Associazione Musicale "G. Rossini"
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"G. Rossini"
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"G. Rossini"

Carissimi,

come va? Speriamo bene.

La settimana appena trascorsa ha rappresentato una svolta per il meteo facendoci passare dal caldo africano a temperature più accettabili che oscillano dai 15/16° della notte ai 23/24° del giorno, se c’è il sole!

Sotto l’aspetto musicale è stata invece una settimana caldissima con ben sei appuntamenti, quattro opere e due concerti.

Le nozze di Figaro

Come anticipato nella precedente mail domenica 26 luglio abbiamo assistito alla prova generale del nuovo allestimento de Le nozze di Figaro, che chiudeva la trilogia Mozart/Da Ponte, curata sotto l’aspetto registico daSven-Eric Bechtolf, uno dei più importanti registi tedeschi, direttore artistico della sezione prosa del Festival salisburghese e attualmente anche sovrintendente, nella fase di transizione dalla gestione Pereira a quella del nuovo sovrintendente Hans Hinterhauser che dovrebbe iniziare il suo lavoro il prossimo anno. Tra l’altro è già stato anticipato che, nella prossima edizione del Festival, la trilogia sarà presentata nel suo complesso.

Diciamo subito che questa trilogia è nata malissimo nel 2013 a causa di una faida tra l’allora sovrintendente Pereira e il M° Welser-Mӧst, direttore principale dei Wiener Philharmoniker, che doveva curare la direzione dell’intero ciclo. I due, dopo aver a lungo collaborato all’Opera di Zurigo, portandola ai livelli artistici che sappiamo, probabilmente non ne potevano più l’uno dell’altro e a farne le spese sono stati i tre capolavori mozartiani. Welser-Mӧst rinunciò al progetto, dopo che il suo nome era già stato pubblicato sul programma generale del Festival e la direzione fu affidata all’incolore e routinario Christopher Eschenbach. Il “Così fan tutte” del 2013, ambientato in una “Orangerie”, fu giudicato “irrilevante” dalla stampa e fischiato dal pubblico; il “Don Giovanni” del 2014, ambientato in un “Hotel”, fu criticato dalla stampa, oltre che per il direttore d’orchestra anche per la scelta sbagliata delle voci femminili e accolto freddamente dal pubblico, compresi gli scriventi.

Con queste non esaltanti premesse, domenica siamo entrati nella Haus für Mozart a vedere la prova generale de Le nozze di Figaro.

Il regista, ambienta la storia negli anni ’20 nella casa di campagna del Conte di Almaviva, un po’ in rovina ma spaziosa; e struttura la scena su due piani, in senso verticale, e in due o tre sezioni, in senso orizzontale, un po’ come Cavalleria e Pagliacci al Festival di Pasqua. Oltre che alle parti vocali e al piccolo coro previsti in partitura, il regista, che ha molto bene lavorato sulla recitazione, aggiunge molte comparse: camerieri, cuochi, maggiordomi, cantinieri, ecc. che - mentre in una stanza del palazzo si canta un’aria, un duetto o un concertato - nelle altre stanze visibili al pubblico attengono ai lavori domestici. L’idea a noi è piaciuta anche se in alcuni casi distrae l’attenzione del pubblico.

