Associazione Musicale "G. Rossini"
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"G. Rossini"
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"G. Rossini"

Baden Baden - 5 luglio 2017

Carissimi,

siamo ritornati a Baden Baden per il Sommerfestspiele 2017 che quest’anno risulta troppo dilatato nel tempo e un po’ disomogeneo nei programmi, con una prima parte dal 6 al 9 luglio (La clemenza di Tito e un concerto della Chamber Orchestra of Europa); un intermezzo di danza il 15 luglio e una seconda parte dal 20 al 23 luglio con il Teatro Marinskji di San Pietroburgo diretto da Valery Gergiev (Eugenio Onegin più due concerti). Noi rinunceremo alla seconda parte perché impegnati in altre sedi di cui vi diremo al momento opportuno.

Cercando tra i cartelloni dei Teatri d’opera presenti a distanze accessibili (Karlsruhe 40 Km, Bad Wildbad 50 Km.; Mannheim, Stuttgart e Freiburg 100 km.), abbiamo stilato un programma che prevede la visione e l’ascolto delle opere: “Genoveva”; “La dama di picche”; “Adriana Lecouvreur” e “Cinderella”; oltre al “Belcanto Opera Festival – Rossini in Wildbad” con quattro titoli: “Aureliano in Palmira”, “Maometto II°”, “Eduardo e Cristina” e “Le cinesi” di Manuel Garcia, padre della celeberrima Maria Malibran.

Genoveva  di Robert Schumann  (La donna addolorata e lo psicopatico)

Venerdì 30 giugno siamo andati al Nationaltheater di Mannheim, di cui vi abbiamo ampiamente parlato lo scorso anno, a vedere “Genoveva” di Robert Schumann, un’opera che non avevamo mai ascoltato e di cui conoscevamo solamente il titolo.

Unica opera composta dal Maestro di  Zwickau è considerata uno dei più famosi fallimenti nella storia della musica. Andata in scena per la prima volta allo Stadttheater di Lipsia il 25 giugno 1850 con la direzione dell'autore, ebbe tiepida accoglienza e neppure in seguito ha goduto dei favori del pubblico. Una possibile ragione è da attribuire agli squilibri del libretto, nel quale si ravvisa la compresenza di parti di testo di Robert Reinick (l’amico letterato e pittore cui Schumann aveva originariamente affidato la prima stesura), di Ludwig Tieck (Vita e morte di Santa Genoveva), di Friedrich Hebbel (Genoveva) e dello stesso compositore.

L’opera si colloca a pieno titolo nell’alveo della nascente opera romantica tedesca. Di tale modello condivide infatti tutti i principali tratti distintivi: la scrittura orchestrale, densa e preminente su quella vocale; la caratterizzazione sinfonica dei personaggi (leitmotive); la vocalità, impostata sulla libera declamazione del testo; il rifiuto delle forme chiuse e la preferenza per forme fluide; l’argomento di natura leggendaria, medioevale, cavalleresca; la predilezione per l’elemento fantastico-magico-demoniaco; la finalità etica; la sconfitta delle forze del male. Uno dei rilievi critici è la mancanza di una definizione psicologicamente approfondita dei personaggi: a parte Golo, di cui è sufficientemente delineata la contraddittoria figura di amante respinto, vendicativo e  crudele; difficilmente la musica riesce a tratteggiare adeguatamente la malvagità di Margaretha, la nobiltà di Siegfried e la bontà di Genoveva. Un’altra critica consiste nella mancanza di pagine di facile presa; trattandosi di un’opera essenzialmente sinfonica, non è un caso che la pagina più famosa sia l’ouverture nella quale riecheggiano i Leitmotive principali (l’amore di Golo per Genoveva, la rabbia di Golo per il rifiuto, il trionfo del bene sul male).

Brevemente la trama: Sigfried, conte palatino, parte per la campagna militare di Carlo Martello contro i Mori e affida la cura del suo castello e della sua giovane moglie Genoveva all'amico Golo, che è segretamente innamorato di lei. Genoveva rifiuta sdegnata le “avances” di Golo che, con l’aiuto di Margarethe, una maga che fu sua nutrice, giura vendetta. I due con l’ingannano fanno si che la giovane sia sorpresa in camera con un altro uomo. Su ordine di Golo Genoveva viene incarcerata come adultera. Golo informa Siegfried del tradimento della moglie. Il conte, disperato, si precipita da Margaretha per poter avere tramite uno specchio magico le prove dell'infedeltà della moglie poi, avuta la conferma, comanda a Golo di compiere la sua vendetta su Genoveva che è trascinata attraverso un selvaggio territorio roccioso dove dovrà essere giustiziata. Ma a  Margaretha appare improvvisamente uno spirito che le impone di rivelare a Siegfried i suoi inganni. Siegfried si precipita a salvare la moglie, i due sposi si possono finalmente riabbracciare e nel castello si celebra il loro ricongiungimento tra il tripudio generale.

