Associazione Musicale "G. Rossini"
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Da Fulvio e Matilde (29)

2 agosto 2017

Carissimi, come va?

La scorsa settimana il tempo è stato bruttissimo, pioggia, vento, un freddo boia con temperature minime di circa 12/13° e massime di circa 17/18°!!!!!!  Per fortuna c’erano numerosi spettacoli da vedere!!!!!!

Quest’anno il Festival di Salisburgo è stato inaugurato dall’opera La clemenza di Tito di Mozart che abbiamo avuto occasione di vedere, con l’Associazione Rossini, sia al Regio di Torino che al Chiabrera di Savona nel 2008. Noi abbiamo sempre nella memoria l’irripetibile edizione di Salisburgo 2005 e 2006, direttore Nikolaus Harnoncourt  (regia di Martin Kusej con Schade/Roschmann/Kasarova) e la bella edizione di Aix 2011, direttore Colin Davis (regia di David Mc Vicar con Kunde/Giannattasio/Connolly).

A Salisburgo l’allestimento dell’opera, che alla Felsenreitschule è sempre un problema perché non esistono le quinte e nemmeno le attrezzature tecniche in dotazione ai normali teatri, è stata affidata a Peter Sellars, poliedrico ed eccentrico regista americano, in passato ha ambientato Don Giovanni in un vicolo di Harlem e Il flauto magico sulle strade di Los Angeles!!!!!!!!  Noi non avevamo mai visto suoi spettacoli.

La direzione musicale era di Teodor Currentzis, quarantacinquenne musicista greco, fondatore del complesso (Coro e Orchestra) “musicAeterna” e da pochi mesi direttore principale della SWR Symphony Orchestra di Stoccarda. I due artisti hanno agito, oltre che sulla ambientazione della vicenda cosa oramai consolidata, anche sulla partitura tagliando drasticamente i recitativi e aggiungendo, all’inizio e alla fine del secondo atto, dei brani sempre di Mozart: il “Kyrie” e il “Laudamus te” dalla Messa in do minore K 427 e l’adagio della Marcia funebre massonica K 477.

La clemenza di Tito     Sesto, kamikaze titubante e Tito a Grey’s Anatomy 

Consolidato il fatto che oramai nessun regista ambienta il penultimo capolavoro mozartiano nell’antica Roma, l’eccentrico regista americano decide di ambientare l’opera molto vicino alla nostra realtà sociale. In un campo profughi Tito, che per il colore nero della pelle del tenore americano Russell Thomas ricorda un  po’ Nelson Mandela, sceglie i fratelli Sesto e Servilia tra un gruppo di profughi che fuggono dalle numerose guerre che incendiano il medio oriente. Vuole dare loro una nuova vita. Ma viene tradito, tra i profughi si annida una cellula di terroristi che preparano degli attentati, Sesto per amore di Vitellia si unisce a loro, gli fanno indossare una cintura da Kamikaze e lo mandano ad uccidere Tito e a compiere una strage. Sesto parte ma è indeciso e alla fine invece di azionare la cintura esplosiva spara a Tito ferendolo gravemente. Nel secondo atto, che inizia come già detto con i due brani della Messa in do minore, vediamo Tito ricoverato in terapia intensiva su uno di quei lettoni tecnologici con tutto il personale sanitario che si agita intorno a lui, con flebo, defibrillatore, macchina per l’elettrocardiogramma, ecc., come nella serie televisiva Grey’s Anatomy. Tra l’altro in quei giorni nel Salisburghese c’era un importante raduno di auto d’epoca al quale ha partecipato Patrick Dempsey, strano che non abbiano chiamato anche lui al capezzale dell’illustre paziente!!!!!!!!!!

Sull’altro lato del palcoscenico vediamo persone in lutto davanti a candele e fiori, con riti che richiamano alla tradizione religiosa medio-orientale. Al termine dell’opera viene soppresso il finale lieto e Tito muore accompagnato dalla marcia funebre massonica con la quale si chiude la rappresentazione.

La direzione musicale di Teodor Currentzis non ci è piaciuta. A parte i tagli dei recitativi, che in quest’opera sono molto importanti, come abbiamo potuto verificare direttamente quando al Regio di Torino vennero eseguiti integralmente, non siamo d’accordo con le contaminazioni delle partiture originali delle opere effettuati per soddisfare le esigenze drammaturgiche di registi in cerca di pubblicità. Come dice Diego Fasoli, che al termine delle sue esecuzioni porta sempre sul palco, per la passerella finale, la partitura affinché anche il compositore si prenda la sua giusta parte di applausi, va esaltato soprattutto l’autore della partitura e non gli esecutori o i registi che, approfittando del fatto che intanto lui è morto, tendono a sovrastarlo.

Non solo, la sua direzione è stata, secondo noi, disomogenea con episodi in cui accelerava moltissimo i tempi e lunghi momenti di  pausa e di rallentamento del flusso della musica. L'orchestra è stata bravissima dimostrando doti straordinarie di agile e versatilità così come il coro penalizzato dalla scelta registica di farlo cantare sempre ai margini della scena.

Tito era il giovane tenore afro-americano Russell Thomas che non ha una grande esperienza alle spalle ma ha già interpretato questo ruolo al Metropolitan di New York. Il timbro è buono, l’intonazione anche ma è stato troppo penalizzato dalla regia: ha dovuto cantare l’aria di bravura del secondo atto “Se all'impero, amici dèi”, tutto intubato nel letto del presunto Seattle Grace Hospital. Quindi, se la vogliamo mettere in burocratese, di lui diamo un “giudizio sospensivo in considerazione del certificato medico all’uopo prodotto….”!!!!!!!!!

Il giovane soprano sudafricano Golda Schultz , già membro dell’Ensemble della Bayerische Staatsoper, è una Vitellia molto espressiva ma difetta nei gravi e nel “rondò” finale ha avuto difficoltà a contrappuntare con il timbro scuro del clarinetto obbligato.

Bravissima la trentenne mezzosoprano francese Marianne Crebassa, grande specialista nei ruoli “en-travesti” (Siebel nel “Faust”; Cherubino ne “Le nozze di Figaro”; Cecilio nel “Lucio Silla”) è un Sesto dalla voce morbida e delicata nei cantabili ma forte, potente ed espressiva nei momenti più drammatici. Autentica mattatrice della serata è facile prevedere per lei un futuro di grande successo.

Bravi, ma ancora da maturare, i due giovani amanti, Servilia, la soprano austriaca Christina Gansch (laureata al Mozarteum di Salisburgo) e Annio, il mezzosoprano di Trinidad Jeanine De Bique, già membro dell'Ensemble dell’Opera di Vienna, canta molto ma sempre in ruoli secondari.

Infine Willard White, un Publio dal passato glorioso (ha debuttato nel 1974 come Colline in Boheme), noi lo ricordiamo al Festival di Aix-en-Provence 2006 e 2007 come Wotan in “L’Oro del Reno” e “La Walkiria”, con i Berliner Philharmoniker diretti da Simon Rattle, ora chiude la carriera con questi ruoli da comprimario. 

Noi abbiamo visto la prova generale lunedì 24 luglio. Dopo la “prima” la stampa locale ha dato grande risalto all’avvenimento parlando di: “Un nuovo Mozart che fa piangere”; “Serata profondamente commovente”; “Indubbio successo per il regista e il direttore”; “Partenza sensazionale per il nuovo sovrintendente del Festival Markus Hinterhauser”; ecc…..

Non siamo d’accordo! Anzi ci siamo stupiti che il più importante Festival musicale del mondo inaugurasse con questo spettacolo che abbiamo giudicato modesto, sia sul piano dell’esecuzione musicale che su quello dell’allestimento scenico e registico. Dopo aver visto la prova generale di “Lady Macbeth di Mzenk” diretta da Mariss Jansons con Nina Stemme come protagonista e i Wiener Philharmoniker nella buca, le ns. perplessità sono ulteriormente aumentate e stiamo ancora chiedendoci perché non si è inaugurato con l’opera di Sostakovich!!!!!!!!!!!!!!

Mercoledì 26, nonostante il tempo inclemente (praticamente è piovuto a dirotto per tre giorni consecutivi), siamo andati a Monaco per “La favorite” di Gaetano Donizetti che, insieme a “Andrea Chenier”, “Tannhäuser”, “Semiramide”, e “Lady Macbeth di Mzensk”, di cui vi abbiamo parlato in passato, è una delle nuove produzioni della stagione 2016/2017 dell’Opera Bavarese.

La favorite

La favorite è forse il “centone” più famoso della storia del melodramma: gran parte della musica è quella de L’Ange de Nisida, opera composta da Donizetti per il Thèatre de la Renaissance, non rappresentata per il fallimento dell’impresario; alcuni spunti derivano da Pia de Tolomei e da L’assedio di Calais, la celebre romanza di Fernand “Ange si pur” (“Spirto gentil”, nell’edizione in italiano) è presa da Il duca d’Alba, opera composta per l’Opéra di Parigi e poi ritirata.

La  Favorite  è un'opera che può lasciare un  pochino  perplessi, ha delle pagine stupende ma anche delle pagine intricate,  complesse, un'opera difficile come interpretazione e  come messa in scena.  E’ anche molto importante nella storia della musica perché con essa nasce la vocalità di mezzosoprano. Infatti la parte della protagonista è stato composta per Rosine Stolz, amante del direttore dell’Opèra Leon Pillet, quindi favorita sia sulla scena che nella vita, che era, come si direbbe oggi, un mezzosoprano dall’ampio registro.   

