Associazione Musicale "G. Rossini"
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"G. Rossini"

Novembre/Dicembre 2015

Nei mesi di novembre e dicembre alcuni teatri della provincia italiana, nonostante i sempre più incombenti problemi economici dovuti al taglio dei trasferimenti dello Stato centrale, grazie soprattutto alla lungimiranza e alla oculata gestione degli Amministratori locali, nonché all’intelligente intuizione dei Direttori artistici più motivati, sono riusciti a presentare al pubblico dei loro territori ed ai girovaghi della musica come noi alcune proposte molto interessanti.

La Lucerne Festival Orchestra inaugura Ferrara Musica

Il Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara venerdì 6 novembre ha visto il tutto esaurito per l'apertura di Ferrara Musica 2015/2016. L'appuntamento era di quelli più prestigiosi, suonava la Lucerne Festival Orchestra, ospite solista la pianista argentina Martha Argerich, sul podio il direttore lettone Andris Nelsons, di cui vi abbiamo parlato questa estate in occasione dei due concerti tenuti al Festival di Salisburgo con la Boston Symphony Orchestra. Il concerto era dedicato alla memoria dell'indimenticabile Claudio Abbado, dalla “sua” orchestra, dalla “sua” pianista e dalla “sua” Ferrara.

I ns. Soci che parteciparono, nel febbraio 2000, alla trasferta musicale nella città estense, non dimenticheranno mai l’eccezionale “Così fan tutte” diretto dal grande Maestro milanese, pochi mesi prima della terribile malattia che lo ha poi fisicamente compromesso negli anni successivi, limitandone l’attività e accompagnandolo fino alla scomparsa avvenuta nel gennaio dello scorso anno.

Ciò nonostante Abbado rifondò nel 2003 la Lucerne Festiva Orchestra, nata nel 1938 insieme al Festival che si svolge ogni anno nella città svizzera, su impulso di un altro grande Maestro italiano, Arturo Toscanini

Il programma della serata prevedeva il Concerto in do maggiore n.3 op.26 di Sergej Prokofiev (eseguito dalla pianista argentina nel 1967 in occasione del suo primo concerto con Claudio Abbado), mentre nella seconda parte era in programma la Quinta sinfonia in do diesis minore di Gustav Mahler.

Riportiamo di seguito, con alcuni tagli e alcune precisazioni che riteniamo necessari, la recensione del concerto redatta dal ns. amico Athos Tromboni, critico musicale de “La Nuova Ferrara” e direttore de “Gli Amici della Musica”, che ringraziamo per averci aiutato a trovare i biglietti per l’eccezionale serata:

«Martha Argerich affronta con sicurezza e con la naturale scioltezza che l'ha resa celebre il più eseguito dei concerti di Prokof’ev; Nelsons, dal podio, l'accompagna adeguandosi ai suoi tempi e chiamando l'orchestra a collaborare; guarda spesso verso la pianista mentre lavora di bacchetta, ed è uno sguardo d'intesa, d'approvazione, di compiacimento: il suo corpo, dietro il pianoforte, assume posizioni polimorfe di totale coinvolgimento, fino ad appoggiarsi, quasi sdraiarsi, sul coperchio aperto dello strumento quando chiama l'orchestra al mezzoforte, ai piani e ai pianissimi.

L'esecuzione è molto bella, spedita, corrente, e la Argerich depotenzia dentro un'interpretazione impostata all'ironia quel tanto di sarcastico e anche di drammatico che Prokofiev ha voluto in partitura. Uragano di applausi e pioggia di fiori dal loggione, cui la pianista risponde sorridendo e concedendo come bis uno Scarlatti giocoso.

