Associazione Musicale "G. Rossini"
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"G. Rossini"

3 giugno 2017

Carissimi,

come va?

Noi siamo avvolti dall’afa!!!!!! Temperature alte, molta umidità, si suda tantissimo. Per fortuna nei teatri c’è l’aria condizionata!!!!! Per Pentecoste è previsto l’arrivo di una perturbazione che dovrebbe rinfrescare l’aria.

La settimana che ha preceduto il Festival di Pentecoste è stata ricca di avvenimenti. Si è iniziato martedì 30 al Mozarteum con un concerto straordinario del Concentus Musicus Wien, l’Ensemble fondato dal compianto Nikolaus Harnoncourt, attualmente guidato dal violinista Erich Hӧbarth, allievo di Sandor Vegh, già membro del  Vegh-Quartet e del Cuarteto Masaiques attualmente è anche il primo violino della Cappella Andrea Barca di Andras Schif. Programma interamente dedicato ad Haydn con il concerto per violino (lo avevamo fatto anche noi a Valleggia con la Camerata del Kazakistan); il concerto per fortepiano (solista il giovane Stefan Gottfried, allievo e collaboratore di Harnoncourt, attuale direttore artistico dell’Ensemble viennese); la sinfonia detta “Il fuoco” e la sinfonia detta “Degli addii”. Esecuzione filologica con ensemble formato da tre violini primi, tre secondi, due viole, violoncello, contrabbasso, due corni, due oboi, fortepiano e fagotto per il basso continuo. Calorosi applausi e tanto affetto da parte del pubblico anche se era evidente il vuoto creato dall’assenza sul palcoscenico del grande Maestro scomparso.

Ariodante, dalla fiaba al baratro!

Mercoledì pomeriggio, prova generale di Ariodante con cui è iniziato di fatto il Festival di Pentecoste che quest’anno si rivolge alla natura con il motto, che fa riferimento alle poesie di “Ossian”: “Wonne der Wehmut” (Delizia della malinconia).

In effetti l’opera di Händel, rappresentata nel 1735 al Covent Garden di Londra, da poco costruito,  si svolge in gran parte all’aria aperta: i quadri di natura danno luogo a riuscite pagine di musica descrittiva, prima fra tutte la sinfonia del secondo atto, che accompagna il sorgere della luna. Inoltre, la presenza al Covent Garden della celebre danzatrice Marie Sallé con la sua troupe e la disponibilità di un proprio coro spinse il compositore a includere nella sua opera alcuni balletti e gli permise di scrivere vere e proprie pagine corali a conclusione del primo e terzo atto.

Dopo una serie di personaggi femminili tragici (Cleopatra, nel Giulio Cesare, Norma e Iphigenia) e vivaci (Cenerentola e Maria, in West Side Stori), Cecilia Bartoli in questa sesta edizione del Festival di Pentecoste da lei diretto, indossa i pantaloni per interpretare il ruolo en-travesti di Ariodante. Anche agli inizi della carriera, come ha sottolineato nella conferenza stampa di presentazione, aveva affrontato ruoli en-travesti: Isolier nel rossiniano “Le Comte Ory” e Cherubino di Mozart, ma il personaggio del cavaliere Ariodante è naturalmente di uno spessore tutto particolare.

L’allestimento dell’opera è stato affidato a Christof Loy, un regista che lavora molto, specialmente nei paesi tedeschi, con risultati controversi. Di solito a noi non piace; non ci è piaciuta la “Theodora” di Häendel, e “La donna senz’ombra” di Strauss qui a Salisburgo e nemmeno la “Lucrezia Borgia” e il “Roberto Devereux” a Monaco (ne abbiamo parlato nel 2015: “Roberto Devereux, belcanto in mutande”, che vedeva appunto il protagonista cantare in mutande). Meglio “Armida” quella di Haydn (Salisburgo 2007),  “Alcèste” (versione francese) ad Aix-en-Provence e “Il turco in Italia” a Monaco.

Il regista tedesco fa indossare a Bartoli/Ariodante una corazza; poi un vestito da cavaliere, sul volto una copiosa barba; poi, con l’evolvere della trama, indossa un elegante vestito da donna, ma sempre con la barba e con la spada, e infine rimane vestita solo da donna e donna è a tutti gli effetti. Qui, per sua stessa ammissione, il regista prende spunto da “Orlando” di Virginia Wolf. Il protagonista della vicenda non è certamente un combattente, ma è semplicemente innamorato della bella principessa Ginevra, presentata come una giovane brillante costretta a vivere annoiandosi nel luogo ove ha sempre regnato e vissuto la sua famiglia.