Per essere un grand-opéra , La favorite risulta abbastanza atipica: c’è un ampio balletto nell’atto terzo,  che nelle edizioni moderne viene sempre o tagliato o eseguito in forma di concerto, per il resto il coro ha solamente una funzione ornamentale e suggerisce l’opposizione di ambienti, quello austero del convento in cui si apre e si chiude l’opera e quello dai toni sgargianti della corte di Castiglia. L’elemento storico-politico è trascurato, a parte le battute che si scambiano Balthazar e Alphonse, nel momento in cui le ragioni sentimentali del sovrano cozzano contro la ragion di stato e il volere della Chiesa romana. Del grand-opéra è mantenuta la libertà formale, senza gli schemi tipici dell’opera italiana, ma la vicenda, nel complesso, è a carattere privato: un dramma intimo, di cui il protagonista è Fernand, che incarna gli ideali dell’amor cortese e rimane vittima del proprio candore di novizio inesperto del mondo. L’opera narra proprio del viaggio “di conoscenza” di Fernand che si allontana dal convento, si scontra con la società e alla fine ritorna al convento perseguitato dal fantasma del suo amore infelice.

La regia dell’opera è stata affidata ad Amélie Niermeyer, che ha una ventennale esperienza di assistente regista all’opera di Monaco di Baviera, di cui vi abbiamo parlato lo scorso anno a proposito di Veremonda, l'amazzone d’Aragona di Francesco Cavalli che ha curato per il Festival di Schwetzingen e che noi abbiamo visto allo Staatstheater di Meinz.

La regista tedesca imposta l’allestimento dell’opera  sulla tragedia del ruolo della donna, divisa tra valori religiosi e laici: Leonor non può portare a compimento il suo sogno d’amore con Fernand, entrambe le leggi, quella della Chiesa e quella della società non gli danno alcuna possibilità. Durante l’ouverture i due amanti si incontrano sul palcoscenico vuoto, poi piano piano la scena si riempie con giganteschi blocchi metallici all’interno dei quali traspaiono due grandi catafalchi uno con un crocifisso ligneo, l’altro con la scultura lignea dell’ascensione della Vergine. Poi arrivano i monaci, ognuno dei quali porta una sedia, sedie da chiesa in legno, brutte, ingombranti che rimangono poi in scena per tutto lo spettacolo a ostacolare i movimenti dei solisti e delle masse corali che devono destreggiarsi tra loro. Probabilmente la regista ha voluto rappresentare l’ingombrante e soffocante presenza della religione nell’incedere degli avvenimenti narrati.

Autentica mattatrice della serata Elina Garança, la favorita, l’amante del re di Spagna, che si presenta in scena con una peccaminosa giacca di velluto rosso, occhiali da sole che fermano i capelli biondi (sembrava Catherine Deneuve in “Belle de jour”); vocalmente in ottima forma la mezzosoprano lettone ha cantato la grande aria del terzo atto “O mon Fernand” con grande espressività e con una sorprendente ricchezza di colori.

Il giovani baritono polacco Mariusz Kwiecień (non lo avevamo ancora ascoltato), è un Roi Alphonse elegante, ma un po’ troppo dandy,  forse ha cercato così di sopperire alla voce che richiederebbe, in particolare nei momenti drammatici, più profondità e potenza.

Il tenore americano Matthew Polenzani (lo avevamo ascoltato a Genova nel 2005 in “Così fan tutte”), incarna bene l'immaturo novizio indeciso tra religione e amore; vocalmente molto elegante è ottimo nel registro centrale e nel declamato, anche quello spinto dei momenti più drammatici, ma ha grossi problemi sulle note più acute. Bravo scenicamente ma deludente vocalmente il basso finlandese Mika Kares nel ruolo di Balthazar, bravissima Elsa Benoit (Ines), voce dal bel timbro sopranile, nella seconda scena del primo atto (“Rayons dorés, tiède zéphyre”), contrappunta in modo perfetto con le altrettanto ottime coriste.

Il direttore londinese Karel Mark Chichon (è stato assistente di Sinopoli e Gergiev), ha giustamente esaltato i colori scuri della partitura donizettiana, ha guidato con grande flessibilità i solisti e il coro nei concertati anche se a volte ha un po’ troppo ecceduto nel volume del suono orchestrale . Ottima, come al solito, la prestazione del Coro e dell’Orchestra dell’Opera bavarese.

Al termine applausi entusiasti del pubblico.

Quest’anno al Prinzregententheater di Monaco la nuova produzione del Münchner Oper Festspiele è stata Oberon di Carl Maria von Weber, da tutti conosciuto come il padre del romanticismo musicale tedesco.

C’era molta attesa dopo il successo ottenuto lo scorso anno da Les Indes Galantes di Rameau, di cui vi avevamo ampiamente parlato. Ebbene questa attesa è stata delusa.

Trattandosi di un Singspiele (spettacolo che alterna parti cantate a parti recitate) è stata fatta un’operazione tipo Il flauto magico di Torino 2006 con i recitativi riscritti da Alessandro Baricco. Qui è stato creato un contenitore totalmente inventato, con brani recitati appositamente scritti, all’interno del quale è stata collocata la vicenda narrata. In più quei furbacchioni della direzione artistica hanno tradotto solo le parti cantate, facilmente reperibili su internet in diverse lingue, ma non hanno tradotto le parti recitate penalizzando così i numerosi spettatori stranieri (inglesi, francesi, italiani e giapponesi) parte dei quali nell’intervallo se ne sono andati.

Oberon       (Oberon vola sul nido del cuculo)

Il soggetto dell’opera, andata in scena al Covent Garden di Londra nel 1826 e successivamente tradotta e adattata in lingua tedesca, è tratto da due fonti letterarie: la commedia shakespeariana Sogno di una notte di mezza estate e il poema Oberon di Christoph Wieland (1780). Entrambe le fonti si rifanno a loro volta a una lunga tradizione di testi medioevali.

Brevemente la trama: Oberon, re degli elfi ha litigato con la moglie Titania. I due sposi si sono ripromessi di non riconciliarsi prima di aver trovato una coppia di mortali fedeli, disposti ad affrontare, per amore, ogni insidia. Inizia la favola che racconta le traversie del cavaliere Huon, condannato da Carlomagno a penetrare nella reggia di Bagdad e a baciare in pubblico Reiza, la figlia del Califfo. Huon, aiutato da Scherasmin e dalle magie di Oberon riesce a liberare la fanciulla, i due giovani si innamorano e tra innumerevoli vicissitudini: oceani in tempesta, lidi ostili e seducenti harem, riescono a portare a compimento il loro sogno d’amore. Il suono del corno fatato sancisce la riconciliazione di Oberon e Titania, lieti perché il loro piano è andato a buon fine e il coro finale esalta il valore dell’eroe e la bellezza di Reiza.

L’allestimento dello spettacolo è stato affidato al giovanissimo regista austriaco Nikolaus Habjan (Nestroy Theatre Award 2014 per il teatro di prosa) il quale introduce la favola di Huon e Reiza in un laboratorio di sperimentazione medica con un team di scienziati in camice bianco, coordinati da Oberon, impegnati a brandire siringhe, flebo, schede dei pazienti, ecc. A un certo punto arriva il Cavaliere Huon di Bordeaux, protagonista della favola narrata, in procinto di partire alla volta di Bagdad. Viene preso con la forza da alcuni infermieri, legato su un sedia e trattato con uno di quei caschi utilizzati nei centri psichiatrici. Sembrava Jack Nicholson nel celebre film di Milos Forman “Qualcuno volò sul nido del cuculo”!!!!!   Tra l’altro il personaggio di Puck, che riveste un ruolo centrale negli allestimenti tradizionali, è stato declassato a semplice comprimario e di fatto relegato ai margini dell’azione.

Poi finalmente la favola è iniziata e siamo ritornati alla quasi normalità con delle belle idee registiche e scenografiche, come ad esempio l’utilizzo, per i ruoli dei numerosi comprimari o per quelli solamente recitati, di pupazzi dalle teste molto espressive e corpi materiali svolazzanti, molto ben guidati e doppiati da tre bravissimi attori/cantanti che fanno parte della compagnia diretta dal regista dell’opera. Ma ogni tanto, specialmente quando la favola necessitava del cambio di scena, il laboratorio scientifico si materializzava con le strampalate attività dell’equipe del “prof. Oberon”. La favola si è chiusa con Huon che si è liberato della camicia di forza e con il laboratorio distrutto per un corto circuito.

Anche se non abbiamo capito le numerose parti recitate aggiunte dal regista, in particolare quelle che riguardavano l’attività del laboratorio scientifico, abbiamo notato che la gran parte del pubblico di lingua tedesca, che capiva le battute recitate, non ha praticamente mai riso, mentre le risate più divertite e fragorose ci sono state durante le numerose gags fatte dai conduttori delle maschere e che venivano capite da tutto il pubblico!!!!!!!

La direzione musicale era affidata a Ivor Bolton (direttore principale del Mozarteum di Salisburgo) grande specialista dell’opera barocca, che lo scorso anno aveva riscosso uno straordinario successo con Les Indes Galantes di Rameau che aveva diretto con ritmo e agilità. Quest’anno il direttore inglese, forse perché fuori dal suo genere preferito e probabilmente perché stremato dalle lunghe pause tra un pezzo musicale e l’altro (l’opera è durata circa 30 minuti in più del previsto), ci è parso affaticato e spento così come l’orchestra giovanile dell’opera bavarese, anch’essa distratta dalle lunghe interruzioni.

Protagonista maschile nel ruolo di Huon di Bordeaux, il tenore americano Brenden Gunnell dal cui curriculum risulta abbia principalmente ricoperto ruoli nel repertorio novecentesco, il che ci ha lasciati perplessi in quanto per tutta l’opera ha sforzato tantissimo nel registro acuto. La figlia del califfo era Annette Dasch, in Italia è ricordata per aver sostituito all’ultimo momento la cantante titolare e la sua “cover”, entrambe malate, nel Lohengrin dell’inaugurazione della Scala a Sant’Ambrogio 2012. Soprano lirico dalla voce perfettamente controllata ha ecceduto negli atteggiamenti da primadonna e da soubrette non richiesti dal personaggio di Rezia che deve essere decisa ma nello stesso tempo, dolce, sognatrice e innamorata. Oberon era il tenore Julian Prégardien, grande specialista del repertorio barocco, purtroppo sacrificato dalla regia in un ruolo dove più che cantare doveva recitare. Lo ha fatto diligentemente ma con risultati deludenti. Da citare assolutamente i due comprimari dell’Ensemble dell’opera bavarese: la mezzo-soprano americana Rachael Wilson (Fatima, ancella di Rezia), bravissima vocalmente e scenicamente a riempire la scena e a catturare l’attenzione del pubblico con atteggiamenti provocanti e da consumata soubrette, qui si giustificati dal ruolo ricoperto e il baritono tedesco

Johannes Kammler, un gustoso Scherasmin (aiutante di Huon) sempre alla disperata ricerca della bella e sfuggente Fatima.

