Associazione Musicale "G. Rossini"
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Piding  -  28 luglio 2016

 

Carissimi,

siamo a Piding, ancora in Baviera, a circa 15 Km. da Salisburgo e a circa 120 Km. da Monaco. Da qui possiamo andare sia al Festival di Salisburgo che è iniziato il 22 luglio, sia a Monaco dove, domenica 31 luglio con I maestri cantori di Norimberga si conclude il festival operistico 2016.

Qui a Piding l’alloggio è bello e spazioso ma privo di connessione internet e quindi vi scriviamo con qualche giorno di ritardo rispetto al previsto.

L’olandese volante

Martedì 19 luglio siamo andati all’opera di Monaco per “L’olandese volante” di Richard Wagner presentato nella versione originale del 1843, quindi senza intervalli.

La regia è stata affidata a Peter Konwitschny, originario di Lipsia (il padre è stato a lungo direttore principale della Gewandhaus), con una lunga esperienza in campo operistico (è stato direttore dell’Opera di Halle ed attualmente dirige l’Opera di Lipsia), ve ne avevamo parlato lo scorso anno per la sua messa in scena di La conquista del Messico di Wolfgang Rihm.

Il regista tedesco, alla sua terza esperienza wagneriana dopo Parsifal e Tristano, opera in questo spettacolo una decostruzione di tempo e di luogo; nel primo e nel terzo atto presenta immagini romantiche di atmosfera marinara come nei quadri del seicento con cieli e mari plumbei dipinti sul cartone, il secondo invece è ambientato in una moderna palestra con le mamme, le mogli e le fidanzate dei marinai che, coadiuvate da Senta e da Mary, attendono l’arrivo dei loro cari pedalando sulla cyclette. Viste le dimensioni fisiche delle due cantanti soliste e di quasi tutte le coriste, non si può dire che non avessero bisogno di fare un po’ di moto, però la scelta registica non è piaciuta a una parte del pubblico ha accolto l’apertura della scena con alcuni buu!  Ma il regista interferisce non solo con il Wagner librettista, Senta non si getta in mare ma si fa saltare in aria facendo esplodere un barilotto di dinamite, ma anche con il compositore, dopo questa gesto agli accordi finali dell’opera si sovrappone il crepitio di un vecchio grammofono.

Asher Fisch, alla guida dell’orchestra e del coro dell’opera bavarese, fornisce una tensione musicale continua sia nell’esplosione dei brani sinfonici e corali, sia nei momenti più lirici e romantici. Bellissima e commovente, anche se scenograficamente non appropriata, la “ballata” di Senta. Johan Reuter (baritono danese specialista in Wagner e Strauss) è un’olandese molto umano che soffre e fa soffrire il pubblico che spera per la sua salvezza; Catherine Naglestad (californiana, scoperta da Placido Domingo durante una “Carmen” in cui cantava come corista) disegna una Senta adolescente, delicata, tutta presa dal desiderio di riscattare e di salvare il suo eroe anche se vocalmente ha qualche problema con il registro grave; Matti Salminen è un grande Daland, un basso eccellente per interpretare un vecchio capitano e un deciso patriarca; Wookyung Kim (giovane tenore coreano, vincitore di importanti concorsi di canto) è un Erik dalla voce morbida ma dal carattere esageratamente irascibile; infine Okka von der Dammerau è una solida (sotto tutti i punti di vista) Mary e Dean Power brilla come timoniere anche se con qualche piccola incertezza.

Al termine calorosi applausi del pubblico con qualche isolato buu per la regia.

Amleto  di Franco Faccio

Mercoledì 20 luglio trasferta a Bregenz sul Lago di Costanza, che qui chiamano Bodensee, per una rarità assoluta: Amleto di Franco Faccio, composto su libretto di Arrigo Boito, anticipatore delle successive esperienze shakespeariano/verdiane di Otello e Falstaff, sperimentale e ‘scapigliato’ al massimo grado, che segue con fedeltà le linee generali della tragedia. Arrigo Boito è autore anche di libretto e musica di Mefistofele, opera che abbiamo visto e ascoltato a Monaco la sera successiva.

Celebre per essere considerato il primo direttore d’orchestra della storia del melodramma, grande amico di Verdi, Franco Faccio compose due opere, Amleto è la seconda ed è considerata una singolare esperienza operistica, con caratteristiche che la distinguono da gran parte della produzione italiana contemporanea: anzitutto una sensibilità intimista, che privilegia atmosfere rarefatte, ora malinconiche (Ofelia), ora allucinate (lo Spettro); un linguaggio musicale elegante, rifinito, alieno da esagerazioni effettistiche e da trivialità e una strumentazione sovente alleggerita con una suggestiva predilezione per i toni chiari.

