Associazione Musicale "G. Rossini"
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Associazione Musicale
"G. Rossini"
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"G. Rossini"

Carissimi,
come va? Speriamo bene.
La scorsa settimana ha fatto molto caldo, siamo arrivati a 35°, per fortuna alcuni temporali serali hanno fatto scendere la temperatura e la notte si è quasi sempre dormito bene. Venerdì un temporale più intenso ha fatto scendere la temperatura a 16°, il week-end è stato bello e fresco, questa mattina piove e saremo a 12°, brrrrrrrrrr……

Come anticipato nella precedente mail, sabato 18 luglio è iniziato il Festival estivo o per meglio dire è iniziata la Ouverture Spirituelle, una sorta di anteprima del Festival introdotta qualche anno orsono quando è arrivato come soprintendente Alexander Pereira. La rassegna, dedicata alla musica religiosa, quest’anno ha come sottotitolo: “Christentum und Hinduismun”.
Come di consueto nel concerto inaugurale viene eseguita La creazione di F. J. Haydn, quest’anno affidata alla direzione di Marc Minkowsky alla guida dell’orchestra “Les Musiciens du Louvre che, come spesso accade dopo che il Maestro francese è diventato direttore artistico della “Mozart Woche”, è stata integrata da elementi dell’Orchestra del Mozarteum. Il coro era il “Salzburger Bachchor”, magistralmente diretto dal M° Alois Glassner una delle principali autorità del mondo musicale salisburghese.
Per la cronaca c’è stata una interruzione imprevista di circa cinque minuti in quanto una signora si è sentita male, probabilmente per il gran caldo che imperversava in città, ed è stata subito soccorsa e portata fuori dalla sala. Diciamo però che lo svenimento è avvenuto “a tempo” con la partitura, esattamente al termine della quarta giornata quando di solito l’orchestra fa una brevissima pausa per riaccordare gli strumenti.
Meno male che non è svenuto per il caldo il direttore Minkowsky che si è presentato sul palco con un cappotto scuro vecchio stile, corredato però da un vistoso asciugamano giallo per il sudore “alla James Levine”, come ha precisato un anziano spettatore salisburghese.
Minkowsky da alla partitura di Haydn una meravigliosa trasparenza di suoni; sfumature e colori molto delicati; piani appena udibili per poi salire alle opposte estremità con il tuono e il ruggito del leone. Ben descritti gli elementi onomatopeici in particolare il canto degli uccelli e il sorgere del sole che accompagna nel finale il duetto d'amore tra Adamo ed Eva. Bravi i giovani solisti tutti all’inizio della carriera: Chiara Skerath, soprano lirico dalla voce chiara e sicura; Stanislas de Barbeyrac, tenore luminoso e ben controllato negli acuti e Adrian Sampetrean, baritono dalla voce calda e intima, sicuramente il migliore dei tre. Al termine tripudio generale.

Martedì sera al Mozarteum concerto solista di Herbert Schuch, pianista di cui abbiamo più volte parlato e che si è esibito nel febbraio scorso al Teatro Chiabrera di Savona.
Intelligente la compilazione del programma che, pur inserito nella Ouverture Spirituelle, ha evitato un contesto puramente religioso per dargli un contenuto più spirituale, approfondendo il tema della "Invocazione" intesa come "punto di contatto tra l'uomo e Dio". Nella sua performance il pianista rumeno/tedesco, tra suoni di campane e preghiere, ha percorso oltre tre secoli di musica: da Bach (arrangiamento di due corali) a Tristan Murail (Cloches d’adieu, et un sourire…); dai tre brani di "Harmonies poétiques et religieuses" di Franz Liszt, punto focale del concerto, cesellati da una preghiera semplice e allo stesso tempo maestosa, che emana una infinita lode di Dio e anticipa la magia di quei mondi sonori universali de “Cloches d'angoisse et larmes d 'adieu” di Olivier Messiaen. Completava il programma la "Vallée des cloches" da "Miroirs "di Ravel.
Schuck da una interpretazione densa e intensa ai diversi brani affrontati, sempre molto concentrato e padrone della tastiera. Al termine applausi convinti ed entusiasti del pubblico.