Al termine applausi di stima da parte di un pubblico straniero molto contrariato per la mancanza dei recitativi sopra-titolati e di un pubblico tedesco visibilmente perplesso.

La settimana si è chiusa alla grande con due straordinarie prestazioni dei Wiener Philharmoniker, nella prima, venerdì 28, hanno eseguito la nona sinfonia di Gustav Mahler diretti da Bernard Haitink, mentre domenica 30 prova generale di “Lady Macbeth di Mzensk” diretti da Mariss Jansons. Speriamo di riuscirvene a parla prima del ns. rientro in Italia.

Tanti cari saluti, 

Matilde e Fulvio.

Da Fulvio e Matilde (30)

28 marzo 2018

Carissimi,

come va? Dell’Orfeo di Torino ci ha informato la Alba. Tutto bene!

Noi siamo a Baden dove fa freddo (è nevicato anche due volte!!!!!) e dove sabato scorso con il Parsifal è iniziato il Festival di Pasqua, l’ultimo dell’era Rattle!

Il prossimo anno ci sarà l’arrivo, a dire il vero “poco trionfale”, del nuovo direttore dei Berliner, Kirill Petrenko. Infatti il programma del Festival di Pasqua 2019 prevede solo due concerti diretti da Petrenko, dei quali metà programma coincide (la “quinta” di Caikovsky), mentre la parte da protagonisti la fanno gli “italiani” con l’Otello di Verdi diretto da Daniele Gatti e la Messa da Requiem, sempre di Verdi, diretta da Riccardo Muti.

Tra l’altro Petrenko a luglio dirigerà Parsifal a Monaco e a dicembre, sempre a Monaco, dirigerà proprio  Otello. Non ci è dato di sapere chi ha fatto queste scelte artistiche secondo noi alquanto discutibili!!!!!

La parte sinfonica vede cinque concerti dei Berliner; tre diretti da Rattle, il primo con Elina Garança, gli altri due con Krystian Zimerman che proporrà lo stesso programma (Sinfonia n. 2 di Bernstein), mentre nella seconda parte Rattle proporrà rispettivamente la Settima e la Terza di Beethoven; gli altri due concerti saranno diretti da Daniel Harding con Gerald Finley e da Ivan Fischer con la giovane e promettente violinista norvegese Vilde Frang. Ci sarà poi la tradizionale “Musikfest” con un concerto, sempre diretto da Rattle, che vede assieme alcuni musicisti dei Berliner con i giovani dell’Orchestra giovanile di Stato (Bundesjugendorchester) che eseguiranno musiche di Vivaldi, Offenbach e “Il principe di legno” di Bartok.

Numerosi sono anche i concerti da camera, raccolti sotto il titolo “Meisterkonzerte”, in programma quasi tutti i giorni alle ore 11 e alle ore 14, che vedono impegnati i musicisti dei Berliner distribuiti in piccole formazioni da camera.

Parsifal  (Cinque ore per l'eternità)

Parsifal:           Cammino appena, -

eppur mi sembra già d’esser lontano.

Gurnemanz:    Tu vedi, figlio mio,

spazio qui diventa il tempo.

Come si sa il tempo è relativo, e questo anche nell'opera. Ci vogliono cinque ore per l'eternità, per la redenzione finale, un lungo e, aggiungiamo noi, noioso pomeriggio . Questo è stato il “Parsifal” di Richard Wagner, ultima opera diretta da Simon Rattle al Festival pasquale di Baden Baden, di cui noi abbiamo visto la prova generale mercoledì 21 marzo.

La regia è stata affidata all’anziano (82 anni) e celebre regista tedesco Dieter Dorn, già allievo della prestigiosa Scuola di recitazione Max Reinhardt di Berlino e, nel corso della lunga e prestigiosa carriera, direttore dei principali teatri tedeschi, austriaci e svizzeri: Amburgo, Monaco, Berlino, Vienna, Basilea.

Meno impegnato nel teatro d’opera si ricordano in modo particolare le due straordinarie regie salisburghesi di: L'Upupa e il trionfo dell'amore figliale di Hans Werner Henze (2003) e Orfeo ed Euridice di Gluck (2010) diretta da Riccardo  Muti. Noi ricordiamo anche una bellissima Pelleas et Melisande di Debussy al Maggio Fiorentino del 1999, una delle ultime opere dirette da Giuseppe Sinopoli.

Dorn e i suoi collaboratori utilizzano il palcoscenico senza quinte, con una scenografia molto semplice: la foresta, la natura, il castello dei Cavalieri del Graal sono dipinti solo come uno schizzo su grandi elementi in legno che si muovono su ruote e vengono continuamente spostate, l'una contro l'altra, girate e incrociate su tutta la profondità del palcoscenico. Come se il rito strettamente cristiano dei Cavalieri del Graal, con il loro re ferito Amfortas e la loro visione del mondo intero, avessero perso il contesto.  Le cornici di legno che nel finale  del dramma sono di fatto dei buchi, sono trasformate in palcoscenico, in piccole e tortuose gallerie di spettatori, che suggeriscono il famoso London Globe Theatre di shakespeariana memoria. I cavalieri del Graal sembrano profughi siriani che premono ai confini dell’Europa, non indossano altro che stracci, grigio pietra, grigio topo, grigio cenere, tratta di una società del destino che non è in grado di rinnovarsi. Le uniche note di colore si trovano nel secondo atto, quello di Klingsor, quello del peccato e della depravazione.

Un paio di idee del team registico sono state secondo noi alquanto discutibili: il ritorno vincitore di Parsifal, il tenore americano Stephen Gould (mt. 1,90 x 130 Kg. circa!) chiuso in una gigantesca armatura che poi, mentre avanza e procede nel racconto, si toglie un pezzo alla volta un po’ come in quella pubblicità televisiva di un prodotto farmaceutico per le articolazioni; la coppa del Sacro Graal contenuta in una specie di mini-bar e la distribuzione del pane con una tavolata da mensa dei poveri!!!!!

Ci è stato riferito che alla “prima” il pubblico ha contestato vivacemente la regia!

Come in precedenza Claudio Abbado anche Simon Rattle sceglie come opera di addio dai Berliner Philharmoniker il Parsifal, ultima opera di Richard Wagner.

Il direttore inglese già dalle prime note traduce il misticismo religioso della partitura in modo sfocato, come se il mondo dei Cavalieri del Graal dovesse uscire da una nebbia musicale che si mischia con la nebbia mattutina che si alza dal lago miracoloso che aspetta Anfortas per il bagno ristoratore. Poi, contrariamente a quanto ascoltato in passato, in particolare nelle due opere italiane (Manon Lescaut e Tosca), Rattle lascia spazio alle voci, non guarda quasi mai i cantanti sul palcoscenico e cura in modo maniacale il suono sovrano e perfettamente equilibrato della sua orchestra esaltando i punti forti della sua direzione; trasparenza, chiarezza ed entusiasmo.

Tra i solisti è molto convincente il tenore americano Stephen Gould (Parsifal), uno dei più importanti tenori wagneriani al suo esordio nel ruolo che aveva già cantato a Vienna ma in concerto. I ns. Soci lo hanno ascoltato a Torino come Erick nell’Olandese volante del 2012.  Ancora più convincente il basso tedesco Franz-Josef Selig un potente e carismatico Gurnemanz. Il mezzosoprano rumeno Ruxandra Donose(era la prima volta che la ascoltavamo), una cantante più abituata a ruoli lirici che a ruoli fortemente drammatici e spinti è stata una Kundry in difficoltà nel registro più acuto e scenicamente troppo poco demoniaca e carismatica. Il basso russo Evgeny Nikitin è stato un impressionante diabolico Klingsor,  mentre Gerald Finley è un Amfortas dall’incedere tormentato come un Re Lear ma vocalmente troppo pallido per un dolore così struggente. Ottima come al solito la prestazione del Philharmonia Chor di Vienna.

Benissimo i tre concerti dei Berliner.

Il primo diretto da Simon Rattle, con Elina Garança che ha eseguito i Sette canti giovanili di Alban Berg e i Tre poemi per voce e orchestra di Ravel, raccolti sotto il titolo di Shéhérazade, mentre la sola orchestra ha eseguito il Don Juan di Strauss e Pétrouchka di Strawinsky. Teatro quasi esaurito e convinti applausi del pubblico trasformatisi in autentiche ovazioni per la mezzosoprano lettone. Il concerto sarà trasmesso da ARTE il giorno di Pasqua alle ore 17.45;

Il secondo diretto da Daniel Harding ha visto, nella prima parte, una selezione di lieder di Schubert eseguiti dal baritono inglese Gerald Finley (Anfortas nell’opera) e nella seconda parte la Alpensinfoniedi Strauss. Programma poco accattivante accolto freddamente dal pubblico composto in gran parte da studenti delle scuole superiori, senza i quali il Teatro sarebbe rimasto per più della metà vuoto!;

Il terzo ancora diretto da Simon Rattle con Krystian Zimerman al pianoforte che ha eseguito la Sinfonia n. 2 (per pianoforte e orchestra) di Leonard Bernstein, detta “The Age of Anxiety” (L'età dell'angoscia) e nella seconda parte la Sinfonia n. 7 di Beethoven. Entrambe queste due ultime esecuzioni sono state salutate da interminabili ovazioni.           