Il secondo tempo della serata è stato un monumento all'arte interpretativa, un omaggio alla bellezza della voce orchestrale, un cimento con la varietà di timbri e dinamiche: veniva eseguita, per la prima volta a Ferrara, la Quinta sinfonia in Do diesis minore di Gustav Mahler. E qui la Lucerne Festival Orchestra ha proprio dimostrato di essere se non la migliore, fra le migliori del mondo: cambiata la spalla (primo violino con la Argerich era Gregory Ahss, primo violino della Camerata Salzburg, che ha passato il testimone a Sebastian Breuninger, primo violino della Gewandhaus di Lipsia), Nelsons ha dato l'attacco alla Marcia Funebre facendo sgorgare il suono dal silenzio come un monito che venisse da lontano; poi via con un'esecuzione coinvolgente, da emozioni forti, tanto erano bravi e tanto era coinvolto lui, il direttore. Occorre qui citare anche il cornista Alessio Allegrini (primo corno dell’Orchestra di Santa Cecilia) che sempre e principalmente nello Scherzo ha reso mirabile la voce del suo strumento, una stupenda prestazione. In quanto al direttore, è piaciuto sicuramente a chi ama vedere gli interpreti "mimare" la musica, le melodie, i temi, i passaggi repentini fra le sezioni, gli stop all'unisono in levare, le sfumature dei crescendo e dei diminuendo. Nelsons li vive intensamente, con una mimica facciale e sguardi ora penetranti ora invocanti, segni d'interpretazione che divengono comandi direttoriali; e con una gestualità che si fa danza, sempre morbida, delicatamente coordinata, senza saltelli, coi piedi ben piantati sulla predella, ma con il busto e soprattutto le braccia che si espandono in tutto lo spazio consentito dalla torsione del corpo: è davvero un direttore da ascoltare ma soprattutto da guardare. Chiusura trionfale della serata fra le ovazioni del pubblico e pioggia di fiori dal loggione a inondare il palcoscenico».

 

 

Il convitato di pietra

Il Teatro Verdi di Pisa, con il titolo Una gigantesca follia. Don Giovannifestival, ha presentato, nelle ultime due stagioni liriche, ben otto opere di autori diversi incentrate sulla storia del grande seduttore spagnolo, conosciuto nel teatro di prosa grazie a Tirso da Molina (El burlador de Sevilla y convidado de piedra); Moliere (Don Giovanni o Il convitato di pietra), Carlo Goldoni (Don Giovanni Tenorio) e reso immortale dall’opera di Mozart, composta su libretto di Lorenzo Da Ponte con il titolo Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni, andata in scena per la prima volta a Praga il 29 ottobre 1787.

Tutti conoscono l’opera di Mozart, ma sia in precedenza che successivamente al capolavoro del grande salisburghese, numerosi altri compositori si sono cimentati con questo accattivante soggetto:

  • Alessandro Melani (L’empio punito – libretto di Giovanni Apolloni e Filippo Acciauoli

Roma 1669);

  • Alessandro Scarlatti (Il trionfo dell’onore – libretto di Francesco Tullio – Napoli 1718);
  • Giacomo Tritto (Il convitato di pietra – libretto di G.B. Lorenzi – Napoli 1783);
  • Giuseppe Gazzaniga (Don Giovanni Tenorio o sia il convitato di pietra – libretto di Giovanni Bertati – Venezia 1787, otto mesi prima di quello di Mozart);
  • Giovanni Fabbrizi (Don Giovanni Tenorio o sia il convitato di pietra – libretto di Giacomo Pedrinelli – Fano, 1788);
  • Francesco Guardi (Il convitato di pietra – libretto di Giuseppe Foppa – Venezia, 1802);
  • Giovanni Pacini (Il convitato di pietra – libretto di Gaetano Barbieri – Viareggio 1832);
  • Aleksandr Dargomyzskij (Il convitato di pietra – libretto tratto da Puskin – San Pietroburgo 1872).

Noi in precedenza avevamo avuto occasione di vedere l’opera di Gazzaniga, rappresentata al Teatro Donizetti di Bergamo nella Stagione 2005, con la soprano savonese Linda Campanella nel ruolo di Donna Elvira.

Quest’anno abbiamo assistito a “Il convitato di pietra” di Giacomo Tritto, rappresentato al Teatro Verdi di Pisa il 14 novembre 2015 e “Il convitato di pietra” di Giovanni Pacini, rappresentato al Teatro San Girolamo di Lucca il 5 dicembre 2015.

