Associazione Musicale "G. Rossini"
rossini
Associazione Musicale
"G. Rossini"
Associazione Musicale
"G. Rossini"

Vado Ligure  -  3 agosto 2016

 

Carissimi,

siamo ritornati sani e salvi!!!!!!

Nell’ultima settimana trascorsa a Piding vicino a Salisburgo abbiamo visto e ascoltato: Belshazzar di Händel; la prova generale de L’angelo sterminatore (nuova opera di Thomas Ades che viene presentata in prima mondiale e il cui libretto è tratto dall’omonimo film di Luis Bunuel); la prova generale de L’amore di Danae di Richard Strauss e un concerto dei Wiener Philharmoniker;  a Monaco Les indes galantes di Rameau e I Maestri cantori…. di Wagner.

Belshazzar

Domenica 24 luglio abbiamo ascoltato un’ottima edizione di Belshazzar oratorio di Händel composto su libretto di Charles Jennens (già collaboratore del sassone per i testi di Saul e Messiah) ed eseguito per la prima volta a Londra in occasione della quaresima del 1745. L’oratorio, incentrato sulle vicende che riguardano il sovrano babilonese che tiranneggiò il popolo ebraico sottomesso e che venne poi ucciso dal principe persiano Ciro, si presta anche molto ad essere rappresentato in forma scenica, come già avvenuto al Festival di Aix-en-Provence nel 2008, in una memorabile rappresentazione diretta da René Jacobs. La potenza e la profondità spirituale del soggetto letterario, insieme con la bellezza e la forza evocativa della scrittura musicale danno vita a un capolavoro di grande equilibrio e incisività, che Ottavio Dantone, alla guida dell’Accademia Bizantina e del RIAS Kammerchor, riesce pienamente a valorizzare anche in virtù di un cast di cantanti solisti di assoluto valore tra i quali spiccava il celebre controtenore americanoBejun Mehta.

All’ingresso artisti abbiamo incontrato e scambiato quattro parole con il Maestro Dantone, il quale ci ha fatto notare con disappunto, come un concerto di questa levatura, eseguito da un complesso strumentale italiano sia stato replicato in diverse importanti città e festival europei: Kӧln, Frankfurt, Berlin, Beaune, Bruges ma non sia riuscito a trovare ospitalità nei Teatri o nei Festival estivi italiani.

Lunedì 25 luglio alle ore 13 prova generale per la stampa, le radio e le televisioni della nuova opera di Thomas Ades L’angelo sterminatore, composta su libretto di Tom Cairns basato sulla sceneggiatura dell’omonimo film di Luis Bunuel. Il lavoro è stato commissionato e co-prodotto dal Festival di Salisburgo (che ospita la prima mondiale); Covent Garden Londra; Metropolitan New York e Opera Reale di Copenhagen.

Nel corso del Festival salisburghese sono in programma, nella sezione dedicata alla musica contemporanea, altre esecuzioni di lavori di Thomas Ades tra cui il quintetto per pianoforte e archi, composto nel 2000 ed eseguito al Teatro Nuovo Valleggia, per la prima volta in Liguria, nella Stagione cameristica 2008/2009 della ns. Associazione con il Maestro Bruno Canino al pianoforte e il Quartetto Mantegna.

La sceneggiatura del film, diretto da Bunuel nel 1962, tratta tematiche sociologiche in uno stile onirico e surreale, a indicare le assurdità eccentriche della classe borghese reazionaria, aristocratica e clericale, bloccata e paralizzata nell'anima, prigioniera soprattutto delle sue stesse istituzioni.