L’allestimento è stato affidato alla regista coreana, ma di formazione mitteleuropea, Yona Kim che ha studiato storia dell'arte, filosofia, letteratura e teatro presso l'Università di Vienna. Dal suo curriculum risulta che lavora da oltre dieci anni nei principali Teatri d’opera tedeschi e che ha anche scritto il libretto per Benjamin - Teatro e Musica in sette stazioni, musicato da Peter Ruzicka (direttore artistico del Festival Salisburghese di Pasqua), che andrà in scena alla Staatsoper di Amburgo nella prossima stagione 2017/2018.

La regista coreana offre un approccio molto prudente all’opera di Schumann, i costumi sono degli anni 60/70 del novecento, le scene spoglie, minimali. Durante l’ouverture e nel primo atto vediamo un luminoso soggiorno dove avviene la scena della partenza, nel secondo atto siamo nella stanza di Genoveva; scarna, semplice, monastica a dare l’impressione della quasi “santità” del personaggio; nel terzo atto troviamo un ambiente da magazzino di “trovarobe”  con il fatidico specchio in bella evidenza. C’è anche un riferimento molto esplicito ad un rapporto carnale da poco avvenuto tra la maga Margarethe e Sigfried, una evidente forzatura registica forse intesa a marcare la differenza abissale tra l’amore del conte palatino verso la moglie e l’assoluta fedeltà di Genoveva portata fino alle estreme conseguenze del martirio. Molto convincente, secondo noi, la scena della croce del quarto atto quando lei si difende dai suoi aguzzini invocando la pace ultraterrena e infine, come in un girotondo, si ritorna nel luminoso soggiorno del primo atto per il tripudio finale dove lo psicopatico Golo viene preso in consegna da due infermieri che gli mettono una camicia di forza e lo siedono davanti ad un pianoforte, evidente riferimento al compositore tedesco che solo quattro anni dopo la “prima” di Genoveva verrà internato nel manicomio di Endenich dove due anni più tardi troverà la morte.

Dobbiamo confessare che l’opera a noi è piaciuta, in particolare nei suoi punti più specifici; quello sinfonico e quello corale. Il merito va ascritto alla bella esecuzione fornita dall’orchestra e dal coro dell’opera di Mannheim diretti dal Maestro inglese Alexander Soddy, direttore principale del Teatro. I cantanti appartenevano tutti al cosiddetto “Ensemble”, vale a dire la compagnia stabile di canto del Teatro di Mannheim: Astrid Kessler è, sia fisicamente che vocalmente, una Genoveva perfetta, voce da soprano lirico molto duttile rende perfettamente credibile il ruolo della moglie che per amore affronta il martirio fin quasi alla crocifissione; il seduttore respinto è il tenore  Andreas Hermanns, un po’ pallido il suo colore vocale ma ottimo attore rende perfettamente il personaggio dello psicopatico Golo; Evez Abdulla nel ruolo di Siegfried è un baritono non molto potente ma ben intonato e duro nella sua virilità quasi a sfiorare il “machismo”, mentre il mezzosoprano Maria Markina è una maga Margarethe ottima vocalmente e dagli atteggiamenti scenici sfacciatamente allusivi.

Buona l’accoglienza da parte del numeroso pubblico presente.

 

La Brahmshaus

A circa un kilometro da Geroldsau, la frazione di Baden dove abitiamo noi, c’è un’altra frazione Lichtental (valle lucente) che deve il suo nome al convento di monache cistercensi “Lucida Vallis”, tutt’ora esistente, fondato nel 1245 dalla margravia Irmengarda.  A circa 200 metri dal convento si trova la “Brahmshaus”, casa posseduta dal grande compositore di Amburgo che vi trascorse le vacanze estive dal 1865 al 1874 dove compose il trio op. 40 per violino, corno e pianoforte, parte del Deutschen Requiem op. 45 e il Liebesliederwalzer op. 52. Vi ritornò successivamente per brevi periodi per completare altre importanti composizioni tra cui la Sinfonia n. 2 op. 68, eseguita per la prima volta nella vicina città di Karlsruhe.

Nelle immediate vicinanze c’è anche la casa di Clara Schumann che però ha subito pesanti ristrutturazioni perdendo l’aspetto originale visibile soltanto in dipinti dell’epoca.