Il convitato di pietra di Giacomo Tritto

Giacomo Tritto, nato ad Altamura ma di formazione musicale napoletana, fu compositore teatrale di un certo successo e concentrò la propria attività operistica (54 opere) nel trentennio tra il 1780 e il 1810. Le sue opere comiche, caratterizzate da una qualità prevalentemente ritmica, presentano scene tipiche della commedia popolaresca. In questo ambito spiccano Il convitato di pietra, rappresentata durante il carnevale del 1783 al Teatro dei Fiorentini di Napoli, e La cantarina, messa in scena a Roma, al Teatro Valle, durante il carnevale del 1790.

Oggi è praticamente sconosciuto se non ai musicologi e agli studenti di armonia e contrappunto per gli esercizi detti “partimenti” di cui è autore con Fedele Fenaroli.

Tritto per il testo de “Il convitato di pietra” si avvale della collaborazione di G.B. Legrenzi, considerato il più importante librettista dell’opera buffa napoletana del suo tempo. La collaborazione fra questi due esponenti della scuola partenopea fa si che l’ambientazione sivigliana diventi un puro pro-forma, essendo tutta l’azione trasferita idealmente a Napoli. Abbiamo quindi una forte collocazione dialettale del soggetto e il ricorso a temi e schemi della Commedia dell’Arte. Di fatto la maschera di Pulcinella prende qui il posto del mozartiano Leporello, diventando il vero protagonista dell’opera che, esprimendosi nel sapido, concreto e talora anche scurrile linguaggio dialettale; entrando e uscendo dal centro dell’azione, e rivolgendosi direttamente agli spettatori, trasforma la figura di Don Giovanni in mero esecutore di imprese progettate e illustrate dal suo servitore. Alle due nobildonne di Da Ponte, Donna Anna e Donna Elvira, si accompagnano due popolane, troviamo poi un ministro del re, assente in Mozart mentre Bastiano ha una maggiore importanza rispetto al Masetto mozartiano.

Nell’allestimento pisano, curato dal regista Renato Bonajuto, l’intenzione di restituire all’immaginario collettivo, sia lo spirito della Commedia dell’Arte e della figura di Pulcinella, che della macchineria teatrale barocca è evidente e ottimamente riuscito grazie alle suggestive retroproiezioni che richiamano quadri e incisioni d’epoca, al siparietto di tulle che ha scandito i cambi di scena e all’ottima prova del giovane baritono Daniele Piscoponei panni di Pulcinella, autentico deus-ex-machina delle avventure amorose del suo padrone.

Il tenore Vladimir Reutovrisolve con difficoltà il complesso ruolo di Don Giovanni ma dopo un avvio alquanto incerto si riscatta con una prestazione in crescendo. Il promettente baritono spagnolo Javier Landeteveste invece i panni del Marchese Dorasquez e si distingue per timbro omogeneo e presenza scenica. Il ruolo di Bastiano è affidato a Marco Innamorati, basso dalla voce morbida e ben scandita, dipinge un personaggio che risulta frizzante e giustamente spiritoso, ma senza eccedere nella caricatura. Completa il cast maschile il basso Piotr Wolosz nel ruolo del Commendatore.

Il cast femminile è decisamente migliore: bravissima Gelsomina Troiano, soprano dal timbro cristallino unito ad una gustosa presenza scenica che la colloca tra le assolute protagoniste della serata con la sua Lesbina (la Zerlina mozartiana). Ottima anche la Donna Anna di Natalizia Carone, un soprano dalla voce raffinata e la Donna Isabella (in Mozart Donna Elvira) di Elisabetta Farris, calata perfettamente nella parte e dotata di un bel timbro e di una vocalità sicura in particolare nel registro medio. Completa il cast Valentina Iannoneche interpreta Chiarella, la fedele servetta di Donna Anna in maniera spiritosa e popolaresca.

Sul podio il M° Carlo Ipata, flautista, direttore d’orchestra e fondatore del Festival toscano di Musica Anticache, a capo dell’ottima Orchestra Archè, offre una lettura limpida e puntuale della partitura.

Applausi pienamente convinti al termine dello spettacolo a sancire il pieno successo di questa ottima produzione.

