Associazione Musicale "G. Rossini"
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Carissimi, rieccoci qua.

Dopo quasi due mesi di digiuno operistico, interrotto soltanto da “La piccola volpe astuta” al Regio di Torino, abbiamo ripreso le nostre trasferte musicali con una puntata a Monte Carlo dove sabato 30 gennaio era in programma “La Wally” di Alfredo Catalani.

 La Wally      Montecarlo  30 gennaio 2016

Alfredo Catalani, ingiustamente accusato da Verdi come “traditore della Patria”, per la propensione a scegliere per le sue opere soggetti “tedeschi”, ebbe l’ispirazione per “La Wally” durante uno dei suoi prolungati soggiorni in montagna costrettovi dalla sua cagionevole salute (morirà nel 1893, l’anno dopo la prima rappresentazione del suo capolavoro, a soli 39 anni).

L’opera, su libretto di Luigi Illica che utilizza come fonte il racconto La Wally dell’avvoltoio di W. von Hillern, andò in scena al Teatro Alla Scala nel gennaio del 1892. Non fu ben accolta dalla critica, anche se rappresentò un’effettiva novità di impianto drammatico con il superamento di quelle formule melodrammatiche tipiche della tradizione operistica italiana. Con quest’opera Catalani portò a termine quel progetto, già intrapreso nei suoi primi lavori, che intendeva rinnovare la struttura dell’opera attraverso una cauta ma significativa apertura agli orientamenti più arditi del teatro di Wagner, senza per questo rinunciare a talune peculiarità della tradizione italiana. Così facendo Catalani riuscì ad avvalersi dei potenziali punti di forza delle due diverse tradizioni teatrali: quella tedesca gli consentì di recuperare una certa incisività di narrazione, spesso affidata, come in Wagner, all’orchestra; l’eredità nazionale, d’altra parte, gli permise di dar vita a una struttura narrativa nella quale alcuni numeri chiusi, anche se più che altro brani di carattere, punteggiano e incorniciano i momenti drammaticamente più importanti.

La Wally, opera particolarmente amata da Arturo Toscanini che dette ai suoi due figli i nomi di due personaggi del capolavoro di Catalani: Wally, la figlia e Walter (il suonatore di cetra) il figlio, è sempre stata poco frequentata. Non ricordiamo a memoria allestimenti nei teatri d’opera italiani. Noi l’abbiamo vista due volte; nel 1990 al Festival di Bregenz (protagonista Mara Zampieri, direttore Pinkas Steinberg) e sabato scorso a Monte Carlo in una coproduzione con il Grand Théatre de Geneve dove è andata in scena nel 2014.

 La messa in scena è stata affidata a due italiani; Cesare Lievi per la regia che si è avvalso, per le scene e i costumi, della collaborazione di Ezio Toffolutti.

L’allestimento è molto tradizionale, uno sfondo che rappresenta le montagne del Tirolo, gli abitanti del villaggio tutti lindi e ordinati, la chiesa e gli alberi naturalmente di cartone. Unica concessione alla modernità l'uso di un video per rappresentare la nebbie prima della valanga, dell’ultimo atto.

Per quanto riguarda l’esecuzione musicale vanno sottolineate le ottime prestazioni del Coro, esemplare in tutti i suoi numerosi interventi e dell’Orchestra, ben guidata dal direttore italiano Maurizio Benini, che ha lasciato il giusto spazio alle voci ed ha esaltato l’organico orchestrale nei numerosi momenti in cui è protagonista la buca, in particolare nel bellissimo intermezzo tra il terzo e il quarto atto. 

Anche i ruoli comprimari sono stati molto ben supportati: Bernard Imbert è un convincente Messaggero; Marie Kalinin è un’Afra di lusso; Olivia Doray è squisita nel ruolo en-travesti di Walter, mentre il basso coreano In-Sung Sim (Stromminger) possiede l’aspetto grave di padre della protagonista convincendo nella sua pur breve apparizione.

Il baritono Lucio Gallo, abbandona per una volta i suoi tradizionali ruoli di  malvagio e, nella parte dello sfortunato Gellner, dà prova di una sobrietà dignitosa e dizione perfetta anche se la voce non ha più del tutto la brillantezza di un tempo.

Una riserva va certamente fatta per Zoran Todorovitch (Giuseppe Hagenbach), tenore serbo dal timbro nasale e dal canto povero di sfumature. Gli va tuttavia riconosciuto il grande coraggio per aver affrontato un ruolo dalla scrittura vocale di una difficoltà estrema, sempre tesa e sopra le righe che forse spiega perché La Wally è raramente inserita nei programmi dei teatri.

Eva Maria Westbroek (Wally) continua ad alternare le eroine wagneriane e straussiane a quelle delle opere italiani: noi la ricordiamo eccezionale Sieglinde (La walkiria – Aix 2007 e Salisburgo 2008); straordinaria Crisotemide (Elektra - Salisburgo 2010); opaca e fuori ruolo in Manon Lescaut (Baden-Baden 2014). La riascolteremo nel prossimo mese di marzo a Baden dove sarà Isotta. 

