Associazione Musicale "G. Rossini"
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Arget (M) – 4 aprile 2016

Carissimi,

come va?  Noi siamo sempre in campagna a sud di Monaco. Il tempo è impazzito , ieri la temperatura ha raggiunto i 25° (lo scorso anno dal 1° al 6 aprile aveva nevicato con temperature intorno allo 0!!!!), tra l’altro non piove e per i contadini è un po’ un problema.

Il programma degli spettacoli è stato pienamente rispettato, i biglietti si sono trovati, tutto procede secondo il programma tracciato.

Da Boston a Hollywood - Un ballo in maschera

Lunedì 28 marzo abbiamo visto e ascoltato Un ballo in maschera di Verdi in un nuovo allestimento dell’Opera bavarese affidato alla regia di Johannes Eraths e diretto da Zubin Mehta, eccellentemente ripresosi dall’incidente della scorsa estate di cui vi avevamo parlato dal Festival di Salisburgo 2015.

Johannes Eraths, dopo aver iniziato come musicista (si è diplomato in violino a Vienna), è passato alla regia facendo da assistente a importanti registi d’opera quali Willy Decker e Graham Vick. E’ stato Direttore dell’Opera di Amburgo per poi collaborare a lungo con l’Opera di Graz e di Francoforte e con i più importanti teatri d’opera di Germania.  Dopo aver iniziato con il repertorio tradizionale (Orfeo ed Euridice, La traviata, Aida, Don Giovanni, Un ballo in maschera, I racconti di Hoffmann, ecc), si è specializzato nel teatro d’opera contemporanea allestendo numerose “prime esecuzioni” assolute.

Il regista sceglie di ambientare l’opera (il cui soggetto, come è noto, prende spunto dall’assassinio del Re di Svezia Gustavo III°), come fece Verdi per motivi di censura e cioè a Boston in America. Trasportando però la vicenda agli anni 20/30 del novecento. La scena è unica, un ampio scalone semicircolare che avvolge dal basso in alto tutta la scena e con al centro del palcoscenico un letto enorme che si proietta sul soffitto non attraverso un gioco di specchi ma collocando sul soffitto un altro letto uguale e che noi abbiamo inteso come a rappresentare l’utopia dell’amore, un amore impossibile tra Amelia e Riccardo; un amore non corrisposto tra Renato e Amelia. I due protagonisti hanno entrambi un doppio (è una mania, quella dei doppi, molto diffusa tra i registi tedeschi), un mimo che, fortunatamente in pochissime scene, sostituisce il personaggio impegnato nel canto. 

Ulrica viene promossa, da semplice protagonista del solo secondo quadro del primo atto, a regista in scena. Già nel corso del preludio iniziale la si vede, vestita da grande diva hollywoodiana , al centro della scalinata, che sale e scende più volte nel corso dello spettacolo per poi salire per l’ultima volta al termine dell’opera e accompagnare Riccardo fuori scena. Riccardo cantante non muore perché Renato ha sparato al mimo che è morto al suo posto!!!!!!!!! Inevitabilmente anche il personaggio di Oscar proviene dal Music Hall cinematografico Hollywoodiano (lo dice il nome stesso!!!!), una specie di Ginger Roger anche se un po’ ingrassata!!!!!

Dicevamo del letto, sul quale si svolge praticamente tutta la vicenda con idee, a volte condivisibili come quando all’inizio del secondo atto Amelia e Renato sono coricati e, mentre lui dorme tranquillo, lei, prima di partire per andare a cogliere la pianta “che rinnovella il cor…” ,  per due volte si avvicina con il cuscino al volto del marito con l’intenzione di ucciderlo, a volte assurde come quando, sempre sul letto su cui Renato continua a dormire tranquillamente, si svolge gran parte del duetto Amelia/Riccardo e soltanto dopo la seconda volta che lei dichiara “Ebben. si, t’amo…” , finalmente Renato si sveglia  (inevitabili le risate del pubblico!), si alza, si infila una vestaglia ed entra per proseguire nella scena!!!!

Zubin Mehta esalta al massimo le potenzialità dell'orchestra bavarese alla quale riesce a dare quel tocco di raffinatezza ed eleganza che non sempre i direttori stranieri riescono a dare all’opera italiana. Qui a Monaco dicono che l’orchestra diretta da Mehta suona meglio che con gli altri direttori. In effetti la sua bacchetta riesce ad esaltare gli aspetti drammatici, lirici ed soprattutto ironici della partitura verdiana e, nonostante la complessità delle scene d'insieme,  riesce ad esaltare le diverse emozioni dei protagonisti ma, allo stesso tempo, mantenere un perfetto equilibrio musicale. E’ stato sicuramente lui il protagonista assoluto della serata e, al termine della rappresentazione, le ovazioni del pubblico nei suoi confronti sono state meritate.