Nel primo atto si celebrano i preparativi per il matrimonio con episodi divertenti e rilassanti, ci sono anche i balletti con tutti ballerini uomini che interpretano anche i ruoli femminili! Nel frattempo il nemico Polinesso comincia a tessere il suo intrigo utilizzando l'ignara Dalinda. Di conseguenza dal mondo allegro e spensierato si precipita nel baratro delle menzogne, delle falsità e dei tradimenti che costringono Ariodante a tentare il suicidio. Dopo aver raggiunto così il culmine drammatico, nel terzo atto la vicenda, come era d’obbligo, si risolve positivamente con i buoni vincitori assoluti.

La Bartoli e il regista sono d’accordo nel sottolineare come il loro Ariodante non è solo un modello stereotipato e convenzionale di eroe, ma un giovane che dopo un lungo viaggio entra in un ambiente straniero, ostile come agli inizi del ‘700 lo fu Händel stesso che dalla Sassonia dovette raggiungere Londra e lì lottare per imporsi ed avere un suo ruolo.

La compagnia di canto era di ottimo livello, oltre alla Bartoli, applauditissima dopo l’aria di bravura “Con l'ali di costanza”, vedeva nel ruolo di Ginevra la giovane americana Kathryn Lewek che si sta affermando come uno dei soprani di coloratura più interessanti della sua generazione. Ottima intonazione, perfetta nel legato e nello scambio di registri, voce brillante e luminosa che porge con grazia seducente. La terza protagonista femminile, nel ruolo dell’ingenua Dalinda, era il soprano francese Sandrine Piau, grande specialista del repertorio barocco (più in quello concertistico che in quello operistico), ha controllato con arte la propria voce caratterizzata da un registro sopranile più scuro meravigliosamente arrotondato.

Le tre parti maschili erano sostenute dal controtenore francese Christophe Dumaux (ha nel suo curriculum parti importanti quali Tamerlano; Ottone e Tolomeo), un Polinesso dalla voce limpida, di una lucentezza metallica ma forse un po’ troppo rigida nelle colorature; dal tenore americano Norman Reinhardt (già nella compagnia stabile dell’Opera di Lipsia e Tony in West Side Story con la Bartoli a Pentecoste dello scorso anno), rivelatosi un deludente Lurcanio e dal basso/baritono canadese Nathan Berg (molto quotato in campo internazionale) che è stato un Re, padre di Ginevra, dalla voce “grezza” e in evidente difficoltà nelle colorature.
In buca l’ensemble “Les Musiciens du Prince” orchestra nata dalla collaborazione della Bartoli con l’Opéra de Monte Carlo e composta in parte da membri della Philharmonique e in parte da specialisti negli strumenti barocchi. Abbiamo conosciuto una musicista e ci ha detto che per il momento la collaborazione fra i due complessi orchestrali “tiene”, anche se a noi è parsa un po’ perplessa!!!!!!!!!!!!!!!!

Sul podio doveva esserci Diego Fasolis, che però aveva già da tempo rinunciato all’impegno, probabilmente, si diceva in sala, per la totale incomprensione dell’impostazione registica data all’opera di Händel. E’ stato sostituito dal giovane Gianluca Capuano che noi avevamo conosciuto nel 2015 quando dirigeva il coro della Radiotelevisione della Svizzera italiana. La sua è stata una direzione prudente e abbastanza monotona, tutta tesa ad esaltare la vocalità degli artisti che nella gerarchia dello star system della Bartoli erano più importanti di lui.  C’è da dire che è stato svantaggiato dal fatto che gli strumenti a fiato, collocati praticamente sotto il palcoscenico, erano fortemente penalizzati rispetto agli archi e quindi mancava una omogeneità nel suono.

  

1974 – 2017: Quarantatreanni dopo si rivede “La Cenerentola” di Rossini/Ponnelle!!!!

Giovedì 1° giugno siamo ritornati a Monaco (dove abitiamo adesso è molto comodo perché in meno di un’ora e mezza si arriva) per “La cenerentola” di Rossini, nello storico e mitico allestimento di Jean-Pierre Ponnelle del quale non parliamo in quanto è stato visto e rivisto numerosissime volte, dal vivo, in televisione, in videocassetta, in DVD, ora su internet, ecc…, ecc…, ecc… (mi scuso per l’imitazione ingloriosa di Don Magnifico).  Veramente una considerazione sarebbe da aggiungere: la scena finale anticipa di quarant’anni le moderne manie dei “selfie”!!!!!!!!!