L’esecuzione musicale è stata affidata al giovane talento israeliano Dan Ettinger, attuale direttore dell’Opera di Mannheim ma molto attivo a Vienna e a Monaco dove lo abbiamo visto dirigere “Traviata” e “Guglielmo Tell”. Ettinger, che ha anche accompagnato i recitativi al cembalo, non ha saputo portare il suono della Filarmonica di Vienna al livello che tutti conosciamo, rimanendo su una esecuzione molto convenzionale anche se i magnifici interventi degli strumentini ci hanno deliziato con le loro fioriture. Tuttavia ha tenuto bene in mano la situazione nei momenti più complessi, come i difficili concertati ed è stato molto d’aiuto alla giovane compagnia di canto che era formata da Luca Pisaroni, un collaudato e gustoso Conte; da Annett Fritsch, deludente Donna Elvira lo scorso anno e deludente Contessa quest’anno, da Martina Janková, un’adorabile Susanna, perfetta come attrice e commovente nell’aria delle rose; da Adam Plachetka un robusto e un po’ ingombrante Figaro, da Margarita Gritskova, un vivace Cherubino e da Carlos Chausson un gustosissimo dottor Bartolo. Una menzione particolare merita la Marcellina di Ann Murray, una vecchia gloria delle scene operistiche mondiali (“Octavian” in un indimenticabile “Rosenkavalier” a Monaco nel 1991, regia di Otto Schenk; scene e costumi di Jürgen Rose), che in finale di carriera interpreta questi ruoli secondari con un tocco di alta classe sia sotto l’aspetto vocale (perfetto il duetto con Susanna del primo atto), che sotto l’aspetto interpretativo (gustosissima la scena quando, dopo aver bevuto un po’ troppo alla doppia festa di nozze, arriva un po’ alticcia nel giardino/orangerie dove si conclude l’opera).

Al termine applausi convinti del pubblico.

Don Carlo

Lunedì siamo andati a Monaco per il Don Carlo rappresentato nell’ambito del “Münchner Opernfestspiele”. La versione presentata era quella in cinque atti in lingua italiana, altrimenti detta “versione Abbado”, che a noi non piace perché allunga eccessivamente la prima parte dello spettacolo (130 minuti). Qui si usa fare un solo intervallo di 45 minuti al termine dell’autodafé.

Questo Don Carlo andò in scena per la prima volta nel luglio del 2000 con la regia di Jürgen Rose che curò anche scene, costumi e luci. Jürgen Rose, scenografo e costumista (curò le più celebri produzioni di balletto di John Cranko e Jonn Neumeier e importanti produzioni operistiche, indimenticabile per noi il Rosenkavalier di Monaco con la regia di Otto Schenk), ha iniziato le regie d’opera nel 1994 a Bonn con La Traviata ed ha poi proseguito, principalmente con la Bayerische Staatsoper, allestendo, oltre al Don Carlo, La piccola volpe astuta, Norma e Werther.

Diciamo subito che la regia ci è molto piaciuta. La messa in scena del capolavoro verdiano è ieratica (una croce incombe sulla scena per tutto lo spettacolo); essenziale nella sua enorme scatola grigia che evoca tombe, sepolcri e avelli; i movimenti delle masse ben costruiti, l’insieme verosimile e credibile. Nella scena dell’autodafé ci siamo più volte chiesti se i quattro condannati al rogo purificatore fossero manichini o persone in carne e ossa. Ci siamo resi conto che erano persone vere quando hanno acceso il fuoco e loro hanno cominciato a muoversi, non si sa se per scelta registica o per il caldo che produceva il fuoco che li stava per avvolgere!!!!!!!

La direzione musicale è stata affidata all’israeliano Asher Fisch, di cui abbiamo parlato a maggio quando ha diretto “La forza del destino”. La sua è stata una esecuzione in chiaro-scuro: la prima parte con splendidi momenti di intensità, come il primo atto o il terzetto del secondo atto e qualche piccola delusione, come nella canzone del velo priva di ritmo anche se ben eseguita vocalmente dalla solista.

Dopo l’intervallo la direzione orchestrale è decisamente migliorata a partire dall’introduzione a “Ella giammai m’amò”, con l’assolo di violoncello, e poi l’introduzione degli archi a “Tu che le vanità conoscesti del mondo”, che hanno dato ai due celebri brani una forte intensità drammatica. Bellissimo anche il concertato che segue la morte di Posa, che inizia come una litania e poi si dirada per diventare una sorta di elevazione, di trasfigurazione. Tutto viene accompagnato dall'orchestra con accenti strazianti, gemiti e a volte pianti. Benissimo anche il coro molto coinvolto, molto chiaro nella sua dizione, impressionante nella scena del rogo.

