce profonda, ieratica; guida e manipola bene i suoi discepoli nel tentativo di condizionare le sorti politiche del Regno; Alex Esposito, dopo essersi affermato nei ruoli comici (Leporello, Belcore, Figaro), sta esplodendo anche nel repertorio drammatico,  distinguendosi come un basso/baritono dalla voce potente e dalle variegate sfumature, eccezionale nella scena della follia è stato un Assur da ricordare a lungo.

Di ottima levatura anche l’Idreno del tenore americano Lawrence Brownle, al quale hanno però tagliato l’aria del primo atto. Pare oramai consolidato che la tagliò già Rossini durante le prove e non fu eseguita alla “prima” veneziana, ma con un tenore di questa levatura sarebbe stato bello poterla ascoltare.

Vere mattatrici della serata sono state Daniela Barcellona (Arsace) dalla straordinaria coloratura virtuosistica e Joyce DiDonato, la regina del bel canto, che debuttava come Semiramide: voce morbida e suadente nei cantabili; appena udibile nei pianissimo; forte, potente ed espressiva quando si rivolge furiosamente ai suoi avversari; ineguagliabile nella coloratura, pura ghirlanda di canto ornamentale, virtuosismo da leggenda che si è insinuato nel profondo dell’anima del pubblico  che altermine è esploso con applausi prolungati, urla di consenso e di gioia, decretando per lei un autentico trionfo.
Impossibile, all’uscita dal Teatro, non pensare alle parole di Rodolfo Celletti, uno dei massimi esperti di vocalità, che nella sua “Storia del bel canto”, a proposito di Semiramide dice: «L'ultima grande opera della tradizione barocca……. forse la più bella, la più fantastica, la più completa, ma irrevocabilmente l'ultima».

Lady Macbeth di Mzensk Dopo esserci “abbandonati all’edonismo raffinato” di Semiramide, la sera seguente siamo precipitati nella cruda realtà della vita vissuta con Lady Macbeth di Mzensk di Dmitri Šostakovic. L’opera fu oggetto di una conferenza, tenuta dall’attuale Presidente Prof. Tortarolo, in occasione della gita sociale al Maggio Musicale Fiorentino del 2008, dove fu allestita con la bellissima regia di Lev Dodin e la direzione musicale di James Conlon, attuale direttore principale dell’Orchestra RAI di Torino e profondo conoscitore dell’opera da cui ha tratto una suite da concerto.
Lady Macbeth di Mzensk, basata su una novella di Nikolaij Leskov, venne rappresentata a Leningrado e a Mosca nel 1934. Il suo allestimento scatenò le accese critiche da parte dei portavoce ufficiali del governo, che considerarono il linguaggio di Šostakovic poco comunicativo e troppo sofisticato dal punto di vista della ricerca strutturale. Dopo l’accusa formulata da Zdanov con il famoso articolo “Caos anziché musica”, pubblicato sulla “Pravda” il 28 gennaio 1936, l’opera fu ritirata e Šostakovic non scrisse mai più opere teatrali.


Brevemente la trama: Katerina è infelicemente sposata con Zinovi, figlio di una ricca famiglia di mercanti. Trascorre una vita di noia e di umiliazioni da parte del suocero Boris che tenta anche di averla approfittando dell’assenza per lavoro del figlio. La donna è facile preda del bel Sergej, dipendente della ditta, del quale si innamora perdutamente. Scoperti dal suocero Boris questi frusta a sangue Sergej e Katerina per vendicarlo avvelena il suocero. I due amanti trascorrono assieme lunghe notti e quando il marito Zinovi rientra improvvisamente lo uccidono e nascondono il cadavere in cantina. Zinovi è dato per disperso così i due amanti sono liberi di sposarsi. Ma proprio il giorno del matrimonio, un ubriaco scopre il cadavere di Zinovi e chiama la polizia. I due sono arrestati e deportati in Siberia. Durante il viaggio Katerina corrompe una guardia perché le permetta di passare la notte con Sergej, ma lui la considera ormai solo una fonte di disgrazie ed è invece attratto da un’altra detenuta più giovane, Sonetka.

Tutti si prendono gioco di lei: Katerina, disperata, si getta nel fiume trascinando con sé la rivale. Le due donne annegano, mentre i deportati riprendono la marcia.