Mercoledì era in programma la Missa Solemnis che insieme alla Nona viene considerata come il principale monumento, in campo sinfonico e corale, dell'ultimo stile beethoveniano.
L’esecuzione era affidata al Concentus Musicus Wien e al Arnold Schӧnberg Chor diretti da Nikolaus Harnoncourt. I solisti erano Laura Aikin, soprano; Elisabeth Kulman, mezzo; Johannes Chum, tenore e Ruben Drole, basso.
L’anziano Maestro di Berlino, oramai ottantacinquenne e sempre più claudicante, si è presentato sul palco sorretto da due stampelle (a gennaio ne aveva una sola!), era stato premiato al mattino nel Castello di Kleßheim (dove durante la guerra si tennero alcuni incontri tra Mussolini e Hitler), con il “Schüssel Preis” istituito da Wolfgang Schüssel, democristiano, cancelliere austriaco tra il 2000 e il 2007, che ogni due anni viene conferito agli “amici e sostenitori di Salisburgo provenienti da tutto il mondo”. Il Presidente della regione Wilfried Haslauer, ha sottolineato come Harnoncourt abbia totalizzato ben 106 presenze al Festival di Salisburgo, dirigendo 65 opere e 41 concerti. Clemens Hellberg, ex presidente dei Wiener Philharmoniker, nel discorso ufficiale ha detto: “Anche grazie a lui, ho imparato cosa significa vivere l'amore per l'arte”. Il Maestro Harnoncourt ha donato il premio in denaro di 20.000 euro al Musikum di Salisburgo, che gestisce 16 scuole di musica nella regione.
Il concerto si è tenuto alla Grosses Festspielhaus, una sala forse troppo grande per queste orchestre che utilizzano strumenti originali, ma inevitabile quando ci sono da ospitare concerti così importanti.
Il quartetto di solisti, privo di stars ma solido ed omogeneo, è stato intelligentemente inserito in mezzo al coro ed ha ben interagito con esso. Tra i pochi assoli presenti nella partitura citiamo l’Agnus Dei eseguito dal basso Ruben Drole con voce dall’impasto caldo e scuro e le piccole transizioni del mezzosoprano Elisabeth Kulman nel Benedictus. Eccezionale la prestazione dell’Arnold Schoenberg Chor: canto sottile, leggero e senza alcun problema negli acuti.
Harnoncourt, custode della prassi esecutiva tradizionale, da una lettura insolitamente veloce della partitura Beethoveniana, con esplosioni di suoni nei pieni dell’orchestra e del coro a cui alterna momenti di intima riflessione come nel preludio al Benedictus con violoncello, flauti e il bellissimo assolo di violino. Al termine, prima della standing ovation, il Maestro ha osservato un lungo minuto di silenzio durante il quale il pubblico, in religioso silenzio, si sarà chiesto con profonda malinconia, per quante volte riuscirà ancora ad ascoltare questo grande direttore d’orchestra.

Giovedì 23 è stata una giornata molto impegnativa. A parte il caldo che continuava ad opprimere nonostante il sollievo procurato da alcuni temporali notturni, erano in programma due appuntamenti: al mattino alle ore 11, prova generale Die Eroberung von Mexico (La conquista del Messico) di Wolfgang Rihm e alla sera alle ore 20,30, concerto del complesso “Le concert des nations” con Jordi Savall che eseguiva la Musikalischs Opfer di Bach.