Tra i comprimari va segnalata la prestazione deludente dei due congiurati: Samuel (Anatoly Sivko) e Tom (Scott Conner), impacciati scenicamente ed insicuri vocalmente, non riescono ad esprimere compiutamente l’astio e l’odio per Riccardo e soprattutto la pruriginosa ironia borghese dopo la scoperta che la donna velata è Amelia.

Brilla invece come una stella hollywoodiana il giovane soprano russo  Sofia Fomina nel ruolo di Oscar. Nonostante il fisico un poco grassoccio, si muove disinvoltamente sulla scena, ottimo soprano di coloratura, voce chiara, dizione perfetta, sicura nel registro acuto da un tocco di brillantezza e di giovanile ironia alle scene dove è protagonista.

Da sottolineare altrettanto positivamente la prestazione del mezzosoprano Okka von der Damerau (la maga Ulrica), altera e ieratica ma anche accattivante, di una profondità straordinaria sotto il profilo vocale, nonostante la “sua scena” si svolge sempre intorno al fatidico letto, riesce con la sua voce a trasportare il pubblico nell’ “abituro” previsto dal libretto e ancora più giù fino all’invocato “Re dell’abisso”. Il giovane baritono rumeno Giorgio Peteans (chiamato a sostituire già dall’inizio delle prove il più quotato Simon Kenlyside) si è rivelato un ottimo Renato. Non sforza in altezza, dolce e delicatamente lirico nel cantabile, raffigura un Renato più amoroso e amico sincero che non geloso vendicatore.

Amelia era il soprano italiano Anna Pirozzi che ha sostituito all’ultimo momento l’indisposta Hanja Harteros. Rivelatasi al Festival di Saliburgo  2014 nel Nabucco (Abigaille) con l’Opera di Roma diretta da Riccardo Muti, sta imponendosi nei più prestigiosi palcoscenici internazionali: Tosca a Berlino, Nabucco a Valencia, Ernani a Roma. Nel 2016 debutterà Alla Scala, I due Foscari, al Coven Garden, Il trovatore e a San Francisco, Andrea Chénier. Voce voluminosa, estesa, ottima nelle colorature “di forza”, possente nel registro grave, molto espressiva e scenicamente “a posto”, nonostante sia stata letteralmente catapultata sul palcoscenico,  il giovane soprano napoletano non ha fatto minimamente rimpiangere l’assenza della più quotata artista tedesca.

Straordinario Riccardo (ruolo che sembra composto su misura per lui), il tenore polacco Piotr Beczala ha dimostrato ricchezza di fraseggio, notevole forza e limpidezza nelle colorature. Qui a Monaco lo hanno paragonato al giovane Nicolai Gedda. Noi non commentiamo in quanto non abbiamo mai avuto occasione di ascoltare dal vivo il grandissimo tenore russo/svedese.

Interminabili gli applausi e le chiamate al termine dello spettacolo.

Turandot in 3D  -  2046 L’Europa sotto il dominio della Cina

La seconda opera vista a Monaco è stata Turandot in una produzione del 2011. La versione è quella senza finale come fece Toscanini alla prima milanese del 1926.

La confezione dello spettacolo (regia, scene, costumi, luci, movimenti coreografici, installazioni video, ecc.) è stata affidata al complesso spagnolo “La Fura del Baus” diretta da Carlus Padrissa, molto colorata e vivace, con effetti tridimensionali quando, nei primi due atti, entra in scena Turandot, circondata da un gigantesco caleidoscopio che risveglia i suoi ricordi d'infanzia, per sottolineare la sua estraneità al mondo terreno che brulica nello spazio sottostante, ipnotizzato dalla sua bellezza e terrorizzato dalla sua crudeltà. Durante queste scene bisognava indossare gli inevitabili occhialini blu e rossi!!!

Il regista catalano trasferisce la storia della principessa di ghiaccio, che fa decapitare tutti i suoi ammiratori che non rispondono ai suoi indovinelli, in una Cina del futuro (o forse in un’Europa del 2046 dominata dalla Cina?), un po’ Disneyland, un po’ Star Treck, un po’ come nel film di Ridley Scott “Blade Runner”, con colori vivaci, insegne al neon, le persone in abitazioni simili a gabbie, completamente intontite dagli intrattenimenti di massa. A parte i giochi acrobatici in puro stile circense, alcune scelte registiche possono anche passare, come i movimenti coreografici sui pattini da ghiaccio, altre invece offrono immagini davvero impressionanti, a volte provocatorie, ma anche di cattivo gusto come quando i carnefici vestiti di nero, scorrazzano sui pattini per tutto il palco giocando a Hokey con la testa dell’ultimo principe decapitato.