Oggi giornata di riposo, poi domani si riprende con la “Musikfest” e, nei giorni successivi, gli ultimi due concerti dei Berliner e le ultime due repliche del Parsifal che lunedì 2 aprile chiuderà questa sesta edizione del Festival.

Il ns. amico violinista Simone Bernardini si è ammalato dopo il concerto Rattle & Garança ed è a letto con la febbre! Oggi lo andiamo a trovare. Speriamo si riprenda per gli ultimi appuntamenti del Festival.

Tanti cari saluti,

Matilde e Fulvio.

Da Fulvio e Matilde (28)

28 luglio 2017

Carissimi, come va?

Noi al momento stiamo procedendo come da programma e, la scorsa settimana, nel trasferirci da Baden Baden a Salisburgo, via Monaco, abbiamo fatto un puntatina a Bregenz, sul Lago di Costanza per il Mosè di Rossini, andato in scena al Teatro San Carlo il 5 marzo 1818, considerato uno dei quattro grandi capolavori seri del periodo napoletano.



Bregenzer Festspiele 2017  ---  Mosè in Egitto     (Mosè nel minimondo biblico)
Del Mosé di Bregenz ne parleremo poco, intanto perché, come vi abbiamo suggerito, lo avrete visto in diretta sul satellite (se non lo avete fatto prossimamente ci saranno sicuramente delle repliche), poi perché non ci è piaciuto, soprattutto sotto l’aspetto vocale che in Rossini, come diremo più avanti parlando di Semiramide, è di vitale importanza.

L’allestimento dello spettacolo è stato affidato alla giovane regista olandese Lotte de Beer che con il suo scenografo hanno progettato, su una piattaforma girevole, un paesaggio desertico e sterile che contrastava palesemente con quanto raccontato nella Bibbia di un impero egizio ricco e potente, tanto più che tutti i
partecipanti, compreso il Faraone, erano vestiti come degli eremiti tipo “La vita di Brian di Monty Python”,mentre Mambre, tanto per dare un tocco “intrigante”, era vestito da eunuco! Al centro della piattaforma una grande palla sulla quale venivano proiettate delle immagini che vedevano in gran parte come protagoniste le statuine della Compagnia di Hotel Moderno, con gli addetti della compagnia stessa che agivano sul palcoscenico sia con le statuine ma anche muovendo i cantanti solisti e il coro come se fossero anche loro delle statuine. Proiettate sulla palla si sono viste le piaghe d’Egitto, il fulmine che uccide Osiride, i tormenti del popolo ebraico e, al termine dell’opera, il passaggio del Mar Rosso da parte delle statuine (ebrei) inseguite dalle statuine (egizi) che poi vengono sommerse come da copione.

Goran Jurić, giovane e promettente basso croato, fa parte dell'ensemble della Bayerische Staatsoper dove ricopre ruoli secondari (Timur in Turandot, Il frate in Don Carlo, Il pope in Lady Macbeth, ecc.), ha una bella presenza scenica ma non ha ancora la voce profonda e il declamato imponente e ieratico che richiede la
parte di Mose; il suo antagonista vocale e politico, il basso inglese Andrew Forster-Williams (si esibisce soprattutto in Inghilterra e in Francia) è un indeciso, sia vocalmente che scenicamente, Faraone egizio, mentre è stato deludente l’esordio in un Festival importante e in un ruolo di primo piano del soprano italiano Clarissa Costanzo, la sua interpretazione di Elcia è stata scenicamente credibile, intensa e sensuale ma vocalmente troppo spigolosa. Leggermente migliore, data la maggiore esperienza, la Amaltea del soprano tedesco Mandy Fredrich (fa parte dell'ensemble dell’Opera di Stoccarda), mentre il tenore sudafricano Sunnyboy Dladla, per il nome Sunnyboy e per il colore della pelle, nera, invece che nelMose di Rossini lo avremmo visto meglio in West Side Story di Bernstein!!!!!!!!!!!  Bene i due tenori comprimari: l'energico e brillante Matteo Macchioni (Aronne) e lo scintillante Taylan Reinhard (Mambre).
Precisa ma troppo piatta e monotona la direzione di Enrique Mazzola che fu ospite della ns. Associazione quando, al Teatro Nuovo di Valleggia, presentò l’opera Le comte Ory che diresse al Carlo Felice quando era ancora agli esordi della carriera.

Da Bregenz ci siamo poi trasferiti a Monaco dove, la prima sera, abbiamo visto Semiramide, opera andata in scena alla “Fenice” di Venezia nel 1823, con una cast eccezionale: Joyce DiDonato che debuttava nel ruolo principale, Daniela Barcellona un Arsace ampiamente collaudato, Alex Esposito come perfido Assur, Lawrence Brownlee il Principe Idreno e Simone Alberghini nel ruolo di Oroe; dirigeva Michele Mariotti.

Semiramide, l’apoteosi del “belcanto” Semiramide, leggendaria regina degli Assiri, a cui poeti, pittori e musicisti hanno da sempre attributo una straordinaria bellezza fisica e costumi molto dissoluti, Dante nel V° canto dell’inferno arriva a dire: «a vizio di lussuria fu si rotta, / che libito fé licito in sua legge», è l’opera con la quale Rossini si congeda dall’Italia e da uno stile compositivo che lo aveva reso celebre in tutta la Penisola. 
Qui Rossini – consapevole che il pubblico della Fenice non sarebbe stato pronto  ad accogliere un linguaggio stilisticamente avanzato come quello dei grandi blocchi sonori adottato nei capolavori napoletani, che già aveva avuto difficoltà ad essere del tutto compreso anche dal pubblico partenopeo (ne abbiamo accennato la settimana scorsa parlando del “Maometto II°” di Wildbad) – compie un ripiegamento, ripensando alla grande stagione di Tancredi, rappresentato sullo stesso palcoscenico della Fenice dieci anni prima. Perciò stesso librettista, Gaetano Rossi; stesso autore per la fonte del libretto, Voltaire; reintroduzione di una sinfonia a sipario abbassato (una delle più elaborate e ricche dal punto di vista strumentale); poi solo arie e duetti, senza nessun pezzo d’insieme se non l’introduzione e i due finali. In Semiramide il pesarese raggiunge la perfezione della forma di arie e duetti, impostati tutti, senza eccezione alcuna, sullo schema: tempo di attacco, cantabile, tempo di mezzo e cabaletta conclusiva, ma con la maturazione di dieci anni di intenso lavoro (pensiamo solo all’aria della follia di Assur nel secondo atto (“Deh... ti ferma... ti placa... perdona...”), dove pur all’interno di uno schema formale di assoluta chiarezza, la materia musicale scorre febbrile nella descrizione delle allucinazioni del personaggio (nella elaborazione dei deliri di Macbeth Verdi dovette aver ben presente questo altissimo esempio).
Scusandoci per la lunghezza dell’introduzione non possiamo però fare a meno del contributo dell’autore dell’edizione critica dell’opera, il Maestro Alberto Zedda (memorabili le sue due Semiramide del 1981, Torino: Cuberli/Valentini-Terrani/Furlanetto/Gonzales e Genova: Cuberli/Dupuy/Furlanetto/Gimenez, regia di Pierluigi Pizzi: «La Semiramide, come la maggior parte delle opere di Rossini, particolarmente quelle di genere “serio”, scomparve dai repertori operistici quando il suo autore ancora si trovava nel pieno dell’esistenza perché gli interpreti vocali non erano più capaci di trasformare in emozioni palpitanti gli acrobatismi di un virtuosismo sublime, sostituito da un canto passionale e realistico; e il pubblico, assetato di sentimenti forti in cui riconoscere le proprie storie, non sapeva più abbandonarsi all’edonismo raffinato e intellettuale di un canto artificiale basato su figure musicali astratte quali scale, arpeggi roulades, di per sé incapaci di suggerire un percorso psicologico facilmente comprensibile».

La regia è stata affidata all’americano David Alden, fratello gemello di Christopher Alden di cui abbiamo visto nel 2015 Il turco in Italia al Regio.
Celebre per gli allestimenti moderni alla English National Opera, sconvolse il pubblico londinese quando, nel secondo atto dell’opera Mazeppa di Caikovsky, inscenò il massacro di Kocubej e Iskra con una motosega!!!! All’opera di Monaco lo conoscono molto bene perché è stato uno dei registi di punta nel periodo tra il 1993 e il 2006 quando firmò celebri allestimenti di opere di Händel, Monteverdi, Cavalli, Wagner (Tannhäuser e la tetralogia) e Lulu di Alban Berg. 
L’allestimento di Alden e del suo scenografo è decisamente da propaganda “Kitsch”, tipica dei regimi dittatoriali: in un grande salone con massicce mura monumentali che danno l'impressione di un sistema repressivo, vediamo la gigantesca statua di Re Nino con il braccio proteso ad indicare al popolo il cammino da seguire verso un glorioso futuro, il ricordo va subito al dittatore coreano Kim il Sung; sulle due pareti laterali vediamo, da una parte Re Nino con Semiramide, dall’altra i due con il figlio Ninia, inevitabile pensare all’ultimo scià di Persia prima dell’arrivo dell’ayatollah Komeini; sulla parete centrale sempre Re Nino con sullo sfondo un grande lago e alte montagne, e qui pensiamo ad uno di quei dittatori delle Repubbliche asiatiche ai tempi dell’Unione Sovietica: Tagikistan, Uzbekistan, Turkmenistan, scegliete voi!!!!!! 
Quindi, al centro della rappresentazione troviamo i drammatici conflitti tra amore, religione e potere. La Principessa Azema che viene corteggiata da ben tre pretendenti, il Capo dei Magi Oroe che sa tutto di tutti e trama nell’ombra, il gioco al massacro (consumato in camera da letto) tra i due amanti assassini, Semiramide e Assur e altre situazioni fortemente drammatiche ma anche con brevi inserti comici come l’ironia sulle tradizioni folkloristiche indiane rappresentate nell’entrata in scena del Principe Idreno. 
Secondo noi tutto questo può anche andare bene a condizione che nei momenti topici dell’opera: la cavatina di Arsace, l’aria di entrata di Semiramide, la scena della follia di Assur, l’aria di bravura di Idreno, ecc., l’azione si fermi lasciando ai cantanti il centro della scena con i loro acrobatismi virtuosistici e al pubblico l’ascolto estasiato di scale, arpeggi e roulades. Invece durante la cabaletta di Arsace si sono visti arrivare in scena i macchinisti che hanno spostato, facendo anche rumore, la statua gigante del dittatore e durante la cavatinadi Semiramide, a un certo punto è comparso il bambino della foto gigante che siè messo a giocare con un cavallo a dondolo. Chi avrebbe potuto salvarsi da queste strampalate idee registiche è stato Assur nella scena della follia, ma lì ci ha pensato il pubblico che ha applaudito al termine del cantabile mentre il Maestro stava per dare al coro l’attacco del tempo di mezzo!!!!!!!!!

