Associazione Musicale "G. Rossini"
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Associazione Musicale
"G. Rossini"
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"G. Rossini"

Carissimi,
come va? Speriamo bene.
Noi siamo rientrati nella solita fattoria vicino a Salisburgo dopo aver trascorso dieci giorni in Baviera.
Non vi abbiamo scritto prima perché avevamo difficoltà di connessione internet.
Eravamo a Rottach una località sul lago Tegernsee (mt. 750 slm) a circa 60 km. da Monaco e con alle spalle le montagne austro-bavaresi che separano questa zona dalla valle del fiume Inn.
Nei primi giorni ha fatto molto caldo, siamo arrivati a 35°, ma poi un forte temporale serale ha fatto scendere la temperatura fino a 15°, qui le escursioni termiche sono micidiali! Nei giorni successivi ha fatto tempo bello ma con temperature più accettabili. Siccome era sempre bel tempo abbiamo privilegiato l’aspetto sportivo a quello musicale e siamo andati a fare delle belle gite in bicicletta nelle ottime strade forestali che attraversano questo territorio e che sono ben tenute e molto ombreggiate. Siamo andati tre volte all’opera di Monaco dove abbiamo visto due nuove produzioni: Pelléas et Mélisande e Arabella ed una ripresa de La donna silenziosa di Richard Strauss.

Pelléas et Mélisande
L’opera inaugurale del Festival operistico “Münchner Opernfestspiele” è stata Pelléas et Mélisande di Claude Debussy andata in scena al Prinzregententheater con la regia di Christiane Pohle e la direzione musicale di Constantinos Carydis.
La regista Christiane Pohle si è laureata presso la prestigiosa Hochschule für Musik und Theater di Amburgo ed ha iniziato la sua attività nel 1999 curando la regia di Tre sorelle di Cechov. Nella sua quindicinnale attività ha quasi sempre realizzato regie di spettacoli di prosa mentre le incursioni nel mondo operistico sono state rare e con titoli minori.
L’opera era ambientata nella hall di un Hotel, che è una delle ulteme manie dei registi d’oggi (anche il Don Giovanni di Salisburgo 2014 era ambientato in un albergo). Come nel celebre film con Grata Garbo anche in questo hotel c’erano „Gente che viene... che va... Tutto senza scopo“, appunto, tutto senza scopo, nel vero senso della parola: c’erano molti posti a sedere, così si poteva entrare, sedersi, alzarsi e uscire di nuovo. Qualcuno impilava le sedie, un po’ a destra, un po’ a sinistra, un pò andando avanti, un po’ andando indietro, qualcun’altro le rimetteva nuovamente al suo posto, dalla porta scorrevole entravano delle comparse che portavano o ritiravano enigmatici pacchetti dalla reception, il tutto creava un clima spettrale dove i personaggi dell’opera si muovevano come degli automi. Questa scelta registica rendeva praticamente intercambiabile qualsiasi azione scenica, tutto rimaneva in qualche modo vago e distraeva l’attenzione del pubblico dall’ascolto e quindi dal cuore della vicenda.
Dirigeva Constantinos Carydis quarantenne musicista di Atene che nel 2011 ha vinto il “Premio Carlos Kleiber” conferitogli dall’orchestra del teatro bavarese. Il giovane direttore greco dirige con passione e tira fuori dall’orchestra accattivanti sfumature e luminosi impasti di colore anche se manca, dal suo Debussy, quello che Boulez sintetizza in questa celebre frase: “La musica di Debussy è come un gatto che può estendere rapidamente i suoi artigli”.
Ottimo il cast vocale con la eccellente Melisande di Elena Tsallagova, voce chiara e ben intonata che, nonostante le scelte registiche, da credibilità al suo personaggio: una donna che non può crescere perché ha evidentemente vissuto una infanzia terribile. Elliot Madore è Pelléas, voce tenorile bella e controllata fino ai massimi livelli; convincente Alastair Miles come re Arkel; eccezionale Markus Eiche come Golaud.