Il convitato di pietra di Giovanni Pacini

Giovanni Pacini nasce a Catania nel 1796 durante uno dei tanti trasferimenti del padre, il toscano Luigi Pacini, che per la sua professione di cantante d’opera (fu il primo Don Geronio ne “Il turco in Italia” di Rossini) era costretto a spostarsi da una città all'altra.

Nella sua lunga carriera, durata ben 54 anni, compose oltre 80 opere liriche, conoscendo il momento di massima gloria a metà degli anni ’20 grazie ad opere che riscossero un successo enorme come Alessandro nelle Indie (1824) e L’ultimo giorno di Pompei (1825), entrambe scritte per il San Carlo di Napoli. Il suo capolavoro assoluto è considerata Saffo, su libretto di Salvatore Cammarano, rappresentata, sempre al San Carlo nel 1840. L’Opera Giocosa di Savona mise in scena nella Stagione 1993 Medea, opera considerata dalla critica di squisita fattura.

Come egli stesso racconta nelle sue memorie, compose l’operetta “Il convitato di pietra” nel 1832 per una rappresentazione privata con familiari e amici: il fratello Francesco (tenore dilettante e politico di professione), sostenne la parte di Don Giovanni; la cognata, moglie di Francesco, vestì i panni di Donna Anna (contralto); la sorella Claudia quella della primadonna Zerlina, personaggio che incorpora  anche quello di Donna Elvira, facendone una contadinotta ben più sveglia e calcolatrice dell’omonima mozartiana; il padre Luigi, all’epoca ritirato dalle scene, interpretò il ruolo di Ficcanaso (così veniva in genere ribattezzato Leporello nelle esecuzioni italiane dell’opera di Mozart); le parti di Masetto e del Commendatore furono sostenute da un nobiluomo del posto, Giovanni Billé (basso) e Don Ottavio da un giovane allievo di Pacini, Domenico Tonelli.

Il libretto è un assemblaggio, curato da Gaetano Barbieri, di svariate fonti tra cui Lorenza Da Ponte e Giovanni Bertati con intere frasi riportate per intero e questo rappresenta il punto debole dell’opera. La trama ovviamente è la stessa del “Don Giovanni” di Mozart, priva del finale morale, che del resto all’epoca veniva già espunto dall’opera mozartiana, facendola romanticamente terminare con la terribile scena della morte del protagonista. Inoltre, si differenzia leggermente, come abbiamo visto sopra, nella distribuzione delle parti vocali e per i recitativi che sono sostituiti da parlati.

L’orchestra è da camera, con archi, due flauti, uno anche ottavino, ma la scrittura vocale, soprattutto per Don Giovanni e Zerlina, è da autentici virtuosi.

Quando venne presentata per la prima volta in epoca moderna al XX Rossini Festival in Bad Wildbad nel 2008 e registrata dalla Naxos, i critici rilevarono che si trattasse di un’operina senza tante pretese fortemente indebitata a Rossini e ai momenti meno ispirati di Bellini e Donizetti.  Nessuno inneggerà al capolavoro ritrovato; è un’opera stracolma degli stilemi del tempo, ma si tratta di un’opera godibilissima, con alcuni pezzi di squisita fattura. L’aria di Zerlina “Sento brillarmi in core” è un tributo alla rossiniana “Italiana in Algeri”.

Il Convitato di Pietra di Giovanni Pacini è stato presentato, sabato 21 novembre al Teatro Verdi di Pisa, in prima esecuzione italiana assoluta in tempi moderni, nell’edizione critica curata da Jeremy Commons (musicologo neozelandese esperto dei compositori minori del primo Ottocento: Vaccaj, Balducci e, appunto, Pacini) e Daniele Ferrari che ha curato e diretto l’esecuzione musicale dell’opera.

Scrive Jeremy Commons nel programma di sala: «Nel presentare questa edizione non si intende certo affermare che rappresenti un capolavoro finora trascurato, degno di confronto con l’opera di Mozart […] È invece opportuno accostarsi a quest’opera come ad una composizione a sé stante: la realizzazione musicale del medesimo soggetto, fatta però da un compositore di nazionalità differente, appartenente ad un altro periodo della storia della musica, che componeva con uno stile assai diverso».