Era inevitabile che tra i movimenti di massa sul palcoscenico, gli acrobati, i pattinatori e gli occhiali 3D di cartone un po’ traballanti, il pubblico era portato a distrarsi dalla esecuzione musicale affidata a Dan Ettinger, di cui vi abbiamo ampiamente parlato in questa nostra rubrica. Il direttore israeliano da una interpretazione magniloquente della partitura pucciniana con sonorità forti, a volte eccessivamente  fragorose, a volte soffusamente liriche come, nel quadro di apertura, l’ingresso delle voci infantili. Secondo il ns. modesto parere un’ottima concertazione sia nell’evocazione dell’Oriente favoloso e barbarico quanto nella descrizione delle differenti e opposte passioni di Calaf e Liù. Uno dei momenti di eccellenza di questa lettura musicale è stato certamente il terzetto delle maschere in apertura del secondo atto, in cui Puccini rifà con eleganza sorniona il verso all’operetta: tempi giusti, brillantezza nell’attacco, morbidezza e sensualità nella cantilena centrale, ottimamente evidenziati i fraseggi degli ottoni.

Sul versante vocale va segnalata la grande prestazione, nel ruolo di Turandot, del soprano russo Elena Pankratova (già allieva di Renata Scotto), che combina a una naturale sensibilità musicale, un perfetto controllo della voce ed una grande presenza sul palcoscenico.

Come nella precedente edizione del 2014 la parte del Principe ignoto Calaf (che, a onor del vero, per risolvere i quesiti consulta più volte un tablett!!!!!) era sostenuta dal coreano Yonghoon Lee. La sua voce di tenore lirico puro, alle prese con una parte che richiederebbe almeno un lirico spinto, lo mette costantemente in difficolta nel registro acuto mentre è più a suo agio al centro e nei cantabili. Ottima la prestazione di tutti i comprimari: la Liù di Golda Schultz (Sophie nel Rosenkavalier di Salisburgo 2015), voce calda, intensa, appassionata e commovente; Timur, interpretato dal giovane basso croato Goran Jurić, voce profonda, dizione perfetta, ottima declamazione, appassionata partecipazione alla scena e le tre maschere Ping, Pong e Pang che fanno parte della compagnia stabile della Bayerische Staatsoper.

La prestazione del Coro, che in Turandot è di gran lunga più importante che nelle altre opere di Puccini, è stata a dir poco eccezionale ben imitato dai giovanissimi cantori del Coro di voci bianche.

Al termine convinti applausi del pubblico.

Lohengrin  -  La vita è un cantiere

Terza opera in programma alla Staatsoper di Monaco il Lohengrin di Wagner, in una produzione del 2013 che noi avevamo già visto alla televisione satellitare tedesca.

L’allestimento è stato affidato a Richard Jones, di cui alcuni soci ricorderanno la stupenda “Dama di picche” vista a Modena nel lontano 2002. Noi abbiamo visto altri spettacoli di Jones: “Wozzeck” (Komische Oper – Berlino 2005); “Lady Macbeth di Mzensk” (Milano 2007); “I racconti di Hoffman” (Monaco 2014) e tutti sono stati molto apprezzati.

Il regista inglese racconta una storia triste della società borghese, la formazione di una famiglia e la costruzione della sua abitazione, del cosiddetto “desco familiare”.

La scena principale è un cantiere edile moderno con tutte le attrezzature necessarie: tubi innocenti, tavole, impastatrici, pale, carriole, il cassone per lo “zétto”, come diciamo noi liguri, ecc. Durante il preludio viene disegnato su un tecnigrafo il prospetto della casa poi, durante il corso dell’opera, viene più volte fatto calare e rialzare un separé che nasconde il cantiere, per poi farlo rivedere nei diversi stati di avanzamento dei lavori di costruzione: le fondamenta, il primo piano, la posa dell’ultima parte del tetto, con tanto di pannelli solari, l’arredamento dell’interno con camera matrimoniale e culla per il futuro erede.

