Associazione Musicale "G. Rossini"
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"G. Rossini"

Arget  -  20 luglio 2016

Carissimi,

siamo nuovamente ad Arget (circa 20 km. a Sud di Monaco di Baviera) dove ci fermeremo una settimana per andare alla Bayerische Staatsoper dove è in pieno svolgimento il Festival Operistico 2016.

Abbiamo programmato di vedere e ascoltare: L’olandese volante; Mefistofele; Don Giovanni; Les indes galantes e I maestri cantori di Norimberga.

Faremo anche una puntata al Festival di Bregenz dove è in programma una assoluta rarità: Amleto di Franco Faccio, noto come il primo direttore d’orchestra della storia dell’opera lirica, grande amico e prezioso collaboratore di Giuseppe Verdi, ma assolutamente sconosciuto come compositore.

Domenica 17 luglio con Le comte Ory, si è conclusa la nostra prima partecipazione al Festival “Rossini in Wildbad” di cui diamo un giudizio molto positivo.

Ricordiamo che nel 1856 Gioacchino Rossini trascorse a Wildbad un periodo di cura e riposo. Il medico delle terme che lo seguì si chiamava Schönleber proprio come l’inventore del Festiva che, dal 1989 ne è anche Sovrintendente, regista e animatore e a cui va il merito di aver portato il festival a un livello tale da renderlo uno degli appuntamenti estivi irrinunciabili per gli amanti del belcanto.

Le rappresentazioni delle opere avvengono in due sale ubicate tra il centro storico della cittadina (circa 13.000 abitanti) e il grande parco delle terme. Una la Trinkhalle (Trink è inteso nel senso di bere acqua, acqua termale e non birra come si è portati a pensare quando si sente questa parola tedesca!!!!!!), è una sala moderna tutta rivestita di legno dipinto di bianco, abbastanza grande (circa 480 spettatori), adattata a teatro in occasione del Festival. La seconda sala è lo storico Königliches Kurtheater (1867), dalla capienza limitata a circa 200 posti. I due palcoscenici sono di ridotte dimensioni, privi di quinte e dei tradizionali macchinari teatrali e non danno grandi possibilità ai registi e agli scenografi di sviluppare la loro fantasia. Quindi le opere vengono di fatto rappresentate in forma semiscenica oppure in forma di concerto.

L’orchestra del Festival “Virtuosi Brunensis” è composta da musicisti, in gran parte giovani, provenienti da due orchestre della città di Brno in Moravia mentre il coro, “Bachchor Poznan” composto da una ventina di cantanti, proviene dalla città di Poznan in Polonia. 

Per tutte le opere in programma viene stampato il libretto nella lingua originale dell’opera con testo a fronte in tedesco e in inglese, mentre i sopra-titoli sono nella lingua originale e in tedesco.

Direttore artistico e direttore principale è l’italiano Antonino Fogliani, siciliano ma bolognese di adozione, che ha diretto in importanti teatri italiani ed esteri. Noi non abbiamo mai avuto occasione di ascoltarlo.

Sigismondo

L’opera inaugurale del Festival, giovedì 14 luglio, era Sigismondo di Gioacchino Rossini. Questo dramma per musica in due atti andò in scena al Teatro La Fenice il  26 dicembre 1814, tentando di ripetere il successo dell’anno precedente con Tancredi. Il successo non ci fu, anche per il brutto libretto di Giuseppe Foppa, definito dal primo recensore veneziano, «un ammasso confuso d’indigeste parole», e così Rossini, convinto però di aver scritto dell’ottima musica, mentre l’opera veniva abbandonata all’oblio, ricorse ai cosiddetti “auto-imprestiti”, utilizzando cioè una parte della musica del Sigismondo nella composizione delle sue opere successive. Quindi chi conosce abbastanza bene le opere del grande pesarese, durante l’ascolto del Sigismondo sentirà melodie venute poi celebri perché inserite in opere di successo e ancora oggi molto rappresentate. Citiamo tra le più conosciute: “Piano, pianissimo…”, che è anche il titolo e la sigla di una trasmissione televisiva e la celeberrima aria di Don Basilio “La calunnia….”.