«Quest’opera oscilla sempre tra momenti drammatici e momenti buffi, scrive il M° Daniele Ferrari, con un’orchestrazione sempre molto raffinata, nella quale pare di sentire il primo Rossini».

Noi abbiamo assistito alla recita di sabato 5 dicembre al Teatro San Girolamo di Lucca che ha co-prodotto lo spettacolo con il Teatro Verdi di Pisa.

Il ruolo di Don Giovanni richiede un ottimo tenore contraltino rossiniano, Massimiliano Silvestri non si è dimostrato all’altezza della situazione, troppi sono stati i suoni sgradevoli e fievoli emessi nel corso della sua scialba prestazione. Giulia De Blasis (Zerlina) alle prese con un ruolo da vera virtuosa, ha messo in luce la sua bravura nel registro centrale, un timbro caldo, ottima nei passaggi di agilità e negli acuti. Buona anche la prova di Carlo Torriani (Ficcanaso), basso buffo dal timbro vibrante e dai sillabati nitidi e intonati; Sandra Buongrazio (Donna Anna) ha una bella voce da contralto, dal timbro ambrato e caldo; Roberto Cresca (Duca Ottavio) e Daniele Cusari (Masetto) hanno una vocalità incerta e approssimativa ma una bella presenza, il primo e una buona vis comica, il secondo. Ottima la prestazione del basso Sinan Yan, nel breve ruolo del Commendatore. Sarà interessante ascoltarlo in qualcosa di più impegnativo.  Eccellente la prestazione dell’Orchestra Arché diretta da Daniele Ferrari che ha dato alla partitura di Pacini una interpretazione brillante, spumeggiante, percorsa da un ritmo irrefrenabile, ma anche patetica e cupa nei momenti di maggiore riflessione lirica. Lorenzo Maria Mucci ha curato un allestimento piacevole, liscio e scorrevole, anche se ha saputo meno del suo collega regista dell’omonima opera di Tritto, far uso ottimale dei pochi mezzi a disposizione.

Si è così concluso il ciclo “dongiovannesco”, una proposta senza precedenti in Italia, che con spettacoli di musica, prosa, balletto e con numerose conferenze ha affrontato ogni piega di uno dei più grandi e longevi miti della cultura occidentale.  Il Teatro Verdi di Pisa ha perfettamente capito che per ritagliarsi uno spazio ben definito e suscitare interesse nel mondo culturale, oltre a presentare i soliti titoli di cassetta, è necessario investire anche in opere sconosciute, che magari sono uscite dal repertorio per motivi che nulla hanno a che fare con il loro intrinseco valore. 

Per il prossimo anno è annunciato un altro celebre mito, quello di Faust.

Le braci di Marco Tutino

Sempre per rimanere in Toscana, domenica 15 novembre siamo andati a Firenze dove abbiamo visto l’opera di Marco Tutino “Le braci”, andata in scena in prima assoluta l’estate scorso al Festival della Valle d’Itria e ripresa all’Opera di Firenze che co-produce lo spettacolo.

Abbiamo avuto anche occasione di vedere per la prima volta il nuovo Teatro dell’Opera di Firenze e diciamo subito che non ci è piaciuto. Troppi volumi sprecati, troppo fredda la sala, troppo lontano dalla scena il pubblico, probabilmente realizzato in questo modo più per compiacere la megalomania dei progettisti e dei politici locali che le reali esigenze degli spettatori.

Marco Tutino, che i ns. Soci dovrebbero conoscere perché all’inizio degli anni 2000 è stato Direttore artistico del Teatro Regio di Torino, ha nel suo curriculum una lunga serie di lavori per il teatro, tra cui citiamo: La lupa, Vite immaginarie, Il gatto con gli stivali, Vita e Senso.

Qui sceglie come fonte letteraria per il libretto, che egli stesso realizza, il romanzo Le braci dello scrittore ungherese Sándor Márai unanimemente considerato il suo capolavoro, pubblicato nel 1942 ma tradotto in italiano solo nel 1998, nove anni dopo il suicidio del suo autore.

