Associazione Musicale "G. Rossini"
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"G. Rossini"

18 luglio 2017

Carissimi, come va?

Lo scorso fine settimana abbiamo partecipato per la seconda volta al Festival “Rossini in Wildbad – Belcanto Opera Festival” che dal 1989 si svolge in questa piccola località termale del Baden Württemberg in mezzo alla Foresta Nera.

Ricordiamo che nel 1856 Gioacchino Rossini trascorse a Wildbad un periodo di cura e riposo. Il medico delle terme che lo seguì si chiamava Schönleber proprio come l’inventore del Festival di cui ne è anche Sovrintendente, regista e animatore e a cui va il merito di aver portato il festival a un livello tale da renderlo uno degli appuntamenti estivi più importanti per gli amanti del belcanto.

Le rappresentazioni delle opere avvengono in due sale ubicate tra il centro storico della cittadina  e il grande parco delle terme. Una la Trinkhalle (il salone dove normalmente si beve l’acqua termale), è una sala moderna tutta rivestita di legno dipinto di bianco, abbastanza grande (circa 480 spettatori), adattata a teatro in occasione del Festival. La seconda sala è lo storico Königliches Kurtheater (1867), dalla capienza limitata a circa 200 posti. I due palcoscenici sono di ridotte dimensioni, privi di quinte e dei tradizionali macchinari teatrali e non danno grandi possibilità ai registi e agli scenografi di sviluppare la loro fantasia. Quindi le opere vengono di fatto rappresentate in forma semiscenica oppure in forma di concerto.

Direttore artistico e direttore principale del Festival è l’italiano Antonino Fogliani, siciliano ma bolognese di adozione, che ha diretto in importanti teatri italiani ed esteri. Noi, dopo lo scorso anno a Wildbad, lo abbiamo ascoltato a Monte Carlo dove ha diretto la “Maria Stuarda” di Donizetti.

L’orchestra del Festival “Virtuosi Brunensis” è composta da musicisti, in gran parte giovani, provenienti da due orchestre della città di Brno in Moravia mentre il coro, “Bachchor Poznan” composto da una ventina di elementi, proviene dalla città di Poznan in Polonia. Sono già diversi anni che questi due complessi artistici partecipano al Festival e questo da una certa garanzia di continuità alla direzione musicale come ha sottolineato, in un’intervista, il M° Fogliani. 

Per tutte le opere in programma viene stampato il libretto nella lingua originale dell’opera con testo a fronte in tedesco e in inglese, mentre i sopra-titoli sono nella lingua originale e in tedesco.

Quest’anno erano in programma cinque opere: “L’occasione fa il ladro” (che non abbiamo visto), “Aureliano in Palmira”, “Maometto II°”, “Eduardo e Cristina” di Rossini e un’opera di Manuel Garcia (padre) “Le cinesi” su libretto di Pietro Metastasio.

Aureliano in Palmira

L’opera, andata in scena al Teatro Alla Scala nel 1813, non riuscì a ripetere il successo ottenuto l’anno precedente con “La pietra del paragone”. Viene spesso ricordata solo per la controversa attribuzione del libretto (Romanelli o Romani?), che qui non approfondiamo per ragioni di spazio, e per il presunto litigio tra G.B. Velluti, il “musico” interprete del ruolo di Arsace, e Rossini che, irritato dalle ampollose fioriture belcantistiche improvvisate dal celebre cantante, avrebbe da allora deciso di stenderle di proprio pugno. Come di consueto Rossini utilizzerà brani di “Aureliano” come “auto imprestiti” per opere successive. Il più celebre è la sinfonia introduttiva che, passata dapprima all’Elisabetta regina d’Inghilterra, divenne in seguito quella ufficiale e universalmente conosciuta de Il barbiere di Siviglia.

L’opera venne riscoperta dall’Opera Giocosa, la prima rappresentazione in tempi moderni ha avuto luogo nel settembre 1980 a Genova con repliche anche a Savona. Al Teatro Chiabrera è stata presentata in una nuova produzione nel 1991.

Il soggetto tratta della rivalità tra Aureliano e Arsace per la bella Zenobia innamorata di quest’ultimo. Solo dopo avere inutilmente imprigionato il rivale e mosso una guerra vittoriosa a Palmira, l’imperatore, ammirato dall’indissolubile legame tra i due amanti, li perdonerà lasciandoli liberi.