A Monte Carlo è stata stupenda, sia nelle  espressioni del suo volto (da autentica figlia “dell’avvoltoio”), sia nel calore della sua voce, donando al pubblico tutte le sfumature dei sentimenti del personaggio a cui ha conferito una vera grandezza tragica.

Tra i numerosi italiani presenti in sala, alcuni tra quelli più anziani di noi, hanno paragonato la giovane soprano olandese a Renata Tebaldi la più grande Wally di sempre!!!!

Al termine applausi convinti del pubblico con autentiche ovazioni per la protagonista.

 Venezia e Ferrara  12 – 13 febbraio 2016

In questo fine settimana siamo andati a Venezia dove, al Teatro Malibran, era in programma un’operetta francese Les Chevaliers de la Table ronde di Hervé. Poi ci siamo trasferiti a Ferrara dove, nell’ambito della prestigiosa rassegna “Ferrara Musica”, era in programma il concerto della Chamber Orchestra of Europe diretta da Yannik Nezet-Seguin. Questa orchestra è ben conosciuta dai ns. Soci in quanto ha eseguito, al Lingotto di Torino, l’integrale delle sinfonie di Beethoven sotto la direzione del Maestro Daniele Gatti.

Florimond Ronger detto Hervé, vero padre dell'operetta, il cui genio è stato oscurato dalla popolarità di Jacques Offenbach, è nato nel 1825 a Houdain, nel nord della Francia, ed è stato un artista molto versatile: compositore, drammaturgo, attore, cantante, regista e direttore di compagnia,. Allievo di Daniel Auber al Conservatorio di Parigi, è stato rivale di Offenbach rimanendone comunque sempre amico (nel 1878 ha interpretato il ruolo di Giove in una ripresa di Orphée aux enfers sotto la direzione dello stesso Offenbach).

Con il fantasista Joseph Kelm, compose, nel 1847, una “pochade” “Don Quichotte et Sancho Pança”., considerata come la prima «operetta». Direttore d’orchestra del Teatro Odéon poi del Teatro del Palais-Royal, nel 1854 apre un caffè-concerto in una piccola sala del Boulevard du Temple che chiama Folies-Nouvelles e dove presenta delle operette di sua composizione con due personaggi: Le Compositeur toqué, La Fine Fleur de l’Andalousie, Un drame en 1779... Nel 1867, divenne capo dei Folies-Dramatiques dove rappresenta le sue principali operette: L'Œil crevé; Chilpéric e Le Petit Faust. Da segnalare anche il ciclo di operette composte per Anna Judic, la stella del Théatre des Variétés: La Femme à papa, La Roussotte, Lili e Mam’zelle Nitouche.

Andata in scena per la prima volta nel 1866 ai Bouffes-Parisiens  Les Chevaliers de la Table ronde fu un parziale fallimento. La ragione è da cercare  in una sfortunata combinazione di circostanze: il libretto tratto dall’ Orlando Furioso e dal Ciclo Bretone, aveva troppe similitudini con il Barbe-Bleue di Offenbach andato in scena con grande successo qualche mese prima; all'Opéra-Comique trionfava Mignon di Thomas; il Théâtre Lyrique era sempre esaurito per Der Freischütz di von Weber e La Vie parisienne continuava ad entusiasmare i parigini.

Les Chevaliers, pur classificata dall’autore come “opera buffa”, è un’operetta in cui sezioni parlate si intercalano con numeri musicali, balletti e veri e propri esercizi acrobatici. Come tutte le operette francesi ha una forte ed irriverente vis polemica nei confronti dei “poteri costituiti”, prende spunto dalle leggende bretoni e dal poema ariostesco per trarne una satira pungente del Secondo Impero e, in questo particolare allestimento, alla leadership della Francia odierna. Ma non solo, c’è anche una buona dose di ironia e parodia musicale. Siamo nel 1866, Verdi era il beniamino del pubblico dell’Opéra e, con una grande varietà di cambiamenti di tono, Hervé prende in giro il melodramma verdiano con un paio di arie ed un concertato che  mostrano i lavori di Verdi attraverso un gioco di specchi deformanti.

Quella presentata al Teatro Malibran nel quadro della stagione 2015/2016 del Teatro “La Fenice” era la prima rappresentazione italiana dell’operetta di Hervé e anche la prima ripresa dell’operetta in tempi moderni. La produzione è stata curata dal “Centre de Musique Romantique Française” una fondazione privata di origine svizzera con sede a Venezia a Palazzo Bru Zane. Noi ci siamo stati una volta al seguito di Andrea Bacchetti che vi ha tenuto un recital.

Dopo aver debuttato all’Opéra National de Bordeaux il 22 novembre 2015 è stata presentata in numerosi teatri  francesi (Toulon, La Rochelle, Rennes, Bourges, Nantes, Angers) per un totale di ben 35 repliche.