L’opera debuttò al Teatro Carlo Felice di Genova il 30 maggio 1865 con un buon successo ma, il fiasco memorabile ottenuto alla Scala nel 1871, in parte dovuto alla cattiva esecuzione, in parte al pubblico ostile a due vessilliferi dell’«arte dell’avvenire», quali si consideravano Faccio e Boito, convinse Faccio ad abbandonare la carriera di compositore per quella, già brillantemente avviata, di direttore d’orchestra.

In effetti la musica è altamente drammatica, accattivante, ma poco poetica e non molto varia, melodie orecchiabili ma poca caratterizzazione dei personaggi. Tranne Amleto tutti gli altri personaggi sono incolori compresa la lunga sofferenza di  Ofelia.  

A Bregenz l’opera, che inaugurava il Festival 2016 è stata rappresentata nella Festspielhaus, il teatro coperto.

L’allestimento è stato affidato alla regia di Olivier Tambosi, parigino ma viennese di adozione (ha studiato regia lirica al Vienna Music Academy ed è tra i fondatori della Neue Oper Wien di cui è stato a lungo direttore artistico). La scelta è quella di rinunciare alla scenografia, soltanto alcuni oggetti vengono collocati su una grande pedana girevole e di puntare tutto sulle luci, sui costumi e sui colori, il rosso e il nero: sangue e dolore, amore e dolore.

Molto positivo anche il lavoro fatto sui protagonisti che si sono rivelati, oltre che degli ottimi cantanti, anche dei bravissimi attori. La sete di vendetta di Amleto viene descritta in modo magistrale: il Principe danese siede davanti a una specchiera come fosse nel camerino di un teatro, si dipinge la faccia di colore bianco,  poi si gira verso il pubblico con un inquietante sorriso che si estende da una guancia all'altra ricordando lo psicopatico Joker dei fumetti di Batman. Amleto gioca molti ruoli: il vendicatore, l'amante, il figlio, il filosofo, il critico teatrale e in ogni parte è assolutamente credibile.

La direzione musicale è stata affidata all’italiano Paolo Carignani che ha voluto dare una interpretazione moderna e sconvolgente della musica di Faccio; frenetica, piena di fuoco e di emozioni come anticipatrice del verismo di fine secolo.

Il tenore di Brno Pavel Cernoch (lo avevamo ascoltato alla Scala in “Una sposa per lo zar”) è un Amleto vocalmente molto convincente, meravigliosamente lunatico e ombroso, bravissimo  nel grande monologo "Essere o non essere!", tale da competere con i più bravi attori di prosa. Dshamilja Kaiser (già bravissimaKatarina in “The Greek Passion” a Graz) è una coinvolgente Regina Madre; il sopranorumeno Iulia MariaDan (artista stabile dell’Opera di Amburgo), che ha ben eseguito l’aria del terzo atto, si è dimostrata una Ofelia un po’ troppo informale; il baritono italiano Claudio Sgura (Marcello nella Boheme di Torino 2012) era un Re convincente vocalmente, altero ma non sufficientemente cattivo, mentre il basso Gianluca Buratto ha ben ricoperto il ruolo dello spettro del padre assassinato, che appare in una controluce abbagliante e poco spettrale.

Al termine prolungati applausi da parte del numeroso pubblico presente.

Mefistofele

Dopo quella di ambientare le opere nelle Hall degli Hotel o nei Lounge Bar (Don Giovanni a Salisburgo; Pelleas a Monaco, Tristano a Baden e Don Pasquale a Vienna), un’altra delle manie dei registi tedeschi deve essere quella dei vecchi grammofoni. Dopo che lunedì sera abbiamo sentito gli ultimi accordi de “L’olandese volante” sovrapposti dal crepitio di un vecchio grammofono, due sere dopo, sempre all’opera di Monaco, abbiamo ascoltato sempre su un vecchio e gracchiante grammofono, la fanfara del prologo in cielo del Mefistofele di Arrigo Boito.

L’opera, mai rappresentata nella capitale bavarese, era una nuova produzione dell’ultima stagione lirica, affidata alla regia di Roland Schwab, originario di Monaco, allievo ad Amburgo del grande Götz Friedrich e assistente dell’altrettanto grande regista Harry Kupfer.