La direzione musicale era affidata all’italiano Michele Mariotti (figlio del soprintendente del R.O.F. di Pesaro), attualmente uno dei massimi esecutori del repertorio rossiniano. La sua conduzione dell’orchestra  è straordinaria riesce a trarre dal complesso bavarese sfumature e colori tipicamente italiani, conduce i cantanti con precisione e con una leggerezza fluttuante che, assecondata dalla bravura dei solisti, seduce l’ascoltatore. I tagli sono stati contenuti, circa 20minuti: la prima aria di Idreno, il dialogo tra Oroe e Assur e, nel secondo atto, l’aria di Mitrane e il coro seguente.
Straordinario il cast vocale: Simone Alberghini (Mustafà nell’Italiana in Algeri al Priamar nel 2011, altri tempi!!!!!!!) è un Oroe dalla voce profonda, ieratica; guida e manipola bene i suoi discepoli nel tentativo di condizionare le sorti politiche del Regno; Alex Esposito, dopo essersi affermato nei ruoli comici (Leporello, Belcore, Figaro), sta esplodendo anche nel repertorio drammatico,  distinguendosi come un basso/baritono dalla voce potente e dalle variegate sfumature, eccezionale nella scena della follia è stato un Assur da ricordare a lungo.

Di ottima levatura anche l’Idreno del tenore americano Lawrence Brownle, al quale hanno però tagliato l’aria del primo atto. Pare oramai consolidato che la tagliò già Rossini durante le prove e non fu eseguita alla “prima” veneziana, ma con un tenore di questa levatura sarebbe stato bello poterla ascoltare.

Vere mattatrici della serata sono state Daniela Barcellona (Arsace) dalla straordinaria coloratura virtuosistica e Joyce DiDonato, la regina del bel canto, che debuttava come Semiramide: voce morbida e suadente nei cantabili; appena udibile nei pianissimo; forte, potente ed espressiva quando si rivolge furiosamente ai suoi avversari; ineguagliabile nella coloratura, pura ghirlanda di canto ornamentale, virtuosismo da leggenda che si è insinuato nel profondo dell’anima del pubblico  che altermine è esploso con applausi prolungati, urla di consenso e di gioia, decretando per lei un autentico trionfo.
Impossibile, all’uscita dal Teatro, non pensare alle parole di Rodolfo Celletti, uno dei massimi esperti di vocalità, che nella sua “Storia del bel canto”, a proposito di Semiramide dice: «L'ultima grande opera della tradizione barocca……. forse la più bella, la più fantastica, la più completa, ma irrevocabilmente l'ultima».

Lady Macbeth di Mzensk Dopo esserci “abbandonati all’edonismo raffinato” di Semiramide, la sera seguente siamo precipitati nella cruda realtà della vita vissuta con Lady Macbeth di Mzensk di Dmitri Šostakovic. L’opera fu oggetto di una conferenza, tenuta dall’attuale Presidente Prof. Tortarolo, in occasione della gita sociale al Maggio Musicale Fiorentino del 2008, dove fu allestita con la bellissima regia di Lev Dodin e la direzione musicale di James Conlon, attuale direttore principale dell’Orchestra RAI di Torino e profondo conoscitore dell’opera da cui ha tratto una suite da concerto.
Lady Macbeth di Mzensk, basata su una novella di Nikolaij Leskov, venne rappresentata a Leningrado e a Mosca nel 1934. Il suo allestimento scatenò le accese critiche da parte dei portavoce ufficiali del governo, che considerarono il linguaggio di Šostakovic poco comunicativo e troppo sofisticato dal punto di vista della ricerca strutturale. Dopo l’accusa formulata da Zdanov con il famoso articolo “Caos anziché musica”, pubblicato sulla “Pravda” il 28 gennaio 1936, l’opera fu ritirata e Šostakovic non scrisse mai più opere teatrali.


Brevemente la trama: Katerina è infelicemente sposata con Zinovi, figlio di una ricca famiglia di mercanti. Trascorre una vita di noia e di umiliazioni da parte del suocero Boris che tenta anche di averla approfittando dell’assenza per lavoro del figlio. La donna è facile preda del bel Sergej, dipendente della ditta, del quale si innamora perdutamente. Scoperti dal suocero Boris questi frusta a sangue Sergej e Katerina per vendicarlo avvelena il suocero. I due amanti trascorrono assieme lunghe notti e quando il marito Zinovi rientra improvvisamente lo uccidono e nascondono il cadavere in cantina. Zinovi è dato per disperso così i due amanti sono liberi di sposarsi. Ma proprio il giorno del matrimonio, un ubriaco scopre il cadavere di Zinovi e chiama la polizia. I due sono arrestati e deportati in Siberia. Durante il viaggio Katerina corrompe una guardia perché le permetta di passare la notte con Sergej, ma lui la considera ormai solo una fonte di disgrazie ed è invece attratto da un’altra detenuta più giovane, Sonetka.

Tutti si prendono gioco di lei: Katerina, disperata, si getta nel fiume trascinando con sé la rivale. Le due donne annegano, mentre i deportati riprendono la marcia.


La regia era del grande Harry Kupfer, ottantunenne Maestro tedesco (di lui ricordiamo il bellissimo Parsifal del 2004 al Carlo Felice, direttore Michael Jurowski).
Kupfer e il suo scenografo ci presentano, come di consueto scene monumentali: nel primo atto siamo in un gigantesco capannone di una fabbrica fatiscente che rende perfettamente l’idea dell’ambiente in cui Katerina è relegata da cinque anni.
Al centro, in un cubo che si solleva in senso verticale, è collocata la camera da letto di Katerina, dove lei trascorre le sue giornate, prima tra la noia, le umiliazioni e il disinganno ma poi, dopo l’arrivo di Sergej, le notti d’amore, di passione e di gioia. Tutto intorno grandi passaggi praticabili asimmetrici comunicanti tra loro con scale impervie. Nella seconda parte il cubo sparisce per i preparativi del matrimonio e ricompare per rappresentare il grottesco ufficio di polizia dove gli amanti assassini vengono denunciati. Infine il cubo scende sotto il pavimento del palcoscenico formando una fossa dove sono collocati i deportati, primo stadio verso l’inferno dei lavori forzati in Siberia e della morte per Katerina, con sullo sfondo un immenso lago e un immenso cielo.

L’Orchestra della Staatsoper, per l’occasione in formazione completa (la buca era insufficiente a contenere il grandioso organico orchestrale e gli ottoni erano collocata in ben quattro  delle barcacce che si affacciano sul palco), era guidata dal suo direttore principale Kirill Petrenko, che ha saputo ben guidarla nell’audace mix di stili previsti dalla partitura, spesso sorprendentemente lirica con passaggi poetici e commoventi; brillante, scintillante e grottesca nella scena dell’ubriaco, dell’Ufficio di Polizia e del Pope ubriaco che impartisce l’estrema unzione a Boris; profondamente drammatica nei momenti topici della vicenda che Petrenko affronta con durezza, senza compromessi e senza perdere in energia ma mai portandola alle estreme conseguenze. Straordinaria l’interpretazione di Anja Kampe, già applauditissima Walkiria al Festival Salisburghese di Pasqua. In un ambiente dominato dagli uomini, così inesorabile, così grottesco, vile e pieno di violenza, l'omicidio è per Katerina l'unica forma di libertà che le rimane e la soprano tedesca ben rappresenta questa donna vittima dell’ambiente in cui vive e al termine il pubblico non può fare a meno di schierarsi e solidarizzare con lei nonostante i ripetuti delitti.

Altrettanto straordinaria sotto il profilo musicale con la voce dai colori caldi nei passaggi più lirici, potente e ben misurata nei momenti più intensi e drammatici.
Una performance fantastica! Accanto a lei Misha Didyk (Sergei), tenore russo dalla voce luminosa e brillante che gestisce in modo non del tutto perfetto. L’anziano e glorioso basso russo Anatoli Kotscherga (in passato grandissimo Boris Godunov, Chovànskij e Kocubej) è un Boris vocalmente meno energico del male che ben rappresenta nella sua interpretazione del bieco suocero. Tutti da applaudire i comprimari che fanno parte dell’Ensemble del Teatro, e le masse corali magnificamente gestite dal grande regista.
Applausi e ripetuti richiami in scena da parte del pubblico entusiasta.