Questo allestimento di Ponnelle, Fulvio l’aveva visto nel marzo del 1974 a Milano (sono passati ahimè, anzi ahinoi più di 43 anni!!!!!!!) e poi non era mai più riuscito a vederlo dal vivo. Inevitabile, entrando nel Teatro dell’Opera bavarese, non ritornare con i ricordi ai protagonisti di quella rappresentazione: la povera Lucia Valentini Terrani nel ruolo della protagonista, con il quale iniziò una straordinaria carriera purtroppo interrotta dalla prematura scomparsa; Paolo Montarsolo ed Enzo Dara, ineguagliabili Don Magnifico e Dandini; Luis Alva (uno dei più grandi belcantisti del dopoguerra, allora in finale di carriera) nel ruolo del Principe.

Direttore Piotr Wollny, celebre per la lite con Giancarlo Menotti al Festival dei Due Mondi di Spoleto del 1967 dove doveva dirigere Il furioso all’isola di San Domingo di Donizetti. Il Maestro Polacco voleva dirigerla “alla tedesca” mentre Menotti voleva fosse diretta “all’italiana”, mancando un compromesso fra i due, Wollny  abbandonò polemicamente il Festival. Ma Menotti, con il suo grande intuito, incaricò di dirigere l’opera al Maestro sostituto, Bruno Campanella, allora ventiquattrenne e che da lì spiccò il volo versa una straordinaria carriera musicale.

L’opera bavarese presentava un compagnia di canto molto giovane: Tara Erraught, trentenne mezzosoprano irlandese, gia applauditissima come Sesto ne “La clemenza di Tito” e definita dal Frankfurter Allgemeine come “La nuova regina del belcanto”, interpretava il ruolo della protagonista con sicurezza vocale, in particolare nel registro grave e buon gusto nelle movenze sceniche; Lorenzo Regazzo, il più maturo tra i solisti è stato un Don Magnifico perfetto sotto il profilo vocale (bravissimo nei sillabati) ma che scenicamente, forse perché fisicamente molto simile, ha teso un po’ troppo ad imitare l’inimitabile Paolo Montarsolo; Sean Michael Plumb, venticinquenne baritono californiano, apprezzato dalla critica per la sua “voce grande e ricca” ha interpretato il ruolo di Dandini, un perfetto intrattenitore in una buffa imitazione di Rodolfo Valentino; Luca Tittoto, nel ruolo del filosofo putativo,  ha mostrato grande ricchezza e potenza vocale ma poca espressività; assolutamente perfette, sia vocalmente che scenicamente, le due sorellastre: Eri Nakamura e Rachel Wilson, che fanno parte della compagnia stabile dell’opera bavarese, mentre ha suscitato più di una perplessità il tenorino sudafricano!!!!! Lery Sekgapane (sostituiva uno specialista assoluto quale Javier Camarena), voce pulita, bel timbro tenorile ma, come diceva Renzo Aiolfi “voce piccola”.

L’orchestra e il coro maschile dell’opera bavarese erano diretti dal ventinovenne Giacomo Sagripanti, allievo di Gianandrea Noseda, direttore principale dell’opera di Lubecca (si è esibito anche al Carlo Felice in “Butterfly”), che ha dato un’ottima interpretazione della partitura rossiniana con un ritmo veloce e cambiamenti dinamici improvvisi. L'intermezzo del secondo atto (il temporale) è stato un successo sia scenico che musicale, accolto dal pubblico con lunghi applausi.

Al Festival di Pentecoste erano in programma anche un concerto dell’Orchestra di Santa Cecilia diretta da Antonio Pappano, il balletto “La sylphide” con il corpo di ballo del Teatro Marinskji di San Pitroburgo e l’Orchestra del Mozarteum, un concerto di Anne Sophie Mutter con il suo Ensemble “Mutter’s Virtuosi”, l’opera “La donna del Lago” di Rossini in versione concertante, sempre con protagonista la Bartoli e un concerto del celebre controtenore croato Max Emanuel Cencic.

Ne parleremo al ns. ritorno a Savona.

 Tanti saluti,

 Matilde e Fulvio.