Die Schweigsame Frau (La donna silenziosa)
Siamo stati felicemente sorpresi ritornando a Monaco per La donna silenziosa di Richard Strauss, opera che non avevamo mai visto e di cui conoscevamo solo il titolo.
L’opera debuttò a Dresda il 24 giugno 1935 sotto la direzione di Karl Böhm e fu accolta con una certa freddezza dovuta alla sua eccessiva lunghezza e a ragioni di natura politica e razziale, in quanto il librettista Stefan Zweig fu colpito dall’antisemitismo del Reich che pretese, prima la cancellazione del suo nome dai manifesti e poi la cancellazione dell’opera dopo la terza replica. La donna silenziosa ritornò sulle scene a Salisburgo nel 1959 per opera dello stesso Böhm, che operò alcuni opportuni tagli alla partitura.
Brevemente la trama il cui soggetto è tratto da The silent woman di Ben Jonson: Sir Morosus un anziano capitano in pensione che, in seguito a un'esplosione, ha subito gravi danni all'udito e prova fastidio verso i rumori, vive isolato nei pressi di Londra assieme alla anziana governante, petulante e chiacchierona, ed è consigliato dal suo barbiere di sostituirla con una moglie giovane e taciturna. Giunge all'improvviso Henry, il nipote prediletto, che manda su tutte le furie Morosus quando questi scopre che è entrato in una compagnia d’opera italiana, ha sposato una cantante e vorrebbe trasformare in un teatro la tranquilla abitazione dello zio. Indignato Sir Morosus scaccia Henry da casa e incarica il barbiere di cercargli una moglie silenziosa. Il barbiere confida i progetti del vecchio al nipote: si presenterà allo zio una donna silenziosa e taciturna che si trasformerà in una furia dopo il matrimonio. Il resto è abbastanza scontato e si rifà al donizettiano Don Pasquale.
Molto azzeccata la regia di Barrie Kosky, direttore artistico della Komische Oper di Berlino, che rinuncia di fatto alle scenografie e organizza il tutto su un grande piedistallo collocato al centro del palcoscenico vuoto, puntando tutto sui bellissimi costumi di Esther Bialas e sulla recitazione, molto accurata e coinvolgente, sia dei singoli solisti che delle masse corali.
L’orchestra era diretta dal madrileno Pedro Halffter, laureato alla Hochschule für Musik di Vienna e attuale direttore artistico del Teatro dell’opera di Siviglia.
Bravissimo, più come attore che come cantante, il basso Franz Hawlata che essendo di Monaco giocava in casa e le cui divertenti gags sono state più volte sottolineate dagli applausi del pubblico. La primadonna era il soprano americano Brenda Rae che con le sue colorature raggiunge altezze stratosferiche ma come personaggio riesce a rimanere una donna amorevole e sensibile. Bravissimo il tenore salisburghese Peter Sonn, già applauditissimo David nei Maestri cantori del 2013, voce chiara e squillante, che ha dato al personaggio di Harry credibilità sia nei momenti comici che in quelli più lirici.
Al termine lunghe ovazioni e ripetute chiamate in scena.

Arabella
La seconda nuova produzione del “Münchner Opernfestspiele” è stata Arabella di Richard Strauss andata in scena al Nationaltheater con la regia di Andreas Dresen e la direzione musicale di Philippe Jordan, quarantenne figlio del celebre Armin, di cui abbiamo parlato lo scorso anno quando diresse il Te Deum di Bruckner alla guida dei Wiener Philharmoniker.
Andreas Dresen è un affermato regista e sceneggiatore cinematografico tedesco, vincitore di numerosi premi ma con scarsa esperienza nel teatro musicale: le note redatte dal teatro segnalano soltanto un Don Giovanni a Basilea e Le nozze di Figaro a Potsdam.
Wolfgang Sawallisch, quando nel 1992 diresse l’opera di Strauss alla Scala, protagonista Felicity Lott disse: «L’opera è un quadro musicale che restituisce stupendamente un’epoca ben determinata della vita viennese; sarebbe scorretto, anzi errato, mutarne tempi e luoghi. Né sarebbe agevole farlo – verrebbe meno l’unitarietà di testo e musica, che risulta così toccante proprio in questo luogo e in questo tempo».
In effetti quella edizione, con la regia di Peter Beauvais, affascinò il pubblico scaligero (“Arabella, l’incanto dell’amore”, titolò il Corriere della Sera) e affascinò anche gli scriventi, con quella descrizione oleografica del decadentismo viennese della seconda metà dell’ottocento, pieno di valzer, sentimento e un pizzico di elegia.
Ebbene il regista Andreas Dresen contravviene a quanto affermato dal leggendario kappelmeister di Monaco e trasporta la vicenda al momento della composizione (anni trenta del ‘900), con al centro della scena una grande scalinata curvilinea ruotante e costumi anch’essi dell’epoca, molto belli e sobri quelli indossati dai solisti, mentre alla Fiakermilli, al coro e alle comparse, impegnati solo nel ballo dei cocchieri del secondo atto, sono stati riservati smoking e divise naziste per gli uomini e abiti discinti, anche se eleganti, per le signore.
Una regia dunque che non sarà certamente ricordata in futuro come quella di cui abbiamo parlato in precedenza, ma che non ha affatto disturbato l’esecuzione della stupenda partitura straussiana magistralmente interpretata dal direttore Philippe Jordan che riesce anche a trattenere l’orchestra in modo da non coprire i cantanti. Jordan imprime un taglio cameristico alla musica di Strauss: bello, trasparente, fluttuante e profondamente commovente.
Ottimo il cast vocale con Anja Harteros nel ruolo della protagonista, un po' rigida sulla scena ma con una voce dal timbro brillante e dalla straordinaria estensione. Thomas J. Mayer con una voce baritonale calda è stato un convincente Mandryka. Splendida Hanna-Elisabeth Müller come Zdenka, già applauditissima qui a Salisburgo nella produzione del Festival di Pasqua 2014 diretta da Thielemann. Completavano il cast due ottimi giovani tenori: Joseph Kaiser, nel ruolo di Matteo e Dean Power in quello di Elemer, assieme a due vecchie glorie delle scene operistiche, Doris Soffel e Kurt Rydl come coniugi Waldner.

Ieri sera, con “La creazione” di Haydn diretta da Marc Minkowsky è iniziato il Festival estivo del quale vi diremo più avanti insieme ad altri due titoli del “Münchner Opernfestspiele”: Don Carlo e Manon Lescaut.

Tanti cari saluti,

Matilde e Fulvio