Die Eroberung von Mexico (La conquista del Messico)
Wolfgang Rihm, che di recente ha accettato la carica di “compositore in residenza” al Teatro dell’Opera di Roma dove curerà, con Giorgio Battistelli, il settore musica contemporanea, compose quest’opera all’inizio degli anni novanta, – la prima ad Amburgo nel 1992 diretta, come a Salisburgo, da Ingo Metzmacher, qui alla guida dell’Orchestra O.R.F. – ma è stata ripresa in quanto introduce il tema del Festival di Salisburgo 2015: il confronto tra padroni e servitori, tra potenti e umili, tra oppressione e protesta. Il dramma musicale esprime la scontro tra due culture antitetiche: quella dei conquistadores e quella degli aztechi. Su questo tema se ne inseriscono altri due: il fascino/attrazione tra diversi (l’europeo e l’azteco) e il contrasto tra maschio e femmina (e i loro universi). Il vero e proprio abisso è rappresentato dalla vocalità: Cortez è un baritono e Montezuma un soprano drammatico.
Il testo dell’opera, divisa in quattro parti, che lo stesso Rihm ha scritto contestualmente alla partitura, è tratto da La conquista del Messico di Antonin Artaud scritta nel 1936 per il suo teatro della crudeltà, che sceglie come tema centrale l'incontro tra Cortes e Montezuma e il suo tragico epilogo cercando di smascherare la violenza del colonialismo e allo stesso tempo mettere in evidenza la superiorità del paganesimo degli indigeni, in grado di vivere in armonia con l'ordine naturale, rispetto al cristianesimo oppressore dei conquistatori. Attorno a questa traccia Rihm raccoglie una serie di altri materiali letterari; si tratta, in primo luogo, di un altro lavoro di Artaud, Il teatro di Seraphin, al quale viene aggiunto il poema Alla radice dell'uomo di Octavio Paz (1936) e alcune Canzoni messicane di un anonimo del XVI secolo.
Per quanto riguarda la musica Rihm ha cercato di trovare un suono di base e sviluppare «la scultura di questo suono cercando di scolpire il suono in modo che questo si articoli con i propri mezzi». Il compositore parla in termini tridimensionali usando il termine "scultura", perché nella sua opera la disposizione spaziale degli strumenti gioca un ruolo importante. L’orchestra è divisa in tre sezioni: la prima, quella di maggiori dimensioni è nella buca, un’altra è posta ai due lati e al fondo della platea, come a circondare il pubblico, infine viola e violino solisti sono collocati alle due estremità laterali del palco.
Anche nella distribuzione dei ruoli vocali assistiamo ad un processo simile di divisione/moltiplicazione spaziale: il personaggio di Cortez è interpretato da un baritono e da due voci recitanti, mentre il personaggio di Montezuma è affidato a tre voci femminile: soprano drammatico, soprano lirico e contralto (gli ultimi due posti in orchestra come per prolungare la voce proveniente dal palco in una sorta di “canto dentro il canto”). Le parti del coro sono state registrate in precedenza e diffuse via altoparlanti, tuttavia il coro stesso è risultato sempre presente, quasi come nella tragedia greca, dove sottolinea l’azione da lontano.
La distribuzione dei ruoli di Cortez e Montezuma impone un’altra considerazione, lo scontro di civiltà, che rappresenta il motivo conduttore dell’opera, è rappresentato in termini di contrasto tra un maschio e una femmina. Una dialettica che viene trasferita anche al coro: le voci maschili incarnano gli spagnoli, mentre quelle femminili rappresentano gli indigeni. Le figure storiche di Cortez e Montezuma sono opposte e complementari, l'incontro tra i due ha come unico risultato possibile il reciproco annientamento e la morte. Non a caso, le voci maschili e femminili del coro si mescolano in una sola occasione, nel finale dell'opera, analogamente, l'unico intervento di Cortez e Montezuma che può considerarsi un duetto si svolge anch’esso nella parte finale dell’opera, poco prima dell’annichilimento finale.
L’opera acquista così le caratteristiche di un affresco violento e pessimista, dove l'incontro con l'altro è destinato a generare incomprensioni e scontri. Dal punto di vista vocale il personaggio di Cortés si esprime in un modo brusco e aggressivo, al cui scopo forniscono una cassa di risonanza le «respirazioni» introdotte dai due narratori. Invece, Montezuma favorisce una maggiore dolcezza, una linea di canto più continua che sembra quasi il fluire della parola in una sonorità pura.