Anche la compagnia di canto è da mettere su due livelli: nel primo Anja Harteros (Elisabetta) nel suo personaggio forse più compiuto, di cui conosce e sa affrontare con intelligenza le numerose difficoltà; Anna Smirnova (Eboli), un bel mezzosoprano moderno, bene nei bassi e nel registro centrale, tecnicamente perfetta e molto applaudita nelle cadenze della canzone del velo; René Pape, un Filippo II straordinario, voce profonda, luminosa, grande, riempie il teatro senza alcuna difficoltà. In “Ella giammai m’amò” è meraviglioso per tecnica vocale e interpretazione, straordinario nel duetto con il Grande Inquisitore, il bravissimo basso polacco Rafal Siwek (in passato si è esibito anche a Genova e Torino), una tipica voce slava di basso dalla profondità infinita e dal volume impressionante. Completavano il cast il giovane tenore coreano Alfred Kim (Don Carlo), chiamato a sostituire Ramon Vargas, che con alti e bassi ha portato a termine la rappresentazione e il baritono Simone Piazzola (Posa) di cui confermiamo la non buona impressione che ci aveva fatto ne “La forza del destino”.

Al termine lunghi applausi da parte del pubblico.

                                                                                                                           

Norma

Mercoledì 29 era in programma la prova generale di Norma, opera che avevamo già visto sia al Festival di Pentecoste 2013 che al successivo Festival estivo.

Questa produzione ha rappresentato una nuova tappa nella vicenda interpretativa del capolavoro belliniano dopo la pubblicazione, da parte della Decca, della registrazione in studio, con strumenti originali, dell'edizione critica dell'opera curata da Maurizio Biondi e Riccardo Minasi. In questa versione discografica la parte della protagonista torna ad essere affidata ad un mezzosoprano come Cecilia Bartoli, mentre il ruolo di Adalgisa è attribuito ad un vero e proprio soprano di coloratura come Sumi Jo. Qui a Salisburgo lo stesso ruolo è stato affidato a Rebeca Olvera, un sopranino-soubrette con un timbro leggero, canto bello ed equilibrato ma tale da non “oscurare” la primadonna protagonista dell’opera.

Tralasciamo tutte le polemiche sorte sia sull’edizione critica che sull’incisione discografica e passiamo subito a parlare dell’allestimento teatrale affidato a Moshe Leiser e Patrice Caurier, registi preferiti dalla Bartoli, di cui vi abbiamo ampiamente parlato nel maggio scorso in occasione della “Iphigénie en Tauride”.

I due registi ambientano l’opera in una scuola elementare nella Francia occupata dai nazisti; al mattino si svolgono le lezioni (lo si vede subito prima della sinfonia), mentre alla sera si radunano i membri della resistenza tra cui Norma, Oroveso e il popolo oppresso. Durante lo spettacolo si chiude più volte l’arco scenico e sul proscenio si svolgono le scene più intime dell’opera: il duetto Adalgisa/Norma, le scene con i bambini, il terzetto che chiude il primo atto, ecc. Complessivamente le idee registiche sono buone e condivisibili (molto bella e coinvolgente la scena del rogo), con una incongruenza e una caduta di stile. L’incongruenza è il duetto Pollione/Flavio che avviene nella scuola anziché sul proscenio all’uopo preparato. La caduta di stile, secondo il ns. modesto parere, avviene durante la celebre aria “Casta diva”,

infatti mentre la Sacerdotessa/Eroina della resistenza invoca ieraticamente la luna, alle sue spalle il romano/nazista Flavio viene prima catturato, poi picchiato e ucciso con violenza, infine sotterrato sotto le assi del pavimento della scuola!!!!