Ricordiamo anche l’ottimo allestimento dell’Opera Giocosa di Savona del 1992, grande protagonista Sonia Ganassi, direttore Richard Bonynge, regia di Filippo Crivelli. Mettiamoci il cuore in pace perché a Savona questi spettacoli non li vedremo mai più!!!!!!!!!  

La vicenda narrata si rifà a un canovaccio già ampiamente sfruttato in passato: una donna (Aldimira) viene ingiustamente ripudiata dal marito (Sigismondo, re di Polonia), su istigazione di un cattivo consigliere (Ladislao), che si era visto rifiutato, non viene uccisa per pietà dai sicari e vive in incognito ai margini della foresta. Il padre (Ulderico, re di Boemia) muove guerra contro Sigismondo per vendicare la figlia, finché un giorno la donna viene riconosciuta innocente e riabilitata, mentre il cattivo consigliere è inevitabilmente condannato!!!!!!   

L’allestimento di Wildbad si avvaleva della regia di Jochen Schönleber (Sovrintendente del Festival), in passato assistente del grande Juri Ljubimow, che muove i personaggi all’interno di uno spazio delimitato da pannelli mobili che rappresentano le diverse situazioni sceniche.

Sigismondo era la russa Margarita Gritskova, cantante stabile dell’Opera di Vienna dove ha anche cantato in ruoli di primo piano, un mezzosoprano dall’ampia estensione, squillante nel registro acuto e calda in quello grave; Aldimira era la cubana Maria Aleida, soprano di coloratura, dalla voce agile e ben intonata; Ladislao era il tenore inglese Kenneth Tarver, lanciato da Claudio Abbado nel 1998 nell’indimenticabile “Don Giovanni” di Aix-en-Provence (regia di Peter Stein); mentre tra i comprimari vanno citati il giovane e promettente basso ungherese Marcell Bakonyi impegnato in due ruoli: Zenovito nel primo atto; dove ha ben interpretato l’aria di sorbetto con la voce grave e profonda ben fusa nel gioco dialogico con i contrabbassi e nel secondo atto il ruolo di Re Ulderico dove si è ben amalgamato al resto della compagnia nei difficili concertati. Infine Paula Sanchez-Valverde ha eseguito dignitosamente il rondò di Anagilda consueto tributo alla seconda donna.

Il Maestro Antonino Fogliani ha diretto in maniera equilibrata riuscendo a valorizzare la musica senza mai dimenticarsi dei cantanti sul palco che ha saputo ben concertare. Bene il coro maschile polacco.

Al termine calorosi applausi ed entusiasmo da parte del pubblico che ha riempito solo in parte la sala.

Bianca e Gernando

Venerdì 15 luglio era in programma Bianca e Gernando di Vincenzo Bellini eseguita in forma di concerto. Seconda opera di Bellini, fu scritta per il San Carlo di Napoli, su libretto dell’esordiente Domenico Gilardoni che si ispirò al dramma di Carlo Roti “Bianca e Fernando”, ma fu rappresentata come Bianca e Gernando per evitare spiacevoli allusioni al re borbonico Ferdinando I°. Il successo fu tale che Bellini si vide commissionare un’opera per Milano (sarà Il pirata) dal celebre impresario Barbaja. Furono poi l’inaugurazione del Carlo Felice di Genova (7 aprile 1828), a offrire a Bellini l’occasione di riprendere l’opera su libretto riveduto da Felice Romani e con il titolo di Bianca e Fernando. Pur non essendo un capolavoro l’opera contiene importanti elementi melodici e drammatici che sviluppati, daranno luogo alle opere più mature.