La regia che inizialmente doveva essere di Luc Bondy è stata successivamente affidata a Peter Konwitschny, originario di Lipsia (il padre è stato a lungo direttore principale della Gewandhaus), con una lunga esperienza in campo operistico: è stato direttore dell’Opera di Halle ed attualmente dirige l’Opera di Lipsia.
La sua regia si può sintetizzare così: Cortez arriva in Spyder rossa, mette incinta Montezuma che partorisce numerosi tablet su cui indigeni e conquistadores combattono la battaglia decisiva con un videogioco proiettato sulle pareti della sala, la Felsenreitschule.
Il regista tratteggia, molto “sui generis”, un po’ alla tedesca, l’arrivo degli spagnoli alla conquista dell’antico impero di Montezuma, con una visione senza dubbio estranea all’immagine e alla concezione che abbiamo di questo tragico avvenimento storico. Legandosi alla concezione di Artaud e del suo teatro della crudeltà, nella sua messa in scena mette soprattutto in risalto la fisicità dell’attore. A questo contribuiscono in modo decisivo i due protagonisti il soprano Angela Denoke e il baritono Bo Skovus, bravissimi sia come attori che come cantanti; lei disegna linee melodiche morbide e dolci lasciando alle altre due voci femminili le estensioni verso l'alto e verso il basso, lui scolpisce le sue frasi con brutale violenza ripetendo più volte “Neutro, maschile, femminile”, come in una sorta di litania uditiva.
Concludendo, per quel poco che possiamo capire, ci è molto piaciuta la scrittura musicale; sostanzialmente semplice ed elementare, con ripetizioni (a volte esasperanti), molto ritmo e ricca di elementi di forza in ragione della natura dell’argomento trattato. Abbiamo delle forti riserve sulla concezione che hanno gli autori, compositore e regista, su un fatto storico che costituisce una delle vergogne della chiesa cattolica e della cosiddetta “civiltà europea”.
Molto commovente il finale dell’opera che termina con un momento di silenzio in cui i protagonisti, già morti, cantano un duetto a cappella, che dopo tanta distruzione, costituisce uno spazio per il rimpianto:
Sotto questa morte, l'amore è felice e muto, / non le vene, la pelle e il sangue,
ma solo la morte; / il silenzio frenetico, / eterno, confuso, / infinito Amore, fluente morte.

Musikalischs Opfer
L’esecuzione del capolavoro bachiano, affidata al complesso barocco “Le concert des nations” guidato da Jordi Savall, è stato programmato nella Kollegienkirche (la chiesa dell’università) che è il posto più infelice della città per eseguire musica, specialmente cameristica. L’ingresso si affaccia sulla piazza del mercato per cui il pubblico che attende l’apertura della chiesa si trova in mezzo all’”immunnezzaro” che raccoglie e porta via la spazzatura prodotta dai banchi del mercato durante la giornata, poi arriva la macchina che bagna e spazzola tutta la piazza e fa un gran rumore. L’interno, stretto e molto lungo, ha un’escursione termica, rispetto all’esterno, di circa -10/12° per cui, quando fuori la temperatura è di 30/32° come l’altra sera va tutto bene; i problemi sorgono quando fuori la temperatura è di 18/20°!!!!!!!! L’acustica è scadente ma si può tollerare se vengono eseguiti brani con orchestre di medie dimensioni e con cori rinforzati, ma per la musica da camera non va assolutamente bene. Non siamo riusciti a capire perché il concerto non è stato programmato al Mozarteum, dove quella sera non erano previsti altri concerti. Conoscendo il problema abbiamo deciso di andare solo se trovavamo posto nelle primissime file, ci siamo riusciti, eravamo in quinta fila e si sentiva pochissimo, specialmente i lunghi assolo del cembalo nei due brani iniziali. Ora, è vero che noi siamo un po’ sordi, però ci siamo chiesti cosa possano aver ascoltato gli spettatori che erano nelle ultime file.
Commento finale: concerto rilassante dopo le tensioni provocate da Rihm, da risentire in una sala idonea!!!!!!!