La storia si svolge in un quartiere signorile di Città del Messico. Edmundo, il proprietario di una ricca abitazione, invita a cena venti eleganti e raffinati rappresentanti del ceto borghese (dottori, avvocati, militari, artisti). Si tratta di persone dai differenti caratteri, tutte molto raffinate e cerimoniose, piene di belle maniere; allo stesso tempo mostrano però un animo fatto di pettegolezzo, cattiveria e tante perversioni nascoste. Fin dall'inizio cominciano a capitare cose strane. Intanto la servitù è presa da una specie di ansia e fa di tutto per andare via prima possibile. La festa piano piano perde tutta la sua falsa cerimoniosità e diventa qualcosa di pesante e opprimente; la gente stranamente non sembra intenzionata ad andare via e tutti finiscono per bivaccare in un grande salone. Il giorno dopo lo stupore sarà grande quando scopriranno che, benché apparentemente liberi, nessuno riesce ad uscire dal salone. È come se una forza misteriosa, un'invisibile barriera impedisse a tutti di oltrepassare la soglia della stanza. Nel gruppo prevale lo spirito egoistico individuale sulla solidarietà e l'impegno comune. Il tutto diventa in pratica una lenta e dolorosa discesa verso l'inciviltà e la barbarie. I primi problemi sono di ordine pratico: come si fa a trovare acqua e cibo per tutti?, dove mettere tutti i rifiuti prodotti? Ci sono poi i problemi psicologici derivanti dallo stress e dalla convivenza forzata. Alla fine tutte le belle maniere e le cerimonie se ne vanno e ognuno mostra il suo vero volto, fatto spesso di cattiveria, litigiosità, opportunismo e violenza. I giorni passano inesorabili. Fuori ci si preoccupa, si vorrebbe intervenire e salvarli ma è come se questa strana malattia della volontà colpisse tutto il mondo. Intanto gli esseri che vivono nel salone sono diventati irriconoscibili rispetto agli eleganti e raffinati borghesi che erano all'inizio. Adesso sembrano dei primitivi, Edmundo, l'intelligente e cortese padrone di casa ad un certo punto dice: «Questo ho odiato di più nella vita: la maleducazione, la violenza e la sporcizia e adesso sono nostre compagne inseparabili». Si fa strada la pazzia, le fantasie superstiziose, gli incubi dell'orrore. Nella casa vuota vagano un gruppo di agnelli (cioè l'istinto che porta a sacrificarsi per il bene di tutti), come pure un inquietante orso (cioè l'istinto che porta a distruggere e a uccidere). Altre situazioni rimandano alla religione cattolica, rovesciandone però il simbolismo, come la soluzione che permetterà al gruppo di liberarsi. Come nel cattolicesimo la salvezza viene da una donna pura e vergine, qui la salvezza viene invece da donna che decide di perdere la propria verginità. È un segno di rottura di un divieto collettivo che diventa come una specie di modello per tutti e che spinge a fare uno sforzo comune di liberazione.

La regia dell’opera è stata affidata a Tom Cairns autore del libretto che segue testualmente il copione del film. La scena è costituita da una gigantesca porta, priva di ante, che ruota su una piattaforma girevole che con l’arredamento costituisce l’unica scena. Sulla sinistra una lunga parete bugnata sostituisce le porte dipinte con scene sacre presenti nel film. Gli agnelli ci sono e sono veri mentre l’orso è finto!!!!!!!

Adès ha composto l’opera, a ns. modesto avviso, in modo molto efficace, con una musica che, a cominciare dalle campane iniziali, è costantemente orientata a portare anche lo spettatore “sull'orlo di una crisi di nervi” come i protagonisti dell’opera. Utilizza diversi stili: parti altamente drammatiche affidate ad assoli vocali (con una scrittura molto acuta a volte iperbolica) e strumentali (rullo di tamburi, un assolo di pianoforte, ondes Martenot per l’inquietante angelo della morte), ma anche surreali (“la mano” che suona la chitarra) e momenti più calmi e più lirici sottolineati da valzer, ragtime e canzoni alla Kurt Weill.

L’esecuzione musicale è diretta dal compositore stesso, come si usava fare fino alla metà dell’ottocento, che si è avvalso dell’Orchestra della radiotelevisione austriaca O.R.F., del Bachchor di Salisburgo e di musica elettronica pre-registrata come il tetro suono delle campane che accompagnano insistentemente lo spettatore prima e al termine della rappresentazione. Nutrita la compagnia di canto che si avvaleva di illustri veterani come John Tomlinson (il dottore); Thomas Allen (Roc) e Anne Sofie von Otter (Leonora), mentre le parti principali e vocalmente più impegnative, erano affidate a Charles Workman (Edmundo), a Sally Matthews (Silvia) e ad Amanda Echalaz (Lucia), mentre ad Audrey Luna (Letizia) Adès ha riservato un ruolo da “sesto grado” vocale.

A quanto ci è stato riferito lo spettacolo alla “prima” di giovedì 28 luglio ha riscosso ampia approvazione da parte del pubblico.

Les indes galantes

Mercoledì 27 luglio siamo ritornati a Monaco per vedere al Prinzregententheater Les indes galantes, opéra-ballet di Jean Philippe Rameau, seconda nuova produzione del Festival Operistico.

Questo lavoro, andato in scena all’Opéra di Parigi il 23 agosto 1735, è costituito da un prologo (dove Hébé e Amour, accorgendosi che il loro potere sta venendo meno in Europa, decidono di concentrare la loro azione su nazioni più lontane) e da quattro atti (entrées): Le Turcs généreux; Les Incas de Pérou; Les Fleurs, fête persane e Les Sauvages, ambientate nelle “Indie”, come venivano chiamati all’epoca i territori extraeuropei e dove vengono rappresentate stravaganti vicende amorose tra indigeni ed europei.