Bene, questa settimana è molto intensa, abbiamo già visto a Salisburgo la prova  generale de La clemenza di Tito e non siamo rimasti particolarmente entusiasti del direttore Teodor Currentzis (dal prossimo anno direttore principale della SWR Symphony Orchestra di Stoccarda), che ci ha lasciato molto perplessi anche nel Requiem mozartiano che abbiamo visto e ascoltato in diretta televisiva. Il Maestro greco, con la sua Orchestra “musicaAeterna” ha affrontato l’ultima partitura mozartiana, da egli stesso revisionata, molto bene scenicamente, quasi una rappresentazione “semiscenica”: tutti gli orchestrali e i coristi vestiti uguale e di
nero “monastico”, tutti in piedi, ad eccezione dei violoncelli, il direttore, anche lui vestito di nero, che dirigeva, come in un rito, in modo “sacerdotale” con una leggerezza quasi aerea ma con un ritmo lento, lento, lento che a noi ha lasciato alquanto perplessi.
A Monaco abbiamo anche visto La favorite con un’altra straordinaria primadonna: Elina Garança. Se ci riusciamo ve ne parleremo la prossima settimana.

Tanti cari saluti,

Matilde e Fulvio

 

Da Fulvio e Matilde (31)

04 aprile 2018

Carissimi,

come va?

Qui a Baden, dopo un lungo periodo di freddo e di brutto tempo (la scorsa settimana ha piovuto parecchio, meno male che c’erano i concerti!!!), forse è arrivata la primavera che ha portato sole, bel tempo e temperature un po’ più accettabili!

Purtroppo però dobbiamo rientrare, il Festival è terminato e in Italia iniziano le “consultazioni”!!!!!! Non ce la faremo sicuramente per il “primo giro”, infatti l’arrivo è previsto nella serata di giovedì!!!! Pazienza!!!!!

Un po’ per il maltempo e un po’ per i dolori articolari (ginocchia, schiena, ecc.), la scorsa settimana ci siamo dedicati particolarmente ai cosiddetti “Meisterkonzerte”, in programma quasi tutti i giorni alle ore 11 e alle ore 14, che vedevano impegnati i musicisti dei Berliner distribuiti in piccole formazioni da camera.

A parte il giorno in cui era in programma il “Quatuor pour la fin du temps” di Messiaen, che non avevamo mai ascoltato dal vivo e ci tenevamo particolarmente, abbiamo sempre privilegiato i concerti in programma alle ore 11 in quanto quelli delle ore 14 sono molto scomodi, specialmente quando alla sera sono in programma i concerti più importanti che qui al Festival di Baden iniziano alle ore 18 per favorire gli spettatori provenienti da fuori: Karlsruhe, Freiburg, Strasbourg, Mannheim, Stuttgart, Frankfurt, ecc..

Quest’anno i “Meisterkonzerte” hanno proposto un ampio ventaglio di programmi da quelli più classici; trii, quartetti e quintetti di Mozart, Schubert, Schumann e Franck; a quelli di compositori del ‘900, il già citato Messiaen, Milhaud, Kurtág e due brani molto belli di Rebecca Clarck violista e compositrice inglese, del novecento che non conoscevamo ancora; fino ai contemporanei: Marc-André Dalbavie, Isang Yun e Maxwell Davies; per concludere con i compositori presenti al Festival come il violinista dei Berliner Holm Birkholz che ha presentato tre sue composizioni: AlbaTramonto e Sussurra una stella per percussioni metalliche e violino, abbinate a tre brani di Stockhausen del ciclo Zodiaco eseguiti assieme al clarinetto basso dell’Orchestra berlinese, e a Mark Anthony Turnage con un brano per quintetto con pianoforte dal titolo Prussian Blue, composto appositamente per il Festival.

Come è ormai consuetudine ogni anno al Festival di Pasqua si esibisce la Bundesjugendeorchester(Orchestra giovanile nazionale), fondata nel 1969 dal Consiglio Nazionale della Musica e, dal 2013, legata da un accordo di collaborazione con i Berliner Philharmoniker. L’orchestra è formata da giovani di età compresa tra i 14 e i 19 anni che entrano con un apposito concorso. Studiano, suonano, giocano al calcio e tengono, durante il ciclo di studi, una quindicina di concerti all’anno nelle più importanti città della Germania. Lo scorso anno a Baden eseguirono la Terza Sinfonia di Rachmaninov, quest’anno, sempre diretti da Simon Rattle, hanno eseguito Il Principe di legno di Bartok, mentre il prossimo anno sono in programma musiche di Verdi, Mercadante e Respighi, con direttore Daniele Gatti.

Il ns. amico violinista Simone Bernardini è guarito (grazie anche ai farmaci che gli abbiamo portato noi e di cui siamo sempre ben forniti per curare i ns. acciacchi!!!!!!) ed ha ripreso il suo posto in orchestra nella recita del Parsifal di venerdì 30 marzo, Venerdì Santo o Karfreitag, come lo chiamano qui, giorno particolarmente simbolico per la rappresentazione dell’ultima opera wagneriana in quanto c’è la scena del lavaggio dei piedi.

Gli ultimi due concerti dei Berliner hanno visto impegnati al sabato la violinista norvegese Vilde Frang che ha ottimamente eseguito il concerto n. 1 di Bartok, deludendo però il pubblico per la mancata concessione di un bis, mentre l’orchestra, diretta dall’ungherese Ivan Fischer, che i ns. Soci conoscono bene perché più volte presente nella stagione del Lingotto con la Budapest Festival Orchestra, ha eseguito le Danze contadine ungheresi, dello stesso Bartok e nella seconda parte il Sogno di una notte di mezza estate di Mendelssohn. La domenica di Pasqua ultimo concerto con Zimerman & Rattle che hanno riproposto con grandissimo successo la sinfonia n. 2 di Bernstein mentre nella seconda parte straordinaria esecuzione della “Terza” di Beethoven accolta trionfalmente dal pubblico.

Lunedì 2 il Festival di Baden si è chiuso con l’ultima recita di Parsifal, che noi avevamo già visto. Così, tanto per non perdere l’abitudine, siamo andati a Freiburg (circa 110 km. da Baden) alla Konzerthaus, inaugurata nel 1996 che comprende un grande auditorium, dedicato all'ex sindaco Rolf Böhme, della capienza di 1744 posti, una sala più piccola, la Runder Saal (350 persone) per la musica da camera e nove sale riunioni per i congressi.

Una struttura bellissima dall’acustica perfetta che ci ha aiutato ancora di più ad apprezzare l’oratorio Elias di Felix Mendelssohn nella straordinaria esecuzione della Freiburger Barockorchester diretta da Pablo Heras-Casado, con il RIAS Kammerchor di Berlino e Mathias Goerne nel ruolo del protagonista. Tutto esaurito e ripetute ovazioni finali per questa importante produzione che dopo Freiburg sarà replicata a Parigi e a Madrid.

Alla televisione tedesca 3 SAT-TV hanno trasmesso Tosca in programma al Festival di Pasqua di Salisburgo e dove tra gli interpreti figurava il ns. Matteo Peirone inevitabilmente nel ruolo del sagrestano.

Il regista Michael Sturminger, di cui non abbiamo mai visto niente, inizia l'opera, ambientata in epoca moderna, con la fuga di Angelotti da un furgone per il trasporto dei detenuti. Un po’ come in quel film con Harrison Ford! Poi Scarpia non muore nel suo ufficio al termine del secondo atto ma, nonostante la ferita sanguinante per la coltellata di Tosca, riesce a trascinarsi fino sui bastioni di Castel Sant'Angelo (!!!!!!!) che raggiunge subito dopo la fucilazione di Cavaradossi. Giunto davanti a Tosca gli spara con una pistola ma lei ha ancora il tempo di sparargli a sua volta e l'opera finisce con la morte di entrambi!!!!!!!!!

La parte vocale e strumentale ci è parsa di ottima levatura anche se alla televisione è difficile dare un preciso giudizio di merito. Il ns. amico Matteo Peirone ha disegnato un sacrestano (per l'occasione promosso dal regista a sacerdote) come preferiamo noi, senza eccessi comici anche se non ha saputo sottolineare bene lo spirito bigotto che si nasconde sotto la maschera bonaria del personaggio.

Tanti cari saluti e arrivederci a Savona.

Matilde e Fulvio.

Da Fulvio e Matilde (27)

18 luglio 2017

Carissimi, come va?

Lo scorso fine settimana abbiamo partecipato per la seconda volta al Festival “Rossini in Wildbad – Belcanto Opera Festival” che dal 1989 si svolge in questa piccola località termale del Baden Württemberg in mezzo alla Foresta Nera.

Ricordiamo che nel 1856 Gioacchino Rossini trascorse a Wildbad un periodo di cura e riposo. Il medico delle terme che lo seguì si chiamava Schönleber proprio come l’inventore del Festival di cui ne è anche Sovrintendente, regista e animatore e a cui va il merito di aver portato il festival a un livello tale da renderlo uno degli appuntamenti estivi più importanti per gli amanti del belcanto.

Le rappresentazioni delle opere avvengono in due sale ubicate tra il centro storico della cittadina  e il grande parco delle terme. Una la Trinkhalle (il salone dove normalmente si beve l’acqua termale), è una sala moderna tutta rivestita di legno dipinto di bianco, abbastanza grande (circa 480 spettatori), adattata a teatro in occasione del Festival. La seconda sala è lo storico Königliches Kurtheater (1867), dalla capienza limitata a circa 200 posti. I due palcoscenici sono di ridotte dimensioni, privi di quinte e dei tradizionali macchinari teatrali e non danno grandi possibilità ai registi e agli scenografi di sviluppare la loro fantasia. Quindi le opere vengono di fatto rappresentate in forma semiscenica oppure in forma di concerto.

Direttore artistico e direttore principale del Festival è l’italiano Antonino Fogliani, siciliano ma bolognese di adozione, che ha diretto in importanti teatri italiani ed esteri. Noi, dopo lo scorso anno a Wildbad, lo abbiamo ascoltato a Monte Carlo dove ha diretto la “Maria Stuarda” di Donizetti.

L’orchestra del Festival “Virtuosi Brunensis” è composta da musicisti, in gran parte giovani, provenienti da due orchestre della città di Brno in Moravia mentre il coro, “Bachchor Poznan” composto da una ventina di elementi, proviene dalla città di Poznan in Polonia. Sono già diversi anni che questi due complessi artistici partecipano al Festival e questo da una certa garanzia di continuità alla direzione musicale come ha sottolineato, in un’intervista, il M° Fogliani. 