L’opera, presentata in forma di concerto, era diretta da Miguel Perez-Sierra considerato uno dei direttori più importanti della sua generazione, grande specialista rossiniano è stato allievo e collaboratore di Gabriele Ferro, Gianluigi Gelmetti, Alberto Zedda e Lorin Maazel. Nato a Madrid, ha conquistato l’attenzione internazionale dopo essere diventato il più giovane direttore sul podio del Rossini Opera Festival di Pesaro, dove nel 2006 ha diretto Il Viaggio a Reims. Molto preciso, professionale, espressivo, ha ben condotto coro e solisti nei concertati, non è sempre riuscito però a contenere l’orchestra dalle sue “pulsioni bandistiche” perdendo pulizia e raffinatezza nell’esecuzione.

Silvia Dalla Benetta, da diversi anni  una delle prime donne del Festival, una carriera decennale tutta sviluppata nei teatri della provincia italiana, è stata una Zenobia dalla voce potente e ben impostata che tende però ad eccedere un po’ troppo nel registro acuto. Juan Francisco Gatell, tenore argentino (lo avevamo ascoltato agli esordi della carriera, durante la gita al Festival di Salisburgo, quando partecipò al “don Calandrino” di Cimarosa diretto da Muti), è un Aureliano dal bel timbro tenorile, tiene bene le note alte nella cavatina d’esordio, mentre ha qualche incertezza nell’agilità vocale che richiede l’aria del secondo atto. Marina Viotti (Arsace) ha esordito nel prestigioso coro della Wiener Staatsoper per poi passare alla carriera solistica che sviluppa principalmente nei teatri francesi e svizzeri. Mezzosoprano dall’estensione molto acuta, nella prima parte ha avuto qualche difficoltà sulle note gravi che ha brillantemente superato nella seconda parte con una prestazione veramente straordinaria. E’ giovane e con un ottimo futuro davanti. Buona la prestazione del coro polacco.

Sala quasi piena, molto entusiasmo e molti applausi da parte del pubblico.

Le cinesi   

Musicista molto versatile e ricco di talento Manuel Garcia è stato compositore, tenore e insegnante di canto. Compose oltre quaranta opere liriche di cui trenta rappresentate. Impregnato di belcanto, totalmente immerso nella macchina teatral-musicale di Rossini, Garcia compositore è stato a lungo relegato al ruolo di epigono rossiniano a danno di una personalità che una lenta ma progressiva riscoperta sta portando alla giusta luce.

Come cantante è diventato immortale nella storia del melodramma per aver interpretato il primo Conte di Almaviva nel rossiniano Barbiere di Siviglia; tra i suoi allievi più celebri figurano i suoi tre figli: Manuel Garcia, baritono e insegnate di canto (autore di un trattato sulla vocalità); Maria Malibran-Garcia, cantante di straordinaria estensione e dalla fama leggendaria, rimasta intatta anche dopo la prematura scomparsa avvenuta a soli 28 anni per una caduta da cavallo; Pauline Viardot-Garcia, mezzosoprano (Saint-Saёns dedicò a lei il suo capolavoro Samson ed Dalila), pianista (fu allieva di Liszt) e compositrice (scrisse opere liriche, canzoni e brani da camera).

 Nella prima metà del ‘700, in un’Europa già orientata al gusto rococò, i resoconti diretti o indiretti dei viaggi dei gesuiti in Oriente alimentarono la curiosità, quasi la frenesia, nei confronti del lusso e delle delizie del mondo cinese. Uscirono pubblicazioni dedicate al mondo e alla cultura cinese e fu tradotta in francese la tragedia “L’orfano della famiglia Zhao”, originaria del XIII° secolo, considerata uno dei primi esempi di teatro musicale cinese. A questo soggetto si ispirò anche Pietro Metastasio per la stesura del dramma “L’eroe cinese” (1753) che ha a sua volta ispirato gli omonimi lavori di teatro musicale di Galuppi, Hasse, Giordani e Cimarosa.

Metastasio, già da cinque anni “poeta cesareo” presso la corte di Vienna, scrisse il libretto de Le cinesi poi musicato da Antonio Caldara, per i festeggiamenti del carnevale 1735. Il libretto - che nella prima stesura prevedeva tre personaggi femminili, portati a quattro con l’aggiunta di un personaggio maschile, su richiesta del grande “Farinelli” - prima di Garcia fu musicato da almeno altri otto musicisti tra i quali Conforto, Jommelli, Astarita, Millico e Cedronio. L’edizione più celebre fu quella del 1754, musicata da Gluck, appena nominato Kappelmeister a Vienna, rappresentata a Schlosshof, residenza del principe Giuseppe Federico di Sassonia, per rendere omaggio alla visita dell’imperatrice Maria Teresa.