Bianca e Fernando, è una fra le pochissime opere senza una trama d’amore: Bianca e Fernando sono infatti figli del duca di Agrigento Carlo, quindi sono fratelli e non amanti. Filippo, l’usurpatore, rinchiude il duca in una prigione, facendolo credere morto, e allontana da corte Fernando ancora fanciullo. Bianca, vedova del duca di Messina, sposa ignara, Filippo. Divenuto adulto, Fernando ritorna sotto mentite spoglie, ottenuta la fiducia di Filippo e da lui incaricato dell’uccisione del vecchio duca, accusa la sorella di collusione con il tiranno. I due fratelli si recano allora dal padre imprigionato, ma vengono sorpresi da Filippo. Sarà l’intervento di Clemente, un anziano e fedele servitore dell’antico signore, a salvare la situazione e permettere così il lieto fine.

Il quartetto delle voci principali era quasi tutto italiano: Bianca era il soprano Silvia Dalla Benetta, una carriera decennale tutta sviluppata nei teatri della provincia italiana, un soprano lirico dalla voce potente e ben impostata che tende però ad eccedere nel registro acuto; Filippo, il cattivo della situazione, era il giovane e promettente Vittorio Prato, baritono dalla voce agile ed estesa, che avevamo già ascoltato nel 2014 al Festival Donizetti in “Betly” a fianco della savonese Linda Campoanella; Carlo, la vittima, era il vicentino Luca Dall’Amico, anche lui beniamino dei teatri della provincia italiana ma con importanti scritture anche nei principali teatri italiani e stranieri (lo avevamo ascoltato alla Fenice di Venezia ne “L'Africaine” di Meyerber), basso dalla voce grave e profonda particolarmente adatto per i ruoli tragici. Completava il cast il russo Maxim Mironov che, nonostante la giovane età ha cantato nei principali teatri di tutto il mondo (ne avevamo già parlato ascoltandolo in “Anna Bolena” al Festival Donizetti di Bergamo lo scorso novembre), tenore dalla voce chiara e dalla vocalità belcantistica, più adatta a ruoli rossiniani e  mozartiani che non ad un personaggio eroico come Gernando, ha portato bene a termine il difficilissimo ruolo che, giova ricordarlo, fu composto per due dei più grandi tenori dell’ottocento: Gianbattista Rubini a Napoli e Giovanni David a Genova.

La nota dolente di questa produzione è stato certamente il direttore Antonino Fogliano che, mentre la sera precedente nel Sigismondo aveva diretto in modo molto equilibrato, in questa occasione si è fatto prendere un po’ troppo dagli empiti eroici della partitura e dal giovanile ardore dell’orchestra, esaltando a dismisura lo squillare degli ottoni e il rombo delle percussioni che hanno invaso la piccola sala coprendo pressoché totalmente i poveri coristi e creando non poche difficoltà alla compagnia di canto. Nella seconda parte, forse perché avvertito da qualche collaboratore, ma anche per la diversa struttura della partitura belliniana, più lirica e intima, l’entusiasmo iniziale si è notevolmente attenuato, permettendo di meglio evidenziare le qualità canore delle voci, protagoniste indiscusse delle opere del grande catanese.

Al termine calorosi applausi del pubblico (più numeroso della sera precedente) e bis del finale dell’opera.

Il conte di Marsico

Sabato 16 luglio al pomeriggio, era in programma “Il conte di Marsico” di Giuseppe Balducci (1796–1845) un compositore “belcantista”, non molto considerato nel suo tempo, che visse sotto la protezione di un nobile e scrisse le sue opere ispirandosi a Rossini, ma soprattutto ai suoi contemporanei Bellini e Donizetti. Si tratta di un’opera da camera in un prologo e due atti, unica nel suo genere, composta per sei giovani voci femminili, coro e due pianoforti, di cui uno suonato a quattro mani. La prima rappresentazione si è tenuta a Napoli il 26 febbraio 1839 presso il Teatro privato della Marchesa Matilde Capece Minutolo.