Per tutte le opere in programma viene stampato il libretto nella lingua originale dell’opera con testo a fronte in tedesco e in inglese, mentre i sopra-titoli sono nella lingua originale e in tedesco.

Quest’anno erano in programma cinque opere: “L’occasione fa il ladro” (che non abbiamo visto), “Aureliano in Palmira”, “Maometto II°”, “Eduardo e Cristina” di Rossini e un’opera di Manuel Garcia (padre) “Le cinesi” su libretto di Pietro Metastasio.

Aureliano in Palmira

L’opera, andata in scena al Teatro Alla Scala nel 1813, non riuscì a ripetere il successo ottenuto l’anno precedente con “La pietra del paragone”. Viene spesso ricordata solo per la controversa attribuzione del libretto (Romanelli o Romani?), che qui non approfondiamo per ragioni di spazio, e per il presunto litigio tra G.B. Velluti, il “musico” interprete del ruolo di Arsace, e Rossini che, irritato dalle ampollose fioriture belcantistiche improvvisate dal celebre cantante, avrebbe da allora deciso di stenderle di proprio pugno. Come di consueto Rossini utilizzerà brani di “Aureliano” come “auto imprestiti” per opere successive. Il più celebre è la sinfonia introduttiva che, passata dapprima all’Elisabetta regina d’Inghilterra, divenne in seguito quella ufficiale e universalmente conosciuta de Il barbiere di Siviglia.

L’opera venne riscoperta dall’Opera Giocosa, la prima rappresentazione in tempi moderni ha avuto luogo nel settembre 1980 a Genova con repliche anche a Savona. Al Teatro Chiabrera è stata presentata in una nuova produzione nel 1991.

Il soggetto tratta della rivalità tra Aureliano e Arsace per la bella Zenobia innamorata di quest’ultimo. Solo dopo avere inutilmente imprigionato il rivale e mosso una guerra vittoriosa a Palmira, l’imperatore, ammirato dall’indissolubile legame tra i due amanti, li perdonerà lasciandoli liberi.

L’opera, presentata in forma di concerto, era diretta da Miguel Perez-Sierra considerato uno dei direttori più importanti della sua generazione, grande specialista rossiniano è stato allievo e collaboratore di Gabriele Ferro, Gianluigi Gelmetti, Alberto Zedda e Lorin Maazel. Nato a Madrid, ha conquistato l’attenzione internazionale dopo essere diventato il più giovane direttore sul podio del Rossini Opera Festival di Pesaro, dove nel 2006 ha diretto Il Viaggio a Reims. Molto preciso, professionale, espressivo, ha ben condotto coro e solisti nei concertati, non è sempre riuscito però a contenere l’orchestra dalle sue “pulsioni bandistiche” perdendo pulizia e raffinatezza nell’esecuzione.

Silvia Dalla Benetta, da diversi anni  una delle prime donne del Festival, una carriera decennale tutta sviluppata nei teatri della provincia italiana, è stata una Zenobia dalla voce potente e ben impostata che tende però ad eccedere un po’ troppo nel registro acuto. Juan Francisco Gatell, tenore argentino (lo avevamo ascoltato agli esordi della carriera, durante la gita al Festival di Salisburgo, quando partecipò al “don Calandrino” di Cimarosa diretto da Muti), è un Aureliano dal bel timbro tenorile, tiene bene le note alte nella cavatina d’esordio, mentre ha qualche incertezza nell’agilità vocale che richiede l’aria del secondo atto. Marina Viotti (Arsace) ha esordito nel prestigioso coro della Wiener Staatsoper per poi passare alla carriera solistica che sviluppa principalmente nei teatri francesi e svizzeri. Mezzosoprano dall’estensione molto acuta, nella prima parte ha avuto qualche difficoltà sulle note gravi che ha brillantemente superato nella seconda parte con una prestazione veramente straordinaria. E’ giovane e con un ottimo futuro davanti. Buona la prestazione del coro polacco.

Sala quasi piena, molto entusiasmo e molti applausi da parte del pubblico.

Le cinesi   

Musicista molto versatile e ricco di talento Manuel Garcia è stato compositore, tenore e insegnante di canto. Compose oltre quaranta opere liriche di cui trenta rappresentate. Impregnato di belcanto, totalmente immerso nella macchina teatral-musicale di Rossini, Garcia compositore è stato a lungo relegato al ruolo di epigono rossiniano a danno di una personalità che una lenta ma progressiva riscoperta sta portando alla giusta luce.

Come cantante è diventato immortale nella storia del melodramma per aver interpretato il primo Conte di Almaviva nel rossiniano Barbiere di Siviglia; tra i suoi allievi più celebri figurano i suoi tre figli: Manuel Garcia, baritono e insegnate di canto (autore di un trattato sulla vocalità); Maria Malibran-Garcia, cantante di straordinaria estensione e dalla fama leggendaria, rimasta intatta anche dopo la prematura scomparsa avvenuta a soli 28 anni per una caduta da cavallo; Pauline Viardot-Garcia, mezzosoprano (Saint-Saёns dedicò a lei il suo capolavoro Samson ed Dalila), pianista (fu allieva di Liszt) e compositrice (scrisse opere liriche, canzoni e brani da camera).

 Nella prima metà del ‘700, in un’Europa già orientata al gusto rococò, i resoconti diretti o indiretti dei viaggi dei gesuiti in Oriente alimentarono la curiosità, quasi la frenesia, nei confronti del lusso e delle delizie del mondo cinese. Uscirono pubblicazioni dedicate al mondo e alla cultura cinese e fu tradotta in francese la tragedia “L’orfano della famiglia Zhao”, originaria del XIII° secolo, considerata uno dei primi esempi di teatro musicale cinese. A questo soggetto si ispirò anche Pietro Metastasio per la stesura del dramma “L’eroe cinese” (1753) che ha a sua volta ispirato gli omonimi lavori di teatro musicale di Galuppi, Hasse, Giordani e Cimarosa.

Metastasio, già da cinque anni “poeta cesareo” presso la corte di Vienna, scrisse il libretto de Le cinesi poi musicato da Antonio Caldara, per i festeggiamenti del carnevale 1735. Il libretto - che nella prima stesura prevedeva tre personaggi femminili, portati a quattro con l’aggiunta di un personaggio maschile, su richiesta del grande “Farinelli” - prima di Garcia fu musicato da almeno altri otto musicisti tra i quali Conforto, Jommelli, Astarita, Millico e Cedronio. L’edizione più celebre fu quella del 1754, musicata da Gluck, appena nominato Kappelmeister a Vienna, rappresentata a Schlosshof, residenza del principe Giuseppe Federico di Sassonia, per rendere omaggio alla visita dell’imperatrice Maria Teresa.

Ne Le cinesi il contesto geografico è in realtà indefinito, la Cina diventa la generale metafora della distanza fisica e culturale dalla quale rileggere usi e costumi del proprio ambiente, nella propria epoca. Qui infatti l’unico personaggio maschile, Silingo, rientrato da un viaggio in Europa, esalta la modernità e l’emancipazione delle donne francesi rispetto a quelle cinesi.

In breve la trama: All’ora del tè Lisinga è in casa con le amiche Sivene e Tangìa. Entra improvvisamente Silango, fratello di Lisinga, la quale è sgomenta per la presenza di un uomo nel gineceo. Il fratello, reduce da un viaggio in Europa, la tranquillizza: ciò che pare follia in Cina è pura normalità in Occidente, lì le donne sono libere in casa e fuori. Per passare il tempo si decide che ciascuno rappresenti una scena teatrale a scelta. Lisinga sceglie la tragedia e interpreta Andromaca, rimasta vedova di Ettore, disperata davanti alle pretese di Pirro che minaccia, in caso di rifiuto, di uccidere il figlio Astianatte. Sivene sceglie la pastorale e racconta del pastore Tirsi, addolorato perché la pastorella Licori non ricambia il suo amore e disdegna la sua sofferenza. Infine la commedia: Tangìa, pensando a Silango, si propone nei panni di un giovane appena tornato da Parigi che critica la rozzezza dei modi del suo paese rispetto all’elegante e inconfondibile stile parigino delle Tuileries. L’opera si conclude con i quattro personaggi che danzano allegramente.

Rientrato a Parigi alla fine della carriera per dedicarsi alla didattica, Garcia concepì Le cinesi come opera laboratorio di fine corso per i suoi studenti che la eseguirono all’interno della sua “Accademia”. Le voci sono quattro (due contralti, soprano e tenore) con accompagnamento musicale del pianoforte, senza alcuna veste orchestrale. La parte pianistica non ha alcuna velleità, limitandosi a svolgere una mera funzione di accompagnamento, tutto è affidato al timbro vocale, mentre la compresenza dei vari registri drammatici è un ottimo espediente, sia musicale che didattico, dove il maestro e gli allievi sono tutti impegnati in un saggio di molteplici abilità.

In conclusione citiamo testualmente Fiorella Sassanelli, l’autrice del saggio da cui abbiamo attinto le notizie che vi abbiamo sopra fornito: «…. Le cinesi non sono solo un compendio di teatro musicale, ma un ponte che unisce settecento e romanticismo, il primo evocato dalle tre distinte situazioni teatrali, il secondo chiaramente espresso da un linguaggio musicale che non sa mai di Cina, e che piuttosto racconta con una scrittura belcantistica una delle più felici pagine della storia musicale italiana….». 

L’allestimento, una coproduzione con il Maggio Fiorentino che ha già rappresentato l’opera a ottobre dello scorso anno, è stato curato dal Sovrintendente e Direttore artistico del Festival di Wildbad Jochen Schönleber, che ne ha fatto uno spettacoli agile, piacevole, tutto basato sull’interpretazione scenica e vocale dei giovani e promettenti solisti che provengono dall’Accademia del Maggio Fiorentino e dalle due master class che tengono a Wildbad Lorenzo Regazzo e Raúl Giménez.