La dama di picche     (Nel labirinto del degrado)

Sempre per rimanere nel campo della follia maschile, sabato 1° luglio siamo andati a Stoccarda a vedere “La dama di picche” di Caikovskji. Del Teatro dell’opera e della città di Stoccarda vi abbiamo già parlato nel 2015 quando eravamo andati nella capitale del Baden Württemberg a vedere due rarità operistiche: “Platée” di Rameau e “Il vologeso” di Jommelli.

Per quanto riguarda la presentazione dell’opera vi rimandiamo al capitolo ad essa dedicato dal ns. Socio Aldo Pastore nel suo bel libro “Donne sul pentagramma”, noi ci limiteremo a parlarvi della nuova produzione del Teatro di Stoccarda che ha debuttato nel recente mese di aprile.

La regia è stata affidata a Jossi Wieler e Sergio Morabito che lavorano “a quattro mani” (avevano curato anche la regia de “Il vologeso”). I due registi, con l’ausilio della scenografa Anna Viebrock, abbandonano la magniloquenza olografica dei Giardini d’estate, dei palazzi nobiliari e degli stucchi delle case da gioco e ambientano l’opera in una Russia post-sovietica. Su una grande pedana circolare ruotano fatiscenti palazzi dagli intonaci sgretolati, scale angolari e poggioli dalla precaria stabilità, porte e finestre in gran parte rotte che si affacciano su ampi cortili regno incontrastato di spacciatori, prostitute, delinquenti abituali e baby-gang. Unica testimonianza della San Pietroburgo “chic” del passato; una vecchia giacca di velluto viola bordato di pelliccia che la decaduta vecchia contessa ruba e indossa per gran parte dell’opera!!!!!!!

Il protagonista Hermann ritorna Ghermann, come nel racconto di Puskin, indossa una felpa con il ritratto di Pietro il Grande e uno zainetto sulle spalle e cerca di farsi largo in questa moderna Pietroburgo mantenendosi borderline tra la delinquenza stracciona della periferia e i ricordi del passato regime con un Tomskji, ex commissario del popolo e Eletskij ex alto funzionario del partito, entrambi sopravvissuti alle purghe post ’89 e diventati rispettivamente capomafia e oligarca della “nuova” Russia!!!!!!!

Si ritorna a Puskin anche nelle motivazioni che inducono Ghermann a corteggiare la sprovveduta Lisa, la ricerca avida del denaro, ricerca che crea una tensione inquietante in una periferia scevra del dramma sociale lamentoso che spesso ci fa vedere la televisione, una città spettrale, surreale, ossessiva, un po’ demoniaca diciamo così “alla Dostoevskij”.

L’intermezzo pastorale è molto azzeccato: una festa da periferia stracciona, con pochissimi mezzi ma molta fantasia, conclusa con l’arrivo a sorpresa dell’imperatrice che qui veste “anzi sveste” i panni di una show-girl che si presenta in lingerie provocante con tutti i partecipanti alla festa che invece di inchinarsi rispettosamente la circondano palpeggiandola in ogni parte del corpo!!!!!!!

Ottima la prestazione musicale dell’Orchestra e del Coro del Teatro diretti con impeto forse un po’ troppo aggressivo da Sylvain Cambreling, direttore principale dell’Opera di Stoccarda, che ha tenuto molto alto il volume orchestrale creando qualche problema ai solisti. Poi, nell’intermezzo bucolico, ha saputo esaltare e dare il giusto taglio cameristico richiesto dalla partitura che però contrastava in modo palese con l’entusiasmo popolare della festa inscenata sul palcoscenico.

Il tenore americano Erin Caves, voce potente e piena di energia, interpreta molto bene l’ossessione di Ghermann, anche se ha qualche problema nell’impervia scrittura vocale a lui assegnata dal compositore.

Rebecca Lipinski è una Lisa dalla voce ben intonata e ben controllata, che attende annoiata la morte irrazionale per aver amato un “uomo senza qualità”.

Helene Schneiderman è una contessa decaduta, una misteriosa signora dai capelli grigi, piuttosto allegra senza alcun segreto che di fronte a Ghermann che vuole conoscere le tre carte, non si chiude in un ostinato silenzio ma lo affronta  corteggiandolo in un impeto estremo da “Venere di Mosca”.

Completavano il cast l’ottimo baritono Vladislav Sulimsky come Tomsky, la giovane e promettente mezzosoprano Stine Marie Fischer come Polina e la bizzarra Governante di Maria Theresa Ullrich, impegnata anche come Cloe nell’intermezzo pastorale.

Tanti cari saluti e a risentirci la prossima settimana.

 Matilde e Fulvio.