Ne Le cinesi il contesto geografico è in realtà indefinito, la Cina diventa la generale metafora della distanza fisica e culturale dalla quale rileggere usi e costumi del proprio ambiente, nella propria epoca. Qui infatti l’unico personaggio maschile, Silingo, rientrato da un viaggio in Europa, esalta la modernità e l’emancipazione delle donne francesi rispetto a quelle cinesi.

In breve la trama: All’ora del tè Lisinga è in casa con le amiche Sivene e Tangìa. Entra improvvisamente Silango, fratello di Lisinga, la quale è sgomenta per la presenza di un uomo nel gineceo. Il fratello, reduce da un viaggio in Europa, la tranquillizza: ciò che pare follia in Cina è pura normalità in Occidente, lì le donne sono libere in casa e fuori. Per passare il tempo si decide che ciascuno rappresenti una scena teatrale a scelta. Lisinga sceglie la tragedia e interpreta Andromaca, rimasta vedova di Ettore, disperata davanti alle pretese di Pirro che minaccia, in caso di rifiuto, di uccidere il figlio Astianatte. Sivene sceglie la pastorale e racconta del pastore Tirsi, addolorato perché la pastorella Licori non ricambia il suo amore e disdegna la sua sofferenza. Infine la commedia: Tangìa, pensando a Silango, si propone nei panni di un giovane appena tornato da Parigi che critica la rozzezza dei modi del suo paese rispetto all’elegante e inconfondibile stile parigino delle Tuileries. L’opera si conclude con i quattro personaggi che danzano allegramente.

Rientrato a Parigi alla fine della carriera per dedicarsi alla didattica, Garcia concepì Le cinesi come opera laboratorio di fine corso per i suoi studenti che la eseguirono all’interno della sua “Accademia”. Le voci sono quattro (due contralti, soprano e tenore) con accompagnamento musicale del pianoforte, senza alcuna veste orchestrale. La parte pianistica non ha alcuna velleità, limitandosi a svolgere una mera funzione di accompagnamento, tutto è affidato al timbro vocale, mentre la compresenza dei vari registri drammatici è un ottimo espediente, sia musicale che didattico, dove il maestro e gli allievi sono tutti impegnati in un saggio di molteplici abilità.

In conclusione citiamo testualmente Fiorella Sassanelli, l’autrice del saggio da cui abbiamo attinto le notizie che vi abbiamo sopra fornito: «…. Le cinesi non sono solo un compendio di teatro musicale, ma un ponte che unisce settecento e romanticismo, il primo evocato dalle tre distinte situazioni teatrali, il secondo chiaramente espresso da un linguaggio musicale che non sa mai di Cina, e che piuttosto racconta con una scrittura belcantistica una delle più felici pagine della storia musicale italiana….». 

L’allestimento, una coproduzione con il Maggio Fiorentino che ha già rappresentato l’opera a ottobre dello scorso anno, è stato curato dal Sovrintendente e Direttore artistico del Festival di Wildbad Jochen Schönleber, che ne ha fatto uno spettacoli agile, piacevole, tutto basato sull’interpretazione scenica e vocale dei giovani e promettenti solisti che provengono dall’Accademia del Maggio Fiorentino e dalle due master class che tengono a Wildbad Lorenzo Regazzo e Raúl Giménez.

Maometto II°    (Tra amore e dovere)

Ultimo dei quattro capolavori seri napoletani, Maometto II°, composta su libretto di  Cesare della Valle che scelse come soggetto la propria tragedia Anna Erizo, tratta della guerra tra Turchi e Veneziani e la caduta di Negroponte nel 1476.

Con Maometto II° Rossini attua una straordinaria svolta stilistica, che non è possibile approfondire in  questa sede, con il superamento degli schemi formali dell’opera lirica così come erano stati codificati in passato. Alla prima esecuzione (Teatro San Carlo, 3 dicembre 1820) l’opera cadde: Rossini si era spinto al di là delle possibilità di comprensione del pubblico napoletano. Forse anche in seguito a questo insuccesso, nel 1826, oramai stabilitosi a Parigi, compose la versione in lingua francese con il titolo Le Siège de Corinthe che andò in scena all’Opéra di Parigi.

L’allestimento è stato curato, come per “Le cinesi”, da Jochen Schönleber, factotum del Festival che ha saputo ben sfruttare i ridotti spazi del palcoscenico della Trinkhalle e muovere il coro e i solisti in modo appropriato.