Maometto II°    (Tra amore e dovere)

Ultimo dei quattro capolavori seri napoletani, Maometto II°, composta su libretto di  Cesare della Valle che scelse come soggetto la propria tragedia Anna Erizo, tratta della guerra tra Turchi e Veneziani e la caduta di Negroponte nel 1476.

Con Maometto II° Rossini attua una straordinaria svolta stilistica, che non è possibile approfondire in  questa sede, con il superamento degli schemi formali dell’opera lirica così come erano stati codificati in passato. Alla prima esecuzione (Teatro San Carlo, 3 dicembre 1820) l’opera cadde: Rossini si era spinto al di là delle possibilità di comprensione del pubblico napoletano. Forse anche in seguito a questo insuccesso, nel 1826, oramai stabilitosi a Parigi, compose la versione in lingua francese con il titolo Le Siège de Corinthe che andò in scena all’Opéra di Parigi.

L’allestimento è stato curato, come per “Le cinesi”, da Jochen Schönleber, factotum del Festival che ha saputo ben sfruttare i ridotti spazi del palcoscenico della Trinkhalle e muovere il coro e i solisti in modo appropriato.

Da un taglio naturalistico alla sua regia scegliendo un approccio astratto piuttosto che storico della vicenda narrata. Da alle truppe di Maometto un tocco orientale e al protagonista una divisa coloniale indistinguibile da quelle dei colonizzatori veneziani. Anna indossa un lungo abito bianco, che sottolinea la sua purezza e innocenza. La scena è diviso in due, sul lato sinistro la parte esterna, una passerella che si estende obliquamente all’indietro a rappresentare gli spalti della città fortificata e sotto le catacombe dove si rifugiano i veneziani assaliti. Sul lato destro una parete ruotante consente cambi di scena rapidi per le scene interne di più raccolta intimità. Si vede la camera di Anna, poi un muro di pietra grigia, che rappresenta la tomba della madre di Anna, dove Anna con il gesso da disposizione affinché tutti si devono sacrificare per salvare la città, più avanti il muro è coperto con panni rossi a rappresentare la magnifica tenda dove Maometto ha portato Anna nella speranza di conquistare il suo amore. Al termine dell’opera con il suicidio di Anna tutti i tre uomini convergono intorno a lei: Maometto solleva in braccio il corpo oramai esanime della donna, Calbo si inginocchia davanti a lei e prega, mentre il padre Paolo Erisso, con qualche esitazione, si allontana per la disperazione ma anche con un pizzico di cattiva coscienza.

Mirco Palazzi (Figaro di Mozart al Regio nel 2015) affronta con coraggio e disinvoltura la difficile parte del condottiero moro anche se, a nostro parere, non ha ancora la maturità per sostenere questo impervio ruolo.

Elisa Balbo, soprano ligure di Ospedaletti, laureata alla Bocconi ha preferito la carriera artistica di cantante lirica, interpreta molto bene il ruolo della sfortunata eroina femminile Anna. Timida e vulnerabile all’inizio, acquista via via, forza, determinazione e carisma, chiudendo come una martire eroica che affronta senza paura la morte. Vocalmente è un po’ fredda nella cavatina iniziale, ma poi cresce ottenendo un caloroso successo al termine della rappresentazione. Il generale Calbo, ruolo “en travesti”, era il giovane contralto russo Victoria Yarovaya che ha conquistato il pubblico grazie a una tecnica solidissima e un timbro vocale, morbido e accattivante. Affronta con coraggio gli impervi salti di ottave della grande aria del secondo atto (“Non temer: d'un basso affetto”) con voce calda e  vellutata e ben sottolinea i suoi profondi sentimenti per Anna e la assoluta fiducia nella sua innocenza. A lei sono andati i consensi maggiori del pubblico. Merto Sangu, tenore turco, allievo della Scuola dell’Opera Italiana a Bologna (canta abitualmente all’Opera di Dresda e di Berlino ma si è più volte esibito in Italia: Roma, Palermo, Festival della Valle d’Itria, Circuito Lombardo), ha affrontato il ruolo di Erisso con voce generosa, luminosa e flessibile; bene gli impervi acuti a sottolineare la durezza di cuore del padre, un pò lento nei momenti in cui era richiesta una certa agilità vocale.

Antonino Fogliani, direttore principale del Festival, ha diretto la difficile partitura rossiniana con grande passione ed equilibrio ma con tempi forse un po’ troppo lenti. Ha seguito molto attentamente  i solisti e il coro; ben concertato il cosiddetto “terzettone”.

Al termine calorosi applausi ed entusiasmo da parte del pubblico che ha riempito in ogni ordine di posto la sala.

 Domenica 16, come suol dirsi “la musica è cambiata”. E’ infatti salito sul podio del Festival di Wildbad per dirigere “Eduardo e Cristina”, Gianluigi Gelmetti che i ns. Soci ben conoscono perché negli ultimi anni ha ricoperto la carica di direttore artistico dell’Orchestra di Monte Carlo. Il direttore romano, allievo di Franco Ferrara e Sergiu Celibidache, a sua volta Maestro del direttore principale del Festival Antonino Fogliani, è stato chiamato per l’esecuzione in forma di concerto e l’incisione discografica (etichetta Naxos) dell’opera Eduardo e Cristina.

Eduardo e Cristina

All’inizio del 1819 Rossini, dovendo onorare un contratto con il Teatro S. Benedetto di Venezia, comunicò all’impresario che, non avendo il tempo di scrivere un’opera nuova, avrebbe adattato alle esigenze del nuovo libretto brani ancora sconosciuti a Venezia e infatti, rielaborò tre partiture precedenti: Adelaide di Borgogna, Ricciardo e Zoraide e Ermione. Si adattò alle nuove esigenze il libretto di Giovanni Schmidt, scritto in origine per l’opera di Stefano Pavesi, Odoardo e Cristina (Napoli 1810). Il risultato è un pastiche, con 19 brani adattati su 26, soltanto poche scene di collegamento e alcuni brevi brani furono composti appositamente. Questa pratica si chiamava “centone” ed è una costante nella storia dell’opera.

Brevemente la trama: Eduardo, comandante delle armi di Svezia viene accolto trionfalmente dal re Carlo a Stoccolma. Nel medesimo giorno il sovrano concede la mano della figlia Cristina al principe Giacomo. Cristina, già segreta sposa di Eduardo, si incontra con questi che le propone, insieme al loro figlio Gustavo, la fuga. Mentre si preparano le nozze viene scoperto il piccolo, di cui Cristina si proclama madre tacendo il nome del padre. Si presenta quindi Eduardo che rivela la propria paternità. Cristina ed Eduardo vengono condotti in carcere; ella rifiuta la proposta paterna di un matrimonio con Giacomo, che riconoscerebbe Gustavo. Eduardo viene liberato dall’amico, il capitano Atlei e assieme respingono un improvviso attacco sferrato dai russi: sconfitti i nemici, Eduardo consegna la spada al re che, commosso, perdona gli sposi.

Nonostante l’accoglienza trionfale l’opera non entrò mai in repertorio, ebbe una diffusione piuttosto limitata e scomparve ben presto dai teatri. L'unica esecuzione moderna ha avuto luogo nel 1997 proprio qui a Wilbad mentre al Rossini Opera Festival di Pesaro non è mai stata rappresentata.

Coprotagonista nel ruolo “en travesti” di Eduardo, il mezzosoprano Laura Polverelli, che noi e i Soci della Rossini conoscevamo più per i ruoli brillanti: straordinaria Dorabella nella mitica gita sociale a Ferrara per il Così fan tutte diretto da Claudio Abbado o gustosissima, anzi gustosissimo Isolier, in una delle più belle produzioni del Carlo Felice dei tempi d’oro, Le comte Ory con Florez e la regia di Pierluigi Pizzi.

Qui in un ruolo eroico ha dimostrato la sua grande personalità e l’assoluta bravura incantando il pubblico che ha accompagnato la sua prestazione con calorosi applausi. Cristina era Silvia Dalla Benetta, di cui vi abbiamo già parlato a proposito dell’Aureliano, mentre Carlo, re di Svezia era il tenore inglese Kenneth Tarver, lanciato da Claudio Abbado nel 1998 nell’indimenticabile “Don Giovanni” di Aix-en-Provence (regia di Peter Stein), la cui voce in questi vent’anni ha acquistato potenza e profondità, in particolare nel registro centrale dove sottolinea molto bene la spietatezza del re svedese, ma ha perso molto della limpidezza e dell’agilità del Don Ottavio di Aix. Completava il cast vocale il giovane e interessante basso kazako Bauzhan Anderzhanov (fa parte dell’Ensemble del Teatro di Essen e in Italia ha cantato al Festival Pergolesi-Spontini), al quale hanno tagliato, per ragioni filologiche, l’aria del secondo atto, perché forse è stata presa dall’opera di Pavesi da cui è stato adattato il libretto.

Come abbiamo detto in premessa dirigeva Gianluigi Gelmetti che ha sopito del tutto gli impulsi bandistici della giovane orchestra di Brno, mantenendo nella buca una temperatura drammatica elevata  che ha ben bilanciato la staticità dell’esecuzione in forma di concerto. Molto curati i dettagli strumentali, giusto il ritmo, mai una battuta d’arresto da far perdere la tensione emotiva agli spettatori. Una esecuzione decisamente maiuscola che riascolteremo molto volentieri sul CD di prossima pubblicazione.

Sala piena per i due terzi della capienza, grande entusiasmo e ripetuti applausi per gli esecutori e per il direttore.

Bene, noi stiamo concludendo il soggiorno a Baden Baden e giovedì ci trasferiremo prima a Bregenz per “Mosè in Egitto” (dovrebbero trasmetterlo in diretta su Sky), poi a Monaco e infine al Festival di Salisburgo.

Tanti cari saluti, 

Matilde e Fulvio