Associazione Musicale "G. Rossini"
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"G. Rossini"

Piding – 31 maggio 2017

Carissimi,

siamo nuovamente a Piding, vicino a Salisburgo.

Oggi c’è la prova generale di Ariodante con cui inizia di fatto il Festival di Pentecoste. Vi sapremo dire più avanti. Nella scorsa settimana siamo stati a Monaco di Baviera dove erano in programma due opere (Nabucco e  Tannhäuser) e due concerti.

 Il primo concerto vedeva impegnata l’Orchestra della Radiotelevisione bavarese diretta dal giovanissimo talento israeliano Lahav Shani, con al pianoforte Rudolf Buchbinder che ha eseguito il secondo concerto di Brahms. Nella seconda parte le suite 1&2 del “Romeo e Giulietta” di Prokof’ev. Entrambi gli esecutori sono stati a lungo applauditi insieme al giovanissimo primo violoncello dell’Orchestra bavarese che ha eseguito in modo magistrale l’assolo iniziale dell’andante del concerto di Brahms e che il direttore e Buchbinder hanno voluto accanto a loro nella passerella finale.

Il secondo concerto vedeva impegnata l’altra prestigiosa orchestra di Monaco, i Münchner Philharmoniker diretti da Semyon Bychkov. In programma il concerto n. 1 per pianoforte di Caikovsky e la Symphonie Fantastique di Berlioz. Al pianoforte doveva esibirsi Jean-Yves Thibaudet che ha dato forfait pochi giorni prima del concerto ed è stato sostituito magnificamente dal pianista americano Kirill Gerstein che con la sua interpretazione; all’inizio furiosa poi gioiosa, brillante e molto espressiva, del capolavoro di Caikovsky, non ha fatto minimamente rimpiangere l’assenza del più anziano collega francese e al termine è stato lungamente applaudito dal pubblico al quale ha donato un “Impromtu” di Schubert.

Nella seconda parte Bychkov ha dato una interpretazione molto “leggera” del capolavoro di Berlioz, lasciando che la musica seguisse naturalmente il suo corso, anche per la assoluta precisione dell’orchestra, in particolare nella scena campestre dove le prime parti della filarmonica bavarese hanno dato un grande saggio di bravura.

Anche qui ovazioni al termine del concerto e due bis concessi dal Maestro russo: una danza slava di Dvorak e “Nimrod” inevitabilmente di Edward Elgar.

 

Nabucco

Il Nabucco era presentato in un vecchio allestimento del 2008 con regia, scene e costumi del grande Maestro greco, poi naturalizzato francese, Yannis Kokkos. Di lui ricordiamo molto positivamente la tetralogia wagneriana alla Scala diretta da Muti, “Iphigenie en Aulide” agli Arcimboldi, “Zelmira” di Rossini a Lione e, con il pullman dell’Associazione Rossini, “Tancredi” a Torino nel 2009.

Kokkos propone una regia “tranquilla”; collocazione temporale imprecisata ma evidentemente nel ‘900, grandi piattaforme che si spostano sia in senso orizzontale che in senso verticale, grandi prospettive illuminate che accentuano ancora di più le immense dimensioni del palcoscenico del Teatro bavarese. Una nota secondo noi critica, sta nella scelta di aver fatto spesso cantare i protagonisti molto lontano dal proscenio.

Protagonisti indiscussi della serata sono stati il Coro e l’Orchestra che ci hanno donato una grande interpretazione del capolavoro verdiano sotto la direzione musicale di Paolo Carignani, che ha diretto in modo molto dinamico ma senza esagerare negli episodi “bandistici” della partitura e lasciando cantare i solisti che a volte, dal fondo del palcoscenico, faticavano a “passare la buca”. Il Maestro italiano, forse perché non eravamo in Italia, nel “Va, pensiero” ha rinunciato ad ogni sfarzo patriottico. Una nota di demerito per il pubblico tedesco, applausi troppo anticipati sul pianissimo conclusivo del coro subito zittiti dai numerosi italiani presenti in sala.

Tra i solisti hanno giganteggiato il basso russo Vitalij Kowaljow (lo ascolterete al Regio come Banquo in “Macbeth”), un giovane e vigoroso Zaccaria, sacerdote militante e potente avversario del re Babilonese e la Abigaille del soprano ukraino Liudmyla Monastyrska, voce forte e potente con una notevole profondità ma anche capace di splendide mezzevoci. Molto positiva è stata la giovane Anaïk Morel nel ruolo di Fenena una voce di mezzosoprano non forte ma bella, chiara e pulita. Il tenore turco Murat Karahan è stato un poco convincente Ismaele, ha dato l'impressione, spingendo molto la sua voce, che simulasse una forza che la sua voce non ha.  Nabucco era il baritono greco Dimitri Platanians, bella voce verdiana ma che ha molto sofferto la scelta registica di farlo cantare quasi esclusivamente nel fondo del palcoscenico e non sempre è riuscito a passare la buca.

Al termine molti applausi e autentiche ovazioni per il coro e l’orchestra.

 

Tannhäuser

Domenica 28 maggio, al secondo tentativo (giovedì 25 non siamo riusciti a trovare biglietti decenti), abbiamo visto e ascoltato la nuova produzione di Tannhäuser con la regia di Romeo Castellucci (che ha curato anche le scene, i costumi e le luci) e la direzione musicale di Kirill Petrenko.