Da un taglio naturalistico alla sua regia scegliendo un approccio astratto piuttosto che storico della vicenda narrata. Da alle truppe di Maometto un tocco orientale e al protagonista una divisa coloniale indistinguibile da quelle dei colonizzatori veneziani. Anna indossa un lungo abito bianco, che sottolinea la sua purezza e innocenza. La scena è diviso in due, sul lato sinistro la parte esterna, una passerella che si estende obliquamente all’indietro a rappresentare gli spalti della città fortificata e sotto le catacombe dove si rifugiano i veneziani assaliti. Sul lato destro una parete ruotante consente cambi di scena rapidi per le scene interne di più raccolta intimità. Si vede la camera di Anna, poi un muro di pietra grigia, che rappresenta la tomba della madre di Anna, dove Anna con il gesso da disposizione affinché tutti si devono sacrificare per salvare la città, più avanti il muro è coperto con panni rossi a rappresentare la magnifica tenda dove Maometto ha portato Anna nella speranza di conquistare il suo amore. Al termine dell’opera con il suicidio di Anna tutti i tre uomini convergono intorno a lei: Maometto solleva in braccio il corpo oramai esanime della donna, Calbo si inginocchia davanti a lei e prega, mentre il padre Paolo Erisso, con qualche esitazione, si allontana per la disperazione ma anche con un pizzico di cattiva coscienza.

Mirco Palazzi (Figaro di Mozart al Regio nel 2015) affronta con coraggio e disinvoltura la difficile parte del condottiero moro anche se, a nostro parere, non ha ancora la maturità per sostenere questo impervio ruolo.

Elisa Balbo, soprano ligure di Ospedaletti, laureata alla Bocconi ha preferito la carriera artistica di cantante lirica, interpreta molto bene il ruolo della sfortunata eroina femminile Anna. Timida e vulnerabile all’inizio, acquista via via, forza, determinazione e carisma, chiudendo come una martire eroica che affronta senza paura la morte. Vocalmente è un po’ fredda nella cavatina iniziale, ma poi cresce ottenendo un caloroso successo al termine della rappresentazione. Il generale Calbo, ruolo “en travesti”, era il giovane contralto russo Victoria Yarovaya che ha conquistato il pubblico grazie a una tecnica solidissima e un timbro vocale, morbido e accattivante. Affronta con coraggio gli impervi salti di ottave della grande aria del secondo atto (“Non temer: d'un basso affetto”) con voce calda e  vellutata e ben sottolinea i suoi profondi sentimenti per Anna e la assoluta fiducia nella sua innocenza. A lei sono andati i consensi maggiori del pubblico. Merto Sangu, tenore turco, allievo della Scuola dell’Opera Italiana a Bologna (canta abitualmente all’Opera di Dresda e di Berlino ma si è più volte esibito in Italia: Roma, Palermo, Festival della Valle d’Itria, Circuito Lombardo), ha affrontato il ruolo di Erisso con voce generosa, luminosa e flessibile; bene gli impervi acuti a sottolineare la durezza di cuore del padre, un pò lento nei momenti in cui era richiesta una certa agilità vocale.

Antonino Fogliani, direttore principale del Festival, ha diretto la difficile partitura rossiniana con grande passione ed equilibrio ma con tempi forse un po’ troppo lenti. Ha seguito molto attentamente  i solisti e il coro; ben concertato il cosiddetto “terzettone”.

Al termine calorosi applausi ed entusiasmo da parte del pubblico che ha riempito in ogni ordine di posto la sala.

 Domenica 16, come suol dirsi “la musica è cambiata”. E’ infatti salito sul podio del Festival di Wildbad per dirigere “Eduardo e Cristina”, Gianluigi Gelmetti che i ns. Soci ben conoscono perché negli ultimi anni ha ricoperto la carica di direttore artistico dell’Orchestra di Monte Carlo. Il direttore romano, allievo di Franco Ferrara e Sergiu Celibidache, a sua volta Maestro del direttore principale del Festival Antonino Fogliani, è stato chiamato per l’esecuzione in forma di concerto e l’incisione discografica (etichetta Naxos) dell’opera Eduardo e Cristina.