La regia era del grande Harry Kupfer, ottantunenne Maestro tedesco (di lui ricordiamo il bellissimo Parsifal del 2004 al Carlo Felice, direttore Michael Jurowski).
Kupfer e il suo scenografo ci presentano, come di consueto scene monumentali: nel primo atto siamo in un gigantesco capannone di una fabbrica fatiscente che rende perfettamente l’idea dell’ambiente in cui Katerina è relegata da cinque anni.
Al centro, in un cubo che si solleva in senso verticale, è collocata la camera da letto di Katerina, dove lei trascorre le sue giornate, prima tra la noia, le umiliazioni e il disinganno ma poi, dopo l’arrivo di Sergej, le notti d’amore, di passione e di gioia. Tutto intorno grandi passaggi praticabili asimmetrici comunicanti tra loro con scale impervie. Nella seconda parte il cubo sparisce per i preparativi del matrimonio e ricompare per rappresentare il grottesco ufficio di polizia dove gli amanti assassini vengono denunciati. Infine il cubo scende sotto il pavimento del palcoscenico formando una fossa dove sono collocati i deportati, primo stadio verso l’inferno dei lavori forzati in Siberia e della morte per Katerina, con sullo sfondo un immenso lago e un immenso cielo.

L’Orchestra della Staatsoper, per l’occasione in formazione completa (la buca era insufficiente a contenere il grandioso organico orchestrale e gli ottoni erano collocata in ben quattro  delle barcacce che si affacciano sul palco), era guidata dal suo direttore principale Kirill Petrenko, che ha saputo ben guidarla nell’audace mix di stili previsti dalla partitura, spesso sorprendentemente lirica con passaggi poetici e commoventi; brillante, scintillante e grottesca nella scena dell’ubriaco, dell’Ufficio di Polizia e del Pope ubriaco che impartisce l’estrema unzione a Boris; profondamente drammatica nei momenti topici della vicenda che Petrenko affronta con durezza, senza compromessi e senza perdere in energia ma mai portandola alle estreme conseguenze. Straordinaria l’interpretazione di Anja Kampe, già applauditissima Walkiria al Festival Salisburghese di Pasqua. In un ambiente dominato dagli uomini, così inesorabile, così grottesco, vile e pieno di violenza, l'omicidio è per Katerina l'unica forma di libertà che le rimane e la soprano tedesca ben rappresenta questa donna vittima dell’ambiente in cui vive e al termine il pubblico non può fare a meno di schierarsi e solidarizzare con lei nonostante i ripetuti delitti.

Altrettanto straordinaria sotto il profilo musicale con la voce dai colori caldi nei passaggi più lirici, potente e ben misurata nei momenti più intensi e drammatici.
Una performance fantastica! Accanto a lei Misha Didyk (Sergei), tenore russo dalla voce luminosa e brillante che gestisce in modo non del tutto perfetto. L’anziano e glorioso basso russo Anatoli Kotscherga (in passato grandissimo Boris Godunov, Chovànskij e Kocubej) è un Boris vocalmente meno energico del male che ben rappresenta nella sua interpretazione del bieco suocero. Tutti da applaudire i comprimari che fanno parte dell’Ensemble del Teatro, e le masse corali magnificamente gestite dal grande regista.
Applausi e ripetuti richiami in scena da parte del pubblico entusiasta.

Bene, questa settimana è molto intensa, abbiamo già visto a Salisburgo la prova  generale de La clemenza di Tito e non siamo rimasti particolarmente entusiasti del direttore Teodor Currentzis (dal prossimo anno direttore principale della SWR Symphony Orchestra di Stoccarda), che ci ha lasciato molto perplessi anche nel Requiem mozartiano che abbiamo visto e ascoltato in diretta televisiva. Il Maestro greco, con la sua Orchestra “musicaAeterna” ha affrontato l’ultima partitura mozartiana, da egli stesso revisionata, molto bene scenicamente, quasi una rappresentazione “semiscenica”: tutti gli orchestrali e i coristi vestiti uguale e di
nero “monastico”, tutti in piedi, ad eccezione dei violoncelli, il direttore, anche lui vestito di nero, che dirigeva, come in un rito, in modo “sacerdotale” con una leggerezza quasi aerea ma con un ritmo lento, lento, lento che a noi ha lasciato alquanto perplessi.
A Monaco abbiamo anche visto La favorite con un’altra straordinaria primadonna: Elina Garança. Se ci riusciamo ve ne parleremo la prossima settimana.

Tanti cari saluti,

Matilde e Fulvio