Ottima la direzione musicale di Giovanni Antonini alla guida de “La Scintilla” (l'orchestra con strumenti d'epoca del Teatro dell'Opera di Zurigo), che ha saputo creare un equilibrio ideale tra palco, buca e platea, anche se a volte la sua direzione è stata forse un po’ troppo veloce e il volume orchestrale un po’ troppo forte. Nei momenti più lirici dell’opera però, il Maestro milanese ha saputo ricreare quelle melodie lunghe…, lunghe…, lunghe, che hanno reso immortale la musica di Bellini. Perfetto il Coro della Radiotelevisione della Svizzera italiana, di cui avevamo già detto a maggio nel commento a Iphigénie en Tauride”, ottimamente preparato dal M° Gianluca Capuano che abbiamo conosciuto personalmente.

John Osborn è stato un ottimo Pollione, forte e deciso nella sua aria d'ingresso e pienamente in sintonia con le dimensioni tragiche del suo personaggio; Michele Pertusi è stato un Oroveso dalla voce imponente ma calda e appassionata; di Rebeca Olvera abbiamo già detto. La prestazione della Bartoli, al di la delle critiche dei suoi numerosi detrattori, è stata per noi eccezionale: canto fresco, colorature eleganti e precise, delizioso il legato in “Casta diva”. La recitazione è stata intensa, drammatica e avvincente; il duetto “Mira, o Norma” è stato particolarmente toccante come la comparsa del secondo dei figli di Norma, una minuscola ragazzina assonnata. Ma la parte senz’altro più commovente e perfetta sotto il profilo musicale, è stato il duetto finale: Qual cor tradisti”, nel quale Pollione confessa la sua colpa, il suo ritrovato amore e decide di seguirla sul rogo purificatore.

Inevitabili le ovazioni finali.

Giovedì 30 concerto dell’Orchestra della O. R. F. (radiotelevisione austriaca) che quest’anno è presente al Festival, oltre che per il tradizionale concerto anche perché impegnata nell’opera La conquista del Messico. Il programma prevedeva Rituel in memoriam Bruno Maderna di Pierre Boulenz, con il quale inizia la monografia del Festival dedicata al grande compositore e direttore d’orchestra francese, in occasione del suo novantesimo compleanno e la sinfonia n. 1 di Mahler. Della monografia su Boulez, di cui sono previsti otto concerti, ne parleremo più avanti anche in funzione di cosa saremo riusciti ad ascoltare. Questo primo brano ci è piaciuto e anche il pubblico lo ha seguito attentamente perché molto coinvolgente, con l’orchestra rigorosamente divisa in otto gruppi, collocati intorno agli spettatori, un po’ come ne La conquista del Messico. L’effetto di questo brano funebre è stato Affascinante, meraviglioso e di commovente intensità. Benissimo anche Mahler. Al termine lunghi applausi per l’Orchestra e per il suo giovane direttore Cornelius Meister, di cui abbiamo parlato lo scorso anno.

Manon Lescaut

Venerdì 31 luglio ultimo appuntamento del “Münchner Opernfestspiele” con la Manon di Giacomo Puccini. L’opera veniva anche trasmessa in diretta sul web e nella piazza antistante il Teatro su schermo gigante. Al termine dello spettacolo, dopo aver salutato il pubblico presente in sala, tutti i cantanti e il direttore d’orchestra sono andati in piazza a salutare anche il numerosissimo pubblico che ha seguito lo spettacolo sullo schermo. Grande tripudio e lancio di palloncini giallo-azzurri.