La trama: Quarantun anni e quarantatre giorni. Chiuso nel suo castello ai piedi dei Carpazi, il vecchio generarle Henrik non ha mai smesso di misurare il trascorrere del tempo e di porsi le stesse, assillanti domande. Era il 2 luglio 1899 e durante una battuta di caccia Konrad, l’amico più fidato (i due erano “come gemelli nell’utero materno”, scrive l’autore), ha tentato di ucciderlo per poi sparire per sempre. Una scomparsa dalle conseguenze enormi anche nel rapporto tra Henrik e la moglie Kristina che, proprio da quel fatidico giorno, troncherà ogni rapporto col marito per poi morire in solitudine otto anni più tardi. L’attesa è finalmente terminata: Konrad è tornato ed è il momento di pretendere una risposta alle domande rimaste in sospeso per quei lunghissimi quarantun anni e quarantatre giorni.

Davvero notevole appare il libretto di Marco Tutino che riesce a condensare la vicenda in un fluire ininterrotto di scene in cui passato e presente si fondono senza nessuna consequenzialità cronologica, proprio come accade ai ricordi. Un encomiabile rispetto della fonte letteraria che viene però inaspettatamente tradito nel finale. Il romanzo si concluderebbe infatti con un austero commiato dei due protagonisti “in silenzio, con una stretta di mano e un inchino profondo”. Tutino sceglie invece la strada del colpo di scena finale; a Nini, l’amorevole balia di Konrad ora governante del castello, è affidato il compito di svelare la verità all’incredulo padrone: “Siamo tutti morti”, quindi non resta altro che prendere coscienza della propria identità e ribadire in un insistente sestetto finale: “Siamo tutti fantasmi…”

La scena fissa è molto bella, riproduce il bosco dove avvenne la fatidica battuta di caccia e un stanza del castello di Konrad in cui, tra carta da parati in brandelli e specchi ossidati, continuano ad ardere, come le brucianti domande ancora senza risposta, le braci del caminetto.

In questo universo decadente giganteggia Roberto Scandiuzzi, in scena dalla prima all’ultima battuta. La sua autoritaria voce di basso unita al fiero portamento, incarna perfettamente il rigido temperamento di Henrik, ancor più aggravato dal tradimento della moglie e dell’amico. Al suo fianco si muove Alfonso Antoniozzi, a cui dopo tanti anni di carriera si perdona volentieri una sottile perdita di smalto vocale compensata dalla notevole padronanza scenica con cui riesce a tratteggiare l’introverso e sensibile Konrad. Angela Nisi, sempre vestita di bianco, risolve con freschezza vocale e intensità d’espressione la parte di Kristina, colei che divide i due uomini. Si disimpegnano bene l’amorevole Nini di Romina Tomasoni, il Giovane Henrik di Kristian Lindroos e il Giovane Konrad di Davide Giusti.

Guidata da Francesco Cilluffo, l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino si muove con maestria attraverso questa musica che, come la colonna sonora di un film, è in grado di trasferire ed esprimere musicalmente le forti tensioni che connotano lo struggente tessuto narrativo.

Le parti vocali denotano un grande rispetto dei canoni operistici tradizionali. Toccante e di rara bellezza “Avevo quindici anni”, l’aria con la quale Kristina, la terza protagonista dell’opera al centro del triangolo amoroso, racconta con rancore la vigliaccheria di Konrad, l’uomo più bello mai visto, una lunga tensione amorosa lungo la quale la protagonista femminile rivela tutto il suo amore, misto a forte rancore, per Konrad. Da sottolineare anche il terzetto dei tre protagonisti da giovani e il sestetto finale, il momento nel quale tutti i personaggi si ricongiungono, passato e presente si ritrovano nello stesso tempo, nella stessa scena, una riappacificazione ideale appena dopo l’emergere della sconcertante verità: “Siamo tutti morti”.

Al termine applausi convinti del pubblico.

 

 

Il Festival Donizetti a Bergamo

L’edizione 2015 del Festival Donizetti di Bergamo presentava due importanti titoli operistici: Don Pasquale e Anna Bolena, oltre ad una nutrita serie di iniziative collaterali tra cui merita una particolare menzione l’esecuzione integrale dei diciotto quartetti per archi eseguita dal Quartetto Donizetti di Bergamo. Sedici quartetti furono composti a Bergamo in età giovanile, tra i 20 e i 24 anni, mentre gli ultimi due appartengono al periodo napoletano.