Questa versione richiede una quindicina di cantanti-attori (alcuni cantano poche note), che sappiano essere anche acrobati, ed un ensemble di dodici strumentisti. Non pensiamo sia utile riassumere l’intricatissimo, e complicatissimo intrigo presentato non in tre atti (come originalmente concepito), ma in un atto unico di poco più di due ore, proprio al fine di dare all’azione un passo veloce, quasi concitato. Ottima  la giovane compagnia Les Brigants dove si sono distinte le due voci femminili: Ingrid Perruche e Chantal Santon-Jeffery. Spigliata la regia di Pierre-André Weitz, autore anche di scene e costumi. Vivace la direzione d’orchestra di Christophe Grapperon.

Il pubblico ha riso a crepapelle e applaudito con entusiasmo al termine dello spettacolo.

Per quanto riguarda il concerto della Chamber Orchestra of Europe vi rimandiamo all’articolo (allegato in formato pdf) pubblicato su “Gli Amici della Musica” e su “La Nuova Ferrara” dal ns. amico critico musicale Athos Tromboni.

L’Aiglon     Marsiglia 21 febbraio 2016

Dopo la bella esperienza dell’ottobre dello scorso anno con Massenet e le sue due Manon, siamo ritornati a Marsiglia per vedere L’Aiglon, opera composta “a quattro mani” da Arthur Honegger e Jacques Ibert rappresentata per la prima volta all’Opéra di Monte Carlo nel 1937.

Il libretto, tratto dall’omonimo dramma di Edmond Rostand che vide come prima interprete la grande Sarah Bernard, è di Henri Cain, celebre per essere stato il fedele collaboratore di Jules Massenet. E fu proprio Cain che riuscì a superare l’iniziale diffidenza di Honegger verso il progetto: «il suo genio per le note», gli scrisse, «e la mia fantasia faranno rivivere in chiave moderna una storia che riporterà i Francesi alle loro vere origini». Circa la collaborazione con Ibert, fu lo stesso Honegger a proporla, stante la mole della commedia di Rostand, al collega e amico, che volentieri accettò (gli atti scritti da Ibert sono il primo e il quinto, e si segnalano per la singolare commistione di pastiches valzeristici e di musiche del XVIII secolo).

L’argomento racconta il triste destino del Re di Roma, figlio di Napoleone Bonaparte, esiliato a Schönbrunn per volontà del Metternich, e del patetico tentativo di farlo ritornare in Francia per assumere la carica di Imperatore con il nome di Napoleone II°.

Lo spettacolo visto a Marsiglia è la ripresa di un allestimento presentato per la prima volta nel 2004 ed è frutto della collaborazione con i Teatri di Losanna e di Tour.

La messa in scena era curata, anch’essa a “quattro mani”, da Moshe Leiser e Patrice Caurier, i registi preferiti da Cecilia Bartoli, di cui vi abbiamo ampiamente parlato lo scorso anno a proposito dei loro allestimenti salisburghesi di Norma e di Iphigénie en Tauride.

La scenografia contempla elementi neoclassici (colonne, statue, ecc), con evidente riferimento al protagonista e al suo illustre padre, arredamenti e costumi contemporanei allo svolgersi della vicenda, e situazioni dettate dalla fantasia allusiva dei due registi come la comparsa dei morti di Wagram, il carnevale di Vienna o, nel finale, ambientato nella casa natale del Re di Roma, il suo cavallo a dondolo e un lettino per l'imperatore defunto.

Molto equilibrata la compagnia di canto che vede una sola voce principale, la giovane e bravissima mezzosoprano francese Stéphanie d’Oustrac che ben rappresenta scenicamente e vocalmente la fragilità fisica e psichica del protagonista.

Tra i numerosi comprimari segnaliamo l’eroico e visionario Flambeau del baritono Marc Barrard, chiaramente a suo agio con questo personaggio; il Metternich del baritono franco-italiano Franco Pomponi, che sembra incarnare una creatura delle tenebre dove si mescolano diffidenza e crudeltà, ben evidenziati nella grande scena in cui tenta di umiliare e terrorizzare l’Aiglon e la dolce e fragile Teresa di Lorget del soprano Ludivine Gombert, ragazza innamorata ideale, raffinata ed elegante sia nella figura che nella emissione della voce.

La concertazione e la direzione sono state affidate a Jean-Yves Ossonce, direttore principale dell’Opera di Tour, che è riuscito, grazie alla rara precisione dell’Orchestra dell’Opéra de Marseille, a comporre il mosaico di note che caratterizzano i personaggi, senza che la loro diversità potesse danneggiare l'unità della composizione. Piacevole l’ascolto del Coro che, seppur tenuto sempre fuori scena, è  stato particolarmente giusto negli accenti e nella espressività.

Al termine applausi e numerosi richiami da parte del numeroso pubblico presente.

Tanti saluti e a risentirci, verso il 20 marzo, dal Festival di Pasqua di Baden Baden.

Fulvio e Matilde