L’allestimento dell’opera è stato affidato al regista belga Sidi Larbi Cherkaoui che imposta lo spettacolo come un viaggio in un mondo d’amore, come una celebrazione della pluralità. Nel primo quadro l’harem viene rappresentato come un museo dove gli amanti sono tenuti dentro grandi teche di vetro; nel secondo quadro vediamo un prete cattolico colonizzatore intento ad effettuare battesimi e matrimoni di massa come nelle sette americane; nell’atto persiano il regista allude a rifugiati e migranti ma in modo più poetico che politico e molto commovente. Al termine, in una fortezza europea che si sta sempre più chiudendo e militarizzando, rimane la speranza, rappresentata da una classe di bambini festanti con i quali lo spettacolo inizia e si conclude e con una concelebrazione finale di tutti i popoli a simboleggiare l'uguaglianza di tutte le persone nell’amore per il prossimo.

Il regista è bravissimo nella gestione delle masse riuscendo ad amalgamare in modo perfetto i ballerini della compagnia di Anversa, con i cantanti solisti e con gli straordinari coristi del Balthasar-Neumann Chor di Friburgo, quasi a formare un unico grande ensemble.

La direzione musicale era affidata a Ivor Bolton (direttore principale del Mozarteum di Salisburgo) grande specialista dell’opera barocca. La musica di Rameau è colorata e veloce, le arie sono brevi, l'orchestra sotto la sua direzione si muove con assoluta agilità; si ascolta in lontananza il suono delle cornamuse tutto è fatto con assoluta leggerezza anche il suono del vento o la scena del terremoto del secondo quadro.

Al termine applausi per tutti gli artisti impegnati e ovazioni per il direttore d’orchestra. Teatro esaurito per tutte e sei le rappresentazioni previste. 

L’amore di Danae

Giovedì 28 luglio prova generale dell’opera L’amore di Danae di Richard Strauss su libretto di Joseph Gregor, uno dei pochi nuovi allestimenti del Festival salisburghese 2016. Completata nel 1940, inserita nel cartellone del Festival di Salisburgo per l’anno 1944 e ormai allestita e concertata sotto la bacchetta di Clemens Krauss, l’opera non poté essere rappresentata perché, in seguito al fallito attentato a Hitler, tutti i festival vennero soppressi. La “prima” assoluta dovette attendere perciò il dopoguerra; ma quando lo stesso Krauss la diresse nel 1952, sempre a Salisburgo, Strauss era già scomparso da tre anni.

La trama, un misto di commedia e mitologia, narra di Danae corteggiata da Giove, sempre a caccia di nuove conquiste; di Mida, il re che trasforma in oro tutto ciò che tocca e della sempre problematica e difficile scelta tra denaro e amore.

L’allestimento (regia e scene) è stato affidato ad Alvis Hermanis, di cui vi abbiamo ampiamente parlato in passato per la regia del verdiano Trovatore ambientato in una pinacoteca.

Il regista lettone sceglie questa volta di stupire il pubblico con una sontuosa bellezza visiva, scintillante e coloratissima.  La Grecia mitologica si trasforma in un oriente di fantasia con proiezioni che trasformano lo sfondo della scena ora in cascate d’oro, ora in magnifici tappeti persiani, ora in tableaux verde-oro alla Gustav Klimt. Anche i costumi sono coloratissimi, con ampi pantaloni “da harem”, turbanti giganti color caramella, un balletto di servitori dorati, ecc. Tutto molto bello e molto apprezzato dal pubblico presente.

Come alla “prima” nel lontano 1952 anche questa volta nella buca dell’orchestra sedevano gli straordinari musicisti della Filarmonica di Vienna; archi ineguagliabili, fiati che articolano i numerosi assoli con delicata espressività, il suono nobile delle fanfare con i sei corni dalla straordinaria precisione. Sul podio Franz Welser-Möst mostra il suo entusiasmo per la partitura con ampi movimenti circolari delle braccia, tempi rapidi, cambiamenti continui di ritmo, teso ad esaltare la raffinatezza sonora della partitura straussiana. Il problema, già riscontrano negli scorsi anni con il Rosenkavalier, è che un tessuto così fitto delle parti strumentali è come una tenda dietro la quale a volte le voci tendono a nascondersi e faticano ad attraversarla. Krassimira Stoyanova è una Danae umana e dalla voce intensamente colorata; Tomasz Koniecznys (Giove) è un Dio credibile, eroico, fortemente seduttivo, che rende molto difficile la decisione di Danae mentre tra i tre tenori, insolitamente utilizzati da Strauss in questa partitura, Gerhard Siegel (Midas/Chrysopher) è un po’ goffo scenicamente e con qualche incertezza nel registro acuto; Wolfgang Ablinger è un dignitoso Pollux e Norbert Ernst un convincente Mercurio. Naturalmente perfetta la prestazione del Coro dell’Opera di Vienna.