Noi abbiamo assistito all’ultimo dei sei concerti previsti, domenica 29 novembre alle ore 11, nella casa natale del compositore nel giorno in cui si ricordava l’anniversario della nascita. Sono stati eseguiti i quartetti n. 2, n. 10 e l’ultimo, il n. 18, composto a Napoli nel 1835 e particolarmente ispirato, visto che più tardi il tema del primo movimento fu utilizzato per la stesura della sinfonia dell’opera Linda di Chamonix, andata in scena a Vienna nel 1840.

 

Anna Bolena

Al pomeriggio è andata in scena al Teatro Donizetti Anna Bolena presentata, per la prima volta in epoca moderna, nella versione integrale secondo l’edizione critica della partitura curata dal direttore scientifico della Fondazione Donizetti, Paolo Fabbri, nell’intento di restituire, al pubblico e alla critica, una versione del capolavoro donizettiano il più aderente possibile per stile, vocalità e interpretazione a ciò che voleva l’autore. L’opera, con l’esecuzione di tutte le cabalette e dei relativi “da capo” è durata 3 ore e 20 minuti, oltre un’ora in più della celebre versione scaligera del 1957 (protagonista Maria Callas, regia di Luchino Visconti) diretta da Gianandrea Gavazzeni, altro celebre musicista bergamasco, conosciuto per essere stato un implacabile tagliatore di cabalette, e che, in quella occasione, non risparmiò nemmeno il suo illustre concittadino!!!!!!!

La leggenda ci racconta che il duca Pompeo Litta, melomane e mecenate milanese, impresario del Teatro Carcano, ingaggiò addirittura una contesa melodrammatica fra i compositori più richiesti dell’epoca: Bellini e Donizetti. Entrambi furono chiamati a cimentarsi con libretti del medesimo autore, Felice Romani, e con a disposizione due straordinari cantanti: Giuditta Pasta e Giovan Battista Rubini.

Donizetti compose Anna Bolena, che andò in scena per la prima volta il 26 dicembre 1830, Bellini replicò con un altro grande capolavoro, La sonnambula, che andò in scena qualche mese dopo, il 6 marzo 1831.

Anna Bolena, prima delle tre opere dedicate alle regine Tudor, insieme a Maria Stuarda e Roberto Devereux, rappresenta una tappa fondamentale nell’evoluzione dello stile di Donizetti, consentendogli di guadagnare un ampio margine di autonomia rispetto alla tradizione rossiniana e di pervenire così a modi e soluzioni drammaturgiche sempre più personali. Il libretto, approntato da Romani, gli consentì di pervenire a un linguaggio drammatico maturo, capace, come nella scena finale, di imporsi con la sua valenza espressiva al di là del normale avvicendarsi delle formule melodrammatiche della tradizione. Donizetti cercò anche di assicurare alla partitura una maggiore coerenza e coesione drammaturgica, speciale attenzione venne rivolta alla scrittura vocale cercando di accordare le esigenze degli interpreti alla ricerca di un canto espressivo. Oltre alle arie e ai duetti assumono particolare rilevanza i concertati, che nel primo atto sono addirittura due e rappresentano un terreno sul quale Donizetti si muoveva da sempre con disinvoltura, mediando tra la regolarità imposta dalla costruzione formale e l’esigenza di un canto espressivo, specie nelle parti dominate dal calore e dall’umanità della protagonista.

L’opera vista a Bergamo si avvaleva di un allestimento importato dalla Welsh National Opera di Cardiff, con la regia di Alessandro Talevi (premiato con quattro stelle dal “Guardian”) che ha posto l’accento sull’atmosfera cupa e drammatica della corte di Enrico VIII, puntando sull’essenza psicologica dei personaggi. «Anna Bolena, dichiara il regista nel programma di sala, è un'opera che prende fuoco man mano, con un grande arco drammatico che conduce inesorabilmente alla scena finale della pazzia e morte di Anna. Era imperativo creare un’atmosfera di minaccia e di oppressione dall’inizio, per sottolineare la vulnerabilità della regina e rendere credibile l’evoluzione del personaggio, in cui assistiamo alla transizione da donna tormentata ma orgogliosa a creatura disgraziata, che ha perso contatto con la realtà». La corte di Enrico è perciò immaginata come luogo cupo, minaccioso, da cui emerge il re tiranno; le donne sono rappresentate vulnerabili e indifese; l’oscurità enfatizza la minaccia del re onnipresente; le conversazioni sono bisbigliate, le dichiarazioni d’amore segrete, le angosce confessate in privato.