Eduardo e Cristina

All’inizio del 1819 Rossini, dovendo onorare un contratto con il Teatro S. Benedetto di Venezia, comunicò all’impresario che, non avendo il tempo di scrivere un’opera nuova, avrebbe adattato alle esigenze del nuovo libretto brani ancora sconosciuti a Venezia e infatti, rielaborò tre partiture precedenti: Adelaide di Borgogna, Ricciardo e Zoraide e Ermione. Si adattò alle nuove esigenze il libretto di Giovanni Schmidt, scritto in origine per l’opera di Stefano Pavesi, Odoardo e Cristina (Napoli 1810). Il risultato è un pastiche, con 19 brani adattati su 26, soltanto poche scene di collegamento e alcuni brevi brani furono composti appositamente. Questa pratica si chiamava “centone” ed è una costante nella storia dell’opera.

Brevemente la trama: Eduardo, comandante delle armi di Svezia viene accolto trionfalmente dal re Carlo a Stoccolma. Nel medesimo giorno il sovrano concede la mano della figlia Cristina al principe Giacomo. Cristina, già segreta sposa di Eduardo, si incontra con questi che le propone, insieme al loro figlio Gustavo, la fuga. Mentre si preparano le nozze viene scoperto il piccolo, di cui Cristina si proclama madre tacendo il nome del padre. Si presenta quindi Eduardo che rivela la propria paternità. Cristina ed Eduardo vengono condotti in carcere; ella rifiuta la proposta paterna di un matrimonio con Giacomo, che riconoscerebbe Gustavo. Eduardo viene liberato dall’amico, il capitano Atlei e assieme respingono un improvviso attacco sferrato dai russi: sconfitti i nemici, Eduardo consegna la spada al re che, commosso, perdona gli sposi.

Nonostante l’accoglienza trionfale l’opera non entrò mai in repertorio, ebbe una diffusione piuttosto limitata e scomparve ben presto dai teatri. L'unica esecuzione moderna ha avuto luogo nel 1997 proprio qui a Wilbad mentre al Rossini Opera Festival di Pesaro non è mai stata rappresentata.

Coprotagonista nel ruolo “en travesti” di Eduardo, il mezzosoprano Laura Polverelli, che noi e i Soci della Rossini conoscevamo più per i ruoli brillanti: straordinaria Dorabella nella mitica gita sociale a Ferrara per il Così fan tutte diretto da Claudio Abbado o gustosissima, anzi gustosissimo Isolier, in una delle più belle produzioni del Carlo Felice dei tempi d’oro, Le comte Ory con Florez e la regia di Pierluigi Pizzi.

Qui in un ruolo eroico ha dimostrato la sua grande personalità e l’assoluta bravura incantando il pubblico che ha accompagnato la sua prestazione con calorosi applausi. Cristina era Silvia Dalla Benetta, di cui vi abbiamo già parlato a proposito dell’Aureliano, mentre Carlo, re di Svezia era il tenore inglese Kenneth Tarver, lanciato da Claudio Abbado nel 1998 nell’indimenticabile “Don Giovanni” di Aix-en-Provence (regia di Peter Stein), la cui voce in questi vent’anni ha acquistato potenza e profondità, in particolare nel registro centrale dove sottolinea molto bene la spietatezza del re svedese, ma ha perso molto della limpidezza e dell’agilità del Don Ottavio di Aix. Completava il cast vocale il giovane e interessante basso kazako Bauzhan Anderzhanov (fa parte dell’Ensemble del Teatro di Essen e in Italia ha cantato al Festival Pergolesi-Spontini), al quale hanno tagliato, per ragioni filologiche, l’aria del secondo atto, perché forse è stata presa dall’opera di Pavesi da cui è stato adattato il libretto.

Come abbiamo detto in premessa dirigeva Gianluigi Gelmetti che ha sopito del tutto gli impulsi bandistici della giovane orchestra di Brno, mantenendo nella buca una temperatura drammatica elevata  che ha ben bilanciato la staticità dell’esecuzione in forma di concerto. Molto curati i dettagli strumentali, giusto il ritmo, mai una battuta d’arresto da far perdere la tensione emotiva agli spettatori. Una esecuzione decisamente maiuscola che riascolteremo molto volentieri sul CD di prossima pubblicazione.

Sala piena per i due terzi della capienza, grande entusiasmo e ripetuti applausi per gli esecutori e per il direttore.

Bene, noi stiamo concludendo il soggiorno a Baden Baden e giovedì ci trasferiremo prima a Bregenz per “Mosè in Egitto” (dovrebbero trasmetterlo in diretta su Sky), poi a Monaco e infine al Festival di Salisburgo.

Tanti cari saluti, 

Matilde e Fulvio