Cosa abbia imparato da questi due colossi del teatro mondiale non si è ben capito. A parte l’iniziale gracchiare del vecchio grammofono, subito dopo si è visto un filmato con un aereo che volteggia su New York, quasi a ipotizzare un secondo 11 settembre (il male è sempre ovunque!) e sullo sfondo la figura di John Lennon, oltre a numerose proiezioni di primi piani di quanto succedeva sul palcoscenico riprese da una videocamera. Tutta la scena è dominato da un'alta impalcatura di tondino di ferro che occupa tutto il  palcoscenico e che, se abbiamo capito bene, rappresenta l’inferno con tanto di strumenti di tortura e resti umani; tre grandi piani si alzano e si abbassano alternativamente, molto fuoco, tantissimi figuranti, nutrita la presenza di prostitute e viados, Margherita viene stuprata sul proscenio quasi davanti alla buca del suggeritore.  Bisogna comunque dare atto al regista di aver gestito tutte queste masse in modo molto professionale.

In questa bolgia infernale si sono inseriti alcuni quadri grotteschi, non sappiamo fino a quanto voluti: la scena della domenica di Pasqua sembrava una succursale della “Oktoberfest”; l’incontro tra Mefistofele e Margherita avviene all’elegante tavolo di un ipotetico ristorante di lusso; infine la notte del sabba classico è ambientata in una clinica psichiatrica dove è ricoverato Faust con Elena nelle vesti di direttore sanitario. Non si è capito se anche Mefistofele, dopo aver pronunciato i suoi versi conclusivi : Diluvian le rose – sull’arsa mia testa, Le membra ho corrose – dai raggi e dai fior. M’assale la mischia – di mille angioletti. Trionfan gli eletti, – ma il reprobo fischia!, venga ricoverato anche lui nella clinica psichiatrica: Dio è morto!... e il diavolo non sta tanto bene!!!!!!!!!!!!!!

La direzione musicale era affidata a Omer Meir Wellber, giovane israeliano, assistente di Barenboim a Berlino e a Milano, che ha dato una interpretazione fiammeggiante della musica di Boito con colori forti e un uso estremo dei fortissimo, senza per altro tralasciare i momenti lirici e più intimi della partitura sostenuti dagli strumenti obbligati; arpa e flauto in primis ma anche da clarinetto basso, fagotto e corno inglese. 

René Pape ha dato una interpretazione di Mefistofele non da genio del male in contrasto con il bene ma semplicemente come una figura “dal carattere forte”. Vocalmente perfetto è stato imperioso nell’aria “Son lo spirito che nega…", dizione chiara, un nobile basso cantante della scuola italiana. Faust era il maltese Joseph Calleja (già magnifico Hoffman qui a Monaco), tenore dal bel suono brillante che interpreta l’aria "Dai campi, dai prati..." con stupende sfumature liriche anche se scenicamente è troppo impacciato; Margherita è Kristine Opolais (in passato ne abbiamo più volte parlato), tende un po’ troppo a “sfarfallare”, è un po’ troppo debole nel registro grave e quindi ha dei problemi nella tragica e dolorosa aria dell’infanticidio "L'altra notte in fondo al mare…"; brillante la Elena della cecena Karine Babajanyans.

Al termine applausi convinti del pubblico senza contestazioni per la regia!

Per fortuna la sera che c’è stato l’attentato noi siamo rimasti ad Arget perché a teatro era in programma “L’olandese” che noi avevamo visto lunedì. Ci hanno detto che l’opera è andata in scena regolarmente ma che all’uscita del teatro la città era praticamente bloccata con metrò e tram fermi ed è quindi stato problematico per gli spettatori ritornare a casa.