Ma come si sa il destino è implacabile e dopo la celebre marcia nuziale, quando i novelli sposi prendono finalmente possesso del loro “nido d’amore”, la domanda proibita che Elsa pone a Lohengrin fa crollare tutto, l’eroe, dopo aver ucciso Telramund e scacciato Elsa, incendia la casa per poi recarsi sulle rive della Schelda ad annunciare a tutti il suo nome, il suo casato e la sua terra natale.

La direzione musicale era di Lothar Koenig che ha diretto a Torino “La piccola volpe astuta”. Il Maestro tedesco ha “lasciato cantare” l’ottima compagnia ed ha esaltato tra le sezioni orchestrali le dolci melodie dell’oboe e del clarinetto e quelle tristi del violoncello. Le trombe, ben posizionate in diversi spazi del teatro, hanno dato un effetto circolare molto coinvolgente, anche se a volte troppo fragoroso. In definitiva una ottima direzione dell’orchestra a cui va aggiunta l’ottima prestazione del coro rinforzato, come in Turandot, da numerosi aggiunti.

I cantanti erano Burkhard Fritz (Lohengrin), diventato celebre dopo aver esordito nell’impervio ruolo di “Benvenuto Cellini” al Festival di Salisburgo 2007, in sostituzione del grande tenore Neil Shicoff che aveva rinunciato dopo un clamoroso e feroce litigio con i Wiener Philharmoniker. Tipico tenore wagneriano spinto, Fritz si è trovato più a suo agio nel registro acuto, che caratterizza le scene più concitate della vicenda, che non nei momenti di intimità e di riflessione dove il canto è più melodico.

La soprano sudtirolese di Merano Edith Haller disegna una Elsa scenicamente e vocalmente molto determinata, sia nell’impegno per la costruzione della sua casa (vestita da muratore lavora intensamente “di cazzuola” per sistemare i mattoni), sia nell’insistere a porre al suo eroe la domanda proibita. Voce ben impostata, ottima nel registro grave, da il meglio di se nel canto melodioso delle scene di intimità e nel duetto d’amore.

Petra Lang, la cattiva e antipatica Ortrud, si caratterizza con nitidezza ben misurata in un ruolo molto coinvolgente che ben ritrae le caratteristiche negative del personaggio. Straordinaria nel registro acuto dove raggiunge la stratosfera. Thomas Mayer (già deludente Wotan e ottimo Mandryka qui a Monaco), compagno di sventura e di vergogna di Ortrud,  disegna un Telramund di grande cattiveria e di grande potenza vocale a cui si accompagna una espressività molto intensa. Infine Günther Groissbӧck, basso che alterna con successo ruoli comici (il barone Ochs), a ruoli seri (Fasolt, Oreste) è stato un vero Re, sia come personaggio che come cantante: presenza scenica da protagonista, voce potente, profonda nei gravi, chiara e ben leggibile nei concertati.

Al termine convinti applausi del pubblico, intensi per i cantanti e il direttore, con qualche disapprovazione per la regia.

Ultimo appuntamento musicale della settimana un concerto dell’Orchestra Filarmonica di Monaco diretta da Valery Gergiev che, nell’ultimo giro di valzer tra i grandi direttori d’orchestra, ha lasciato il posto a Simon Rattle alla guida della “London Symphony”, per passare alla guida della prestigiosa orchestra di Monaco in sostituzione dello scomparso Lorin Maazel.

I Münchner Philarmoniker, che i ns. soci ben conoscono per averli ascoltati più volte nelle stagioni torinesi del Lingotto, hanno presentato un programma misto russo/tedesco: nella prima parte le sinfonie 1 & 7 di Sergej Prokof’ev e nella seconda parte la sinfonia n. 3 (Wagnersimphonie) di Anton Bruckner.

Nella prima parte del programma Gergiev gioca in casa e dirige la “classica” con ritmi effervescenti, luccichii sfavillanti e taglio parodistico mentre nella “settima” predilige i momenti lirici senza dimenticare il sorriso sofferente dell’ultimo Prokof’ev.

Nella “terza” di Bruckner, di cui Gergiev sceglie di eseguire l’ultima versione curata da Nowak, il direttore russo esalta il ricco fraseggio degli archi nell’Adagio, l’umorismo del “Trio” dello Scherzo e lo squillo degli ottoni e il vigore dell’orchestra nell’Allegro conclusivo.

Tanti applausi, tanti “bravo”, quindi una buona accoglienza al nuovo direttore che proprio la prossima settimana presenterà la nuova stagione 2016/2017.

A risentirci lunedì 11 aprile da Salisburgo.

Tanti cari saluti,

Matilde e Fulvio.