Questo nuovo allestimento dell’opera, che ha debuttato nell’autunno dello scorso anno, è stato affidato ad Hans Neuenfels, famoso per le sue regie provocatorie: Aida, donna delle pulizie; un Lohengrin ambientato in un laboratorio con i coristi trasformati in topi per gli esperimenti; un Idomeneo che entra in scena con in mano le teste mozzate di Nettuno, Gesù, Buddha e Maometto, ecc. Questa volta l’unica provocazione, se vogliamo chiamarla così, è stato l’inserimento, nel secondo atto, di un nutrito gruppo di cardinali fetish che, dopo aver assistito alla lezione di ballo di Manon, vanno ad abbracciare, accarezzare e baciare i suoi indumenti sparsi per la stanza. Diciamo che con i tempi che corrono ci può anche stare.

Il regista tedesco rinuncia di fatto alle scene, ridotte all’essenziale, e punta tutto sulla recitazione anche se i solisti impegnati non sempre sono in grado di rispondere positivamente.

Sul podio il trentacinquenne parigino Alain Altinoglu (il prossimo anno dirigerà “Così fan tutte” a Salisburgo), che unisce passione impulsiva, freschezza e simpatia. Estrae dalla sempre ottima orchestra bavarese suoni a volte sottili, altre volte potenti, in certi casi addirittura brutali. Perfetta l’interpretazione del celebre intermezzo. Bene il coro, vocalmente preciso nei pochi interventi previsti, chiamato dalla regia ad esibirsi anzi, per meglio dire a scimmiottare, con clowneschi costumi da artisti di strada.

Tra i solisti merita una particolare menzione il baritono Markus Eiche, che avevamo già apprezzato come Golaud nel Pelléas et Mélisande, voce agile ma potente, dizione perfetta, ha saputo “riempire” la scena da consumato attore, diventando di fatto il terzo protagonista dello spettacolo. Kristine Opolais è vocalmente a posto ma non riesce a trasmettere le emozioni che avevamo avuto a maggio quando interpretò Tatjana, la dolce, innamorata sognatrice di “Eugenio Onegin”. La sua Manon non convince né come “femme fatale”, né come donna oggetto e nemmeno come amante appassionata che lascia tutto per fuggire con l’uomo amato. Decisamente meglio il quarto atto quando, sia lei che Kaufmann, rispondono perfettamente alle indicazioni della regia, che disegna un quadro dei due disperati amanti protesi verso il loro tragico destino, di forte intensità drammatica e di sincera commozione.

Jonas Kaufmann con il suo timbro tenorile scuro, caldo e vellutato è perfetto nel registro medio e nei momenti più intensamente lirici, mentre nelle fasi più concitate della vicenda tende ad eccedere in un canto spinto, veemente, di stampo verista, che lo fa apparire più Turiddu che Des Grieux.

Alla fine tra il pubblico si è sentito ad alta voce un “Evviva Puccini” lanciato, oltre che per esaltare la figura del grande compositore italiano, anche in evidente polemica con la regia.

La seconda settimana del Festival si è conclusa sabato 1° agosto con un concerto di Grigory Sokolov che ha eseguito lo stesso programma presentato a Genova alla G.O.G. (Bach, Beethoven e Schubert). Solita serie di sei bis con un Impromptu, sempre di Schubert, quattro mazurke di Chopin (lo scorso anno ne aveva eseguite dieci ma nel programma ufficiale) e, “forse” un Debussy.

Infine, tra gli avvenimenti mondani della settimana segnaliamo il “Placido Domingo Galakonzert”, evento organizzato per festeggiare il 40° anniversario del debutto del grande tenore (ora baritono!) spagnolo al Festival di Salisburgo, avvenuto nel 1975 con il “Don Carlo” diretto da Herbert von Karajan. Per la cronaca gli altri interpreti erano: Mirella Freni (Elisabetta); Nicolai Ghiaurov, (Filippo); Piero Cappuccilli (Posa); Christa Ludwig (Eboli); Gheorghe Crasnaru (Inquisitore); José van Dam (Frate); Anna Tomowa-Sintow (voce dal cielo). Ogni ulteriore commento è superfluo!!!!!!!!!

Tanti cari saluti,

Matilde e Fulvio