L'azione che si svolge nel castello di Marsico, Principato di Citra, nel 1266, dopo la battaglia di Benevento, ha una trama lunga e ingarbugliata con lieto fine che non vi stiamo a narrare,  ma quello che è più importante è la musica bella e il trattamento delle voci che sono solo femminili (soprani, contralti e mezzosoprani), seguendo l'antica tradizione barocca. La partitura in poco meno di due ore offre, alle sei protagoniste, una vocalità brillante sia nelle magnifiche arie che nei duetti e negli assieme come nel grande finale ad effetto del primo atto. Sicuramente Balducci, musicista dimenticato come molti altri, non era un grande compositore d'opera, ma recuperare una delle sue opere si è rivelata un’operazione molto interessante. Il merito va a questa coproduzione tra il Festival di Wildbad e gli “Amici dell’Opera Sarria” di Barcellona e alle sei giovani e  bravissime interpreti.

Demetrio e Polibio

Domenica 17 luglio, al mattino alle 11.15 era in programma “Demetrio e Polibio”, la prima opera composta da Rossini che rappresenta anche un caso unico nella storia del melodramma italiano. Rossini la compose infatti per una famiglia di artisti: Domenico Mombelli compositore e tenore; Vincenzina Viganò-Mombelli, sua moglie e autrice del libretto e le due figlie Ester e Anna, soprano la prima e contralto la seconda. Ludovico Olivieri, maggiordomo, cuoco e factotum di casa, disimpegnava le parti di basso. Composta nel 1806, la partitura rimase inedita finché il nome di Rossini non fu più quello di uno sconosciuto. La trama non ve la raccontiamo perché molto complessa. Il libretto della Viganò si attirò infatti numerose critiche perché considerato un testo ancorato alla più deteriore tradizione settecentesca: fatuità della storia, complessità dell’intreccio nel quale si susseguono, senza posa, agnizioni, rapimenti, ritrovamenti. I momenti musicali del dramma sono svolti quali puri e semplici “affetti” avulsi dallo svolgimento della storia; una serie di luoghi comuni riscattati però dalla musica e dal canto.

L’opera ebbe un’ottima accoglienza, come scrisse la stampa dell’epoca, in virtù di una musica «che accarezzava l’orecchio» e per l’ottima interpretazione delle due sorelle protagoniste. Il Demetrio e Polibio fu assai amato grazie al pathos che sa trasmettere e perché, come scrisse il Beyle, quelle arie erano i primi fiori della fantasia di Rossini e hanno tutta la freschezza del mattino della vita.

Come per il Sigismondo molto materiale musicale del Demetrio e Polibio finì in altre opere rossiniane, questa volta però meno celebri; quello più conosciuto è il duetto Siveno-Lisinga “Questo cor ti giura amore” che finisce nel Signor Bruschino come duetto Sofia-Florville “Quant’è dolce a un’alma amante”.

Presentata nel piccolo Kurtheater, nell’edizione critica della Fondazione Rossini di Pesaro curata da Daniele Carnini, l’opera si avvaleva della semplice regia dell’italiano Nicola Berloffa (diplomato alla Scuola “Paolo Grassi” di Milano e assistente di importanti registi d’opera: Luca Ronconi, Cesare Lievi e Daniele Abbado), con un’unica scena arredata con qualche sedia, limitandosi soltanto a dividere le due fazioni contrapposte, i Parti e i Siriani, riconoscibili dalla diversità delle divise militari. Le quattro voci soliste erano: Victoria Yarovaya (Demetrio/Siveno), giovane contralto russo, che ha conquistava il pubblico grazie a una tecnica solidissima e un timbro accattivante; Sofia Mchedlishvili (Lisinga), giovane georgiana (ha fatto l’Accademia della Scala ricoprendo anche ruoli secondari in importanti produzioni scaligere), soprano dalla voce potente e molto acuta a volte metallica, brava nelle agilità richieste dal ruolo;  Cesar Arrieta (Demetrio/Eumene), tenore venezuelano ancora acerbo e ai limiti delle proprie possibilità già in questo ruolo certamente non impervio e infine Luca Dall’Amico (Polibio), già impegnato come Carlo in “Bianca e Gernando”, basso dalla voce grave e profonda che ben si è adattato ad una vocalità ancora legata ai ruoli nobili e paterni tipici dell’opera seria settecentesca.