Ad essere sinceri, prima di vederlo nella locandina del Tannhäuser, Romeo Castellucci non sapevamo chi fosse. Siamo andati su internet e risulta tra i fondatori della Società Raffaello Sanzio, nel 2005 è stato nominato Direttore della sezione Teatro della Biennale di Venezia e ha realizzato, leggiamo testualmente, “numerosi spettacoli come autore, regista, e creatore delle scene, delle luci, dei suoni e dei costumi. Noto in tutto il mondo i suoi lavori sono stati presentati in più di cinquanta nazioni come autore di un teatro fondato sulla totalità delle arti. Le sue regie, infatti, propongono linee drammatiche non soggette al primato della letteratura, facendo del teatro un’arte plastica, complessa, ricca di visioni”.

L’unica esperienza nel teatro lirico è stata nel 2011 con “Parsifal” al Théâtre La Monnaie di Bruxelles e poi, nel 2016, una “Passione secondo Matteo” che qui in Germania spesso rappresentano in forma scenica.

L’allestimento del Tannhäuser di Castellucci va oltre il tempo (le scene e i costumi non appartengono ad un’epoca ben definita) e oltre lo spazio (viene utilizzato tutto l’immenso palcoscenico del Nationaltheater), con idee a volte condivisibili altre, secondo noi, da censurare.

Durante l'ouverture, una compagnia di amazzoni a seno nudo lancia frecce ad un occhio gigante che appare minaccioso sul retro del palcoscenico, probabilmente enfatizzando, con i loro archi stilizzati, l’arpa di Tannhäuser.  Il regno di Venere è una  struttura con primordiali fasci di carne pulsanti in un eccesso di incubo di lussuria. Tra il pubblico si è ipotizzato un riferimento alla cosiddetta “Venere di Willendorf” che si trova al Museo di Storia Naturale di Vienna. Bellissime le tende di garza bianca del secondo atto che scorrono su binari formando colonne e pareti che delimitano la sala delle tenzoni poetiche. Tutto questo ci è parso molto elaborato, altamente estetico, moderno, e bello a vedersi.

Quello che invece ci ha lasciati molto perplessi è stato il terzo atto che, dopo il passaggio dei pellegrini reduci dal Giubileo romano, è ambientato, se abbiamo visto bene, in un obitorio dove, mentre Elizabeth si dichiara pronta a offrire alla Madonna la sua vita in cambio della salvezza di lui e poi con il racconto di Tannhäuser che informa Wolfram del mancato perdono divino, continuano ad arrivare e partire delle salme, sempre con lo stesso rito manuale, che vengono collocate su due blocchi tombali con scritti sopra non già i nomi dei protagonisti dell’opera wagneriana; Tannhäuser ed Elizabeth, ma quelli dei due solisti che interpretavano le loro parti; Klaus e Anja. Il significato di questo rito francamente non lo abbiamo capito. Poi, prima del calar della tela sul canto di grazia innalzato dai pellegrini, gli addetti all’obitorio inseriscono in un’unica urna le ceneri dei due amanti, quindi Tannhäuser è redento solo nell’immaginario mentre nella realtà registica di Castellucci raggiunge la sua amata in un abbraccio eterno!!!!!!

Sotto il profilo musicale l’esito della rappresentazione è stato trionfale. Assoluti dominatori della serata sono risultati il Coro e l’Orchestra della “Bayerischen” magistralmente diretti da Kirill Petrenko. Il direttore russo partendo dall’esito giovanile della composizione, ma tenendo anche conto dei ripetuti ripensamenti del compositore  sull’opera avvenuti in età matura, ha proposto una versione della partitura wagneriana, diciamo così mista; nella ouverture e nella scena del “Venusberg” ha esaltato l'ebbrezza del baccanale indugiando e forse anche indulgendo alla lussuria di Venere, mentre nel terzo atto ha lasciato spazio alla poesia, prima con lo stupendo preludio e poi con le due magnifiche arie: la mesta preghiera di Elizabeth “Onnipotente Vergine, ascolta la mia preghiera!”,  e quella di  Wolfram  “O tu, mia dolce stella del vespero”, conclusa con un lunghissimo diminuendo fino a quando la voce era quasi impercettibile.

Il cast è stato eccezionale: Anja Harteros dà al suo personaggio un profilo musicale che spesso è stato negato per questa figura femminile dando ad essa una straordinaria carica emotiva, la Elisabeth della Harteros è una donna che ama intensamente il proprio uomo ed è disposta a tutto pur di non perderlo.

Klaus Florian Vogt, tenore dotato di un bel timbro vocale ma che secondo noi non ha ancora raggiunto la maturità per questi ruoli fortemente drammatici, cantava Tannhäuser per la prima volta. Dopo un avvio nervoso ha recuperato in particolare nei momenti più lirici della partitura. Georg Zeppenfeld è un ineguagliabile Langravio, mentre Elena Pankratova come Venere ha impressionato per l’agilità e per le altezze vocali raggiunte nei momenti più drammatici dell’abbandono di Tannhäuser. Citiamo per ultimo, anche se è stato indiscutibilmente il migliore tra i solisti, il baritono Christian Gerhaher (bavarese di Straubing), grande specialista nella parte di Wolfram, straordinario nella citata aria del terzo atto. I bavaresi, peccando forse un po’ troppo di partigianeria, dicono che Wagner l’avrebbe composta per lui!!!!!!!!!

Al termine grandi ovazioni per l’esecuzione musicale e qualche contestazione per la regia.

Potete vederla in streaming il 9 luglio su staatsoper.de.

Tanti saluti,

Matilde e Fulvio.