Il Maestro Corrado Rovaris, anche lui di Bergamo, alla guida dell’Orchestra “I Virtuosi Italiani”, ha diretto in maniera equilibrata la lunga e difficile partitura riuscendo a valorizzare la musica senza mai dimenticarsi dei cantanti sul palco. Ha staccato con tempo sostenuto tutte le cabalette ed i relativi “da capo”, talvolta portando al limite le voci, ma in maniera da tenere sempre vivo l’entusiasmo del pubblico. Benissimo il Coro Donizetti, una formazione non professionista, ben preparato dal M° Fabio Tartari. La banda di palcoscenico era composta dagli allievi del Conservatorio di Bergamo.

Come si conviene ad un’opera belcantistica, le voci sono state le protagoniste assolute.

Carmela Remigio,che debuttava nel ruolo di Bolena, è stata in scena con notevole sicurezza per tutto lo spettacolo. Ha disegnato una regina triste e dimessa sin dal primo atto, cosciente del tradimento del re, ma orgogliosa ed energica nello stesso tempo, sino all’ultimo momento. Il timbro della voce è scuro come il personaggio richiede ed omogeneo anche nei passaggi più gravi a cui la parte spesso la costringe. Convince anche nelle colorature, sempre precise ed espressive.

Assolutamente all’altezza il basso bergamasco Alex Esposito(Enrico VIII), che noi conoscevamo come interprete rossiniano e mozartiano. Possiede un bel timbro e una voce potente e sicura, scenicamente accentua troppo la cattiveria del re inglese togliendo al personaggio la sua perfida regalità.

Il ruolo di Giovanna, tradizionalmente affidato a un mezzosoprano per contrastare, anche nella vocalità, la

rivalità con Anna, è indicato nel libretto originale per soprano e, proprio nell’ottica della fedeltà all’autore, la parte è stata affidata al soprano ucraino Sofia Soloviy che ha tratteggiato una Giovanna Seymour divisa tra passione e rimorso, attraverso una voce fresca e leggera, ma allo stesso tempo sicura ed elegante. La sua voce è robusta e il timbro chiaro noi però preferiamo, specialmente nei concertati e, in particolare nel duetto con Anna all’inizio del secondo atto, i contrasti timbrici che ci hanno consegnato le esecuzioni legate alla tradizione.

Maxim Mironov, tenore russo dalla voce chiara e dalla vocalità belcantistica, più adatta a ruoli rossiniani e mozartiani che non ad un personaggio eroico come Percy, ha portato bene a termine il difficilissimo ruolo, tanto da strappare applausi convinti dopo l’impegnativa aria Vivi tu, te ne scongiuro, chiusa dall’impervia cabaletta Nel veder la tua costanza.Completava il cast il mezzosoprano Manuela Custer, che ha conferito credibilità al personaggio di Smeton sia nei momenti più lirici che nelle colorature rossiniane.

Al termine della rappresentazione il numeroso e cosmopolita pubblico presente a Bergamo ha tributato autentiche ovazioni a tutti i protagonisti dello spettacolo. Un meritato successo.

Ci scusiamo se siamo stati un po’ lunghi ma la rarità di alcuni degli spettacoli visti meritava un doveroso approfondimento.

Avete comunque molto tempo a disposizione per leggerci, il prossimo appuntamento è previsto infatti per la fine di febbraio con “La Wally” di Alfredo Catalani; “Les chevaliers de la table ronde” di Hervé e L'Aiglon di Jacques Ibert e Arthur Honneger.

Auguri di Buon Natale e Felice Ano Nuovo.

Matilde e Fulvio.