La prima settimana del Festival si è conclusa sabato 25 luglio con il primo dei cinque concerti dei Wiener Philharmoniker.
Il programma prevedeva due brani mai ascoltati. Il primo, Gli affreschi di Piero della Francesca di Bohuslav Martinu, ispirato al ciclo di affreschi Storie della Vera Croce, fu composto nel 1954 ed eseguito per la prima volta, al Festival di Salisburgo nel 1956, proprio dai Wiener Philharmoniker allora diretti da Rafael Kubelik.
Nella seconda parte, a soli tre giorni dall’ascolto della Missa Solemnis di Beethoven, abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare la Messa n. 3 in fa minore "Grosse Messe" di Anton Bruckner, che ad essa si ispira per il forte impegno sinfonico, la vasta concezione formale e la destinazione più alla sala da concerto che non all’Ufficio religioso. A ns. avviso l’ascolto di questa Messa demolisce la convenzionale e falsa immagine di un Bruckner tutto semplicità e odore d'incenso, rivelando invece non solo l'intenzione ma anche la capacità di pensare in grande, in termini religiosi ma non confessionali, secondo un'idea della fede di alto profilo.
Straordinaria l’esecuzione affidata al quarantenne Maestro franco/canadese Yannick Nézet-Séguin, attuale direttore dell’ Orchestre Métropolitain di Montreal e della Rotterdam Philharmonic Orchestra, di cui avevamo assistito al debutto salisburghese nel 2008 con Roméo et Juliette di Gounod. I quattro solisti erano il soprano Dorotea Roschmann, indimenticabile Vitellia ne La clemenza di Tito del 2005 diretta da Harnoncourt; la giovane mezzosoprano scozzese Karen Cargill, rivelatasi di recente in importanti ruoli wagneriani; il tenore Christian Elsner e Franz J. Selig, una delle più importanti voci di basso attualmente in carriera. Completava la compagnia il Coro della Radiotelevisione bavarese diretto da Peter Dijkstra. Interminabili gli applausi al termine del concerto.

Bene, ieri domenica 26 luglio erano in programma due avvenimenti mondani e la prova generale de Le nozze di Figaro.
Il primo avvenimento mondano era l’inaugurazione ufficiale della 95^ edizione del Festival alla presenza del Bundespräsident Heinz Fischer. Questa edizione che ha come motivo conduttore “governare e servire, potere e impotenza, oppressione e ribellione”, ha in programma 188 eventi ai quali si prevede parteciperanno circa 225.000 spettatori.
Il secondo avvenimento mondano ha visto come protagonista l’ex sovrintendente Alexander Pereira. Infatti, per la serie tutto il mondo è paese, anche qui a Salisburgo, dopo averlo criticato per la percentuale che prendeva dagli sponsor, per i costi degli allestimenti lievitati rispetto al passato, per alcune “Grandeur” come il Festspielball, e via criticando, hanno pensato bene di premiarlo con il “Pro Arte Premio Europa 2015”. Zubin Mehta, nel discorso ufficiale ha detto: “Non conosco nessun altro manager culturale che opera come Alexander . E’ considerato da tutti tra i migliori direttori artistici del mondo”!!!!!!!!!

Noi non siamo andati a questi due avvenimenti che sono noiosissimi, ma dove è abbastanza facile avere gli inviti, e siamo andati alla prova generale del nuovo allestimento de Le nozze di Figaro, dove trovare i biglietti è un po’ più complicato, anche perché quest’anno era a pagamento, con biglietti ridotti di circa il 60% rispetto alle normali recite (i biglietti che abbiamo trovato ci sono costati 35 € l’uno a fronte di un prezzo pieno di 94 €). Lo spettacoli ci è piaciuto ma ve ne parleremo la prossima settimana……………

Tanti cari saluti,

Matilde e Fulvio