Non ci è dato di sapere come sia stata accolta la “prima” in programma il 31 luglio perché eravamo già ripartiti.

Halleluja - Oratorium balbulum  di Peter Eötvös

Sabato 30 luglio abbiamo assistito ad un’altra “prima” mondiale: Halleluja - Oratorium balbulum  del compositore ungherese Peter Eötvös, commissionato dal Festival di Salisburgo in collaborazione con la Konzerthaus di Vienna; la Tonhalle di Zurigo, il MUPA di Budapest, la WDR Symphony Orchestra di Kӧln e la Sydney Symphony Orchestra. Il testo è stato redatto insieme a Peter Esterhazy, scrittore ungherese discendente da una delle più nobili e antiche famiglie ungheresi.

Gli attori principali sono un angelo (il mezzosoprano Iris Vermillion) e il monaco benedettino di San Gallo, Notker Balbulo, “il balbuziente” (il tenore Topi Lehtipuu) mentre Peter Simonischek, uno dei più celebri attori austriaci, fungeva da narratore. 

I brani sono raccolte di alleluia esistenti di cui vengono eseguiti dei frammenti da parte del Coro non in ordine cronologico. Il più antico è l'halleluia di Monteverdi, ma ci sono anche quelli di Musorgskij, Mozart, Bruckner, Haendel e Bach.

Nonostante la sua lunghezza, oltre 50 minuti, la composizione è stata apprezzata e molto applaudita dal numeroso pubblico presente.

I Wiener Philharmoniker e il Coro della Radiotelevisione ungherese erano diretti da Daniel Harding che ha completato il programma con le Variazioni su un tema di Haydn di Brahms e con l’ Adagio dalla sinfonia n. 10 di Mahler.

I Maestri cantori di Norinberga

Con la monumentale opera di Richard Wagner (quattro ore e mezza di musica) si concludeva, domenica 31 luglio, il Festival Operistico di Monaco. Purtroppo quest’anno, a causa dell’attentato terroristico della settimana precedente, le autorità hanno vietato la tradizionale proiezione dell’opera di chiusura sullo schermo gigante allestito nella piazza antistante il Teatro dell’opera.

Kirill Petrenko, nominato lo scorso anno direttore principale dei Berliner Philharmoniker, conduce brillantemente l’orchestra bavarese; il suono degli archi a volte è vellutato, a volte tagliente durante gli unisono, quello dei legni è finemente e accuratamente scolpito, il suono degli gli ottoni profondo e scuro come la Foresta Bavarese che abbiamo più volte percorso in bicicletta. Il Maestro russo, con l’ausilio dello straordinario complesso corale e strumentale dell’Opera bavarese, ha dato alla difficile partitura wagneriana, una interpretazione festosa accolta favorevolmente dal pubblico che al termine della lunga rappresentazione lo ha acclamato come un vero trionfatore.

La compagnia di canto era molto giovane; Wolfgang Koch è un Sachs poco credibile scenicamente, specialmente quando Eva flirta molto seriamente con lui, e privo vocalmente della gravità dell’età matura; Sara Jakubiak, soprano brillante e belcantista è una Eva scenicamente credibile, mentre Jonas Kaufmann al suo debutto nel ruolo di Stolzing, non riesce ad abbandonare del tutto l’atteggiamento dei ruoli eroici ed ha qualche difficoltà nel registro acuto e nella sua bella colorazione tenorile. Beckmessers è il baritono Martin Gantener, preciso vocalmente ma scenicamente poco credibile anche se giustificato dal fatto che sostituiva il più giovane Markus Werba. Bene il Pogner giovane di Christof Fischesser, molto bene e molto convincenti Eike Wilm Schulte, un Kothner dal vigoroso spirito tedesco e Bejamin Bruns, un David fresco sia nella bella voce tenorile che nel giovanile ardore.

Molto brutta, a ns. modesto avviso, la regia di  David Bösch, giovane regista tedesco con poca esperienza nel teatro lirico. L’opera è ambientata in una tetra e buia periferia negli anni cinquanta con palazzi ancora compromessi dai bombardamenti della guerra, David viaggia su un ciclomotore attraverso strade polverose, Sachs aggiusta le sue scarpe su un furgone officina, Beckmessers canta la sua serenata su una piccola gru (di questo regista avevamo già visto un Elisir d’amore dove Nemorino canta “Una furtiva lagrima” dall’alto di un palo della luce!!!!) e altre trovate strampalate che vi risparmiamo.

Al termine il pubblico ha giustamente acclamato la direzione di Kirill Petrenko e altrettanto giustamente fischiato la regia di David Bösch.

Tanti cari saluti e arrivederci alla ripresa dell’attività dell’Associazione Rossini.

Matilde e Fulvio.