Don Giovanni

Sabato 23 era in programma Don Giovanni in una produzione del 2009 che fu a suo tempo stroncata dalla critica: “Don Giovanni assassinato alla Bayerische Staatsoper”, aveva titolato il prestigioso giornale tedesco Die Welt. La stroncatura all’epoca fu totale: per la regia, per la direzione musicale di Kent Nagano e per le voci. Sabato la direzione musicale e le voci erano totalmente cambiate mentre l’allestimento scenico e la regia erano gli stessi che sono stati più volte riproposti in questi sette anni. La regia è di Stephan Kimmig (ha studiato a Monaco ed è un regista che lavora molto nel teatro di prosa ma ha poca esperienza nel teatro lirico),  che ambienta l’opera in un terminal container. I container, posti su due piani che ruotano su una grande pedana girevole (forse a simboleggiare l'uomo senza fissa dimora), si spostano avanti e indietro su dei binari e aprendosi formano i diversi ambienti dove si sviluppa la trama. Poco sotto lo schermo dei sopra-titoli, su un altro schermo vengono effettuate, per fortuna molto saltuariamente, delle proiezioni video (questa delle proiezioni video è un’altra delle manie dei registi tedeschi) di animali predatori che forse vogliono spiegare, a chi non lo avesse ancora capito (?), che l'eroe è un cacciatore che insegue senza tregua le sue prede. Un’altra idea che a noi è parsa strampalata è stata quella di ambientare il finale del primo atto in una località di sport invernali o forse dell’antartico (la presenza in scena di una coppia di pinguini ha generato in noi qualche dubbio!!!!), con tutti i protagonisti vestiti da sciatori e con don Ottavio, donna Anna e donna Elvira che invece di coprirsi il volto con le usuali maschere si nascondono dietro grandi occhiali da sci!!!!! Ancora, la scena del cimitero è ambientata in un macello con le mezzene sanguinanti delle vacche appese al posto delle lapidi marmoree. L’unica trovata che ci è parsa divertente è l’ultima scena, quella della cena di Don Giovanni, ambientata in una moderna cucina con entrambi i protagonisti impegnati ai fornelli (Leporello sembrava Crozza quando fa lo chef Germidi Soia).

Straordinaria l’esecuzione musicale; il direttore americano James Gaffigan (già assistente di Welser-Möst alla Cleveland Orchestra e attuale direttore principale dell’Orchestra Sinfonica di Lucerna), ha saputo esaltare al massimo il suono dell’orchestra bavarese e delle sue prime parti, in particolare degli strumentini che ci hanno deliziato con le loro fioriture. Ha sempre tenuto bene in mano la situazione, anche nei momenti più complessi, come i difficili concertati ed è stato molto d’aiuto alla compagnia di canto che si è rivelata molto omogenea.

Le voci erano quelle di Erwin Schrott (già Don Giovanni “palestrato” e molto apprezzato dalle Signore della ns. Associazione a Genova nel 2005!!!) che è un Don Giovanni sicuro, potente e dalla eleganza lirica che seduce sia vocalmente, sia fisicamente, sia drammaticamente immedesimandosi molto bene nella parte di predatore che gli assegna il regista; Alex Esposito, che ritorna ai ruoli comici (sicuramente a lui più congeniali) dopo la buona prestazione come Enrico VIII° nella “Bolena” di Bergamo 2015, è un gustosissimo Leporello; Albina Shagimuratova (donna Anna) soprano russo dai gravi caldi e profondi nei momenti drammatici e dalla sicura agilità nel rondò del secondo atto, appare in evidente difficoltà, date le sue dimensioni fisiche e i tacchi a spillo, a districarsi tra i container e tra i numerosi binari presenti sulla scena; eccezzzzzzzionale  la donna Elvira di Dorothea Röschmann (già indimenticabile Vitellia nella mitica, e ormai irripetibile “Clemenza…” di Salisburgo 2005 (direttore Harnoncourt); Eri Nakamura accentua forse un po’ troppo l’aspetto “soubrettistico” del ruolo di Zerlina, mentre Pavol Breslik riscatta con eleganza e  potenza il ruolo di Ottavio dal cliché del promesso sposo eterno. Completavano la compagnia il basso estone Ain Anger (Commendatore all’inizio dell’opera e Cardinale alla fine, quando porta (“forse con sé”) Don Giovanni all’inferno), voce grave e profonda perfettamente in linea con l’alterigia dei due personaggi interpretati e l’altro basso Brandon Cedel, un Masetto bravo vocalmente ma forse un po’ “troppo bravo” nei confronti della biricchina Zerlina!!!!

Teatro esaurito e al termine tantissimi applausi e ripetute chiamate in scena degli artisti.

A Salisburgo abbiamo già visto e ascoltato: Belshazzar di Händel; la prova generale de L’angelo sterminatore, la nuova opera di Thomas Ades che viene presentata in prima mondiale e il cui libretto è tratto dall’omonimo film di Luis Bunuel. Oggi pomeriggio c’è la prova generale di L’amore di Danae di Richard Strauss e sabato un concerto dei Wiener Philharmoniker diretti da Daniel Harding.

A Monaco abbiamo visto e ascoltato Les indes galantes di Rameau e domenica chiudiamo con I Maestri cantori…. di Wagner. Ma di questo ve ne parleremo al ns. ritorno previsto per il 2 agosto.

Tanti cari saluti.

Matilde e Fulvio.