Dirigeva Luciano Acocella (già collaboratore di Daniele Gatti, dirige abitualmente in Francia e in Belgio e dal 2011 è direttore musicale dell'Opera de Rouen) che, alla guida di un organico orchestrale cameristico (una quindicina di strumentisti), ha saputo ben coltivare questi “primi fiori della fantasia di Rossini” a cui accennavamo sopra.  

Al termine tanti applausi e numerose chiamate per artisti e direttore.

Le comte Ory

Infine domenica 17 luglio, alla sera, con l’ascolto de Le comte Ory, si è conclusa la ns. prima partecipazione al Festival “Rossini in Wildbad”.

Le comte Ory è la terza opera “parigina” di Rossini, quando ormai il grande compositore era unanimemente acclamato. In occasione dell’incoronazione di Carlo X egli aveva musicato “Il viaggio a Reims”, con pregevoli pagine che non voleva fossero dimenticate, così ben quattro pezzi del “Viaggio” confluirono nella nuova opera il cui libretto fu redatto da Scribe e il cui primo interprete sarà Adolphe Nourrit, il grande tenore che sosterrà in seguito il temibile ruolo di Arnold nel “Guillaume Tell”. Per lui il compositore aveva concepito una tessitura vocale fra le più acute, prevedendo al tempo stesso un cantante-attore particolarmente esperto nella recitazione. Rossini concepì in quest’opera scritture vocali vertiginose, per cantanti di levatura e capacità tecniche eccezionali. Rossini con quest’opera sembra volersi allontanare dalla realtà del suo tempo, da quel nuovo modo di cantare da lui stesso definito «gridato»; si avverte nel suo raffinato distacco una sfiducia nei confronti di un mondo che sente ormai estraneo. Solo undici mesi più tardi smetterà di comporre.

L’opera è stata presentata in forma semiscenica sempre con la regia di Nicola Berloffa che, avendo a disposizione spazi un poco più ampi, ha lavorato bene sui movimenti scenici degli artisti impegnati con alcune interessanti e divertenti gags che hanno saputo ben esaltare, con goliardica ironia e grotteschi travestimenti, la deliziosa comicità della storia narrata. La direzione orchestrale, ancora affidata a Luciano Acocella, ha saputo ben esaltare la spumeggiante partitura rossiniana dandogli brio, giuste accelerazioni alternate ai “pochi” momenti lirici più riflessivi e ben assecondando il buon lavoro del regista.

Purtroppo questa produzione, che presentava al pubblico una compagnia di giovani cantanti che avevano partecipato alla Master-Class che tiene tutti gli anni Raoul Gimenez, indimenticabile tenore rossiniano, ha avuto il suo punto debole nel ruolo più importante, quello che da il titolo all’opera. Il tenore rumeno Gheorghe Vlad si è dimostrato assolutamente non idoneo al difficile ruolo mentre hanno ben figurato gli altri giovani interpreti:

la spagnola Sara Blanch (Adele), soprano di agilità dalla voce molto espressiva e scenicamente perfetta; Karina Repova mezzosoprano lettone, già distintasi nel ruolo “en travesti” di Gualtiero ne “Il conte di Marsico” che, per la sua bella presenza, ha saputo ben interpretare il ruolo allusivamente “double face” di Isolier; Roberto Maietta (ha partecipato a numerose produzioni del Teatro Carlo Felice, ultimamente è stato il “primo soldato” in “Salome”), baritono particolarmente versatile ma, secondo noi, più adatto ad un repertorio comico e belcantista e infine Shi Zong (Le Gouverneur), basso cinese che ci ha stupiti per la bellezza vocale e per la preparazione.


Complessivamente quindi quella di Bad Wildbad è stata una bella esperienza che contiamo di ripetere anche per i prossimi anni.

Vi lasciamo perché siamo in partenza per Bregenz per Amleto di Franco Faccio. Ve ne parleremo la prossima settimana.

Tanti saluti e a risentirci